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Laureati e lavoro: aumenta il tasso di occupati ma rimangono divari per donne e Mezzogiorno

Laureati e lavoro: aumenta il tasso di occupati ma rimangono divari per donne e Mezzogiorno

Almalaurea: a un anno dalla triennale conseguita a Milano trova impiego il 54% dei giovani contro il 33,9% di Palermo

ROMA – La laurea è ancora un ascensore sociale? Sì, ma non per tutti allo stesso modo. Questo, almeno, secondo la fotografia scattata dall’ultima indagine di Almalaurea sugli “Esiti occupazionali della laurea” che è stata condotta intervistando un campione di 700 mila studenti di 81 Università italiane.

Occupazione in crescita: l’81,2% dei laureati triennali ha un lavoro nel 2025

Partiamo guardando il bicchiere mezzo pieno. Nel 2025 tra gli studenti che hanno conseguito il titolo del ciclo triennale l’81,2% è riuscito a trovare un lavoro, dato che risulta essere in aumento di 2,6 punti percentuali rispetto al 2024. A cinque anni dalla laurea l’occupazione ha superato il 90%. Parallelamente, il tasso di disoccupazione a un anno è sceso al 9,2%. Prima di proseguire, però, è importante fare un disclaimer: per “tasso di occupazione” nel rapporto si intende qualsiasi attività, anche formativa, purché retribuita che impegna gli intervistati dopo la laurea (quindi sono inclusi tutti quei rapporti di lavoro spesso anche precari).

Milano contro Palermo: il divario geografico che pesa come un macigno

A incidere in questo “successo” però, sviscerando il dato, ci sono diversi fattori che fanno emergere dei divari ancora pienamente in atto. Primo tra tutti, il contesto geografico. E qui arriva il momento di guardare al bicchiere mezzo vuoto. Mettere a confronto le performance di due città agli antipodi – Milano e Palermo – aiuta a comprendere meglio l’entità del problema: su 3.843 intervistati laureati alla triennale negli Atenei meneghini, il tasso di occupazione (a un anno dal conseguimento del titolo) è del 54,4%. Tra gli intervistati palermitani della stessa categoria, che sono stati 2.640, solo il 33,9% è occupato. E anche il netto in busta paga è differente, anche se non di troppo (se si considera la differenza del costo della vita): la media di Milano è di 1.275 euro e a Palermo è di 1.154 euro.

Allargando il campo. Tra i laureati che sono stati intervistati, infatti, chi risiede al Nord ha avuto in media il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede nel Mezzogiorno: disuguaglianza che sale al 55,9% considerando l’area specifica dell’Ateneo. Non solo, però, un divario su quanto lavoro c’è ma anche sulla qualità retributiva dell’occupazione: chi lavora al Nord ha percepito in media 68 euro netti in più al mese rispetto a chi è occupato nel Mezzogiorno. Dati, questi, in continuità con l’andazzo generale di un mercato del lavoro segnato ancora da una irrisolta questione meridionale che ci consegna, secondo gli ultimi dati del rapporto Cnel sul IV trimestre 2025, un tasso di occupazione al 69,5% nel Nord e al 50% nel Mezzogiorno (con l’inattività che sfiora il 44%) e con un divario retributivo sulla Ral (retribuzione annua lorda) tale da far guadagnare a un lavoratore del Nord circa il 35% in più di uno del Sud, da quanto elaborato dalla Cgil.

Donne del Sud: il divario più ampio tra occupazione e retribuzione

La geografia “pesa” dunque come macigno ma, scavando ancora di più, emerge che basta essere una donna del Sud per fare il jackpot del divario. A parità di condizioni, secondo il rapporto di Almalaurea, gli uomini hanno mostrato il 13,7% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne e una retribuzione superiore in media di 67 euro netti al mese. Divario, inoltre, accentuato in presenza di figli a dimostrazione di un lavoro di cura e di genitorialità ancora troppo sbilanciato tra madre e padre. A fronte di carriere universitarie mediamente migliori delle donne, più regolari negli studi e con voti di laurea più alti, permane ancora una loro minore valorizzazione nel mercato del lavoro. Tutto ciò, nonostante la maggioranza di laureati in Italia siano proprio donne (il 59,6% nel 2025).

Stipendi in calo e disallineamento tra studi e competenze richieste

C’è un dato che, però, rimane trasversale: anche per i laureati gli stipendi sono generalmente in calo. A un anno dalla laurea la retribuzione mensile netta si è attestata in media a 1.491 euro, l’1,4% in meno rispetto all’anno precedente. Oltre agli stipendi bloccati, poi, c’è anche il disallineamento tra ciò che si è studiato tra i banchi accademici e ciò che poi effettivamente – in termini di competenze – viene richiesto a lavoro. Se per quanto riguarda “l’efficacia della laurea” il 60,4% tra chi lavora con un titolo di primo livello lo giudica “efficace o molto efficace”, è invece ancora abbastanza alta la quota di neo lavoratori che utilizza poco le competenze acquisite durante l’Università e svolge un’attività per cui il “pezzo di carta” non è formalmente richiesto: a un anno dalla laurea riguarda il 39,4% dei laureati triennali.

I figli di laureati hanno meno difficoltà nel mercato del lavoro

Ma la lettura di questo dato impone un passo indietro, perché si compone di più fattori, tra cui quello fondamentale è la famiglia: da quello che emerge i figli di genitori laureati sono meno esposti a questo fenomeno, soprattutto quando conseguono il titolo nello stesso ambito disciplinare dei genitori, a dimostrazione del fatto che i contesti d’origine e lo status di partenza – aggiunti a una facilità maggiore a reperire contatti – incidono inevitabilmente sull’ingresso nel mercato del lavoro. L’Università continua, infatti, ad attrarre studenti da contesti relativamente più favoriti: la quota di chi ha almeno un genitore laureato è salita al 34,7% (dal 28,5% del 2015) e tocca il 46,3% tra le persone laureate nei corsi magistrali a ciclo unico. Ed è proprio nel versante dell’accesso all’istruzione terziaria che l’Italia dimostra di essere fanalino di coda per il persistere delle disuguaglianze economiche (e culturali), riducendo drasticamente i numeri di chi riesce a proseguire gli studi dopo le superiori. Lo testimoniano anche gli ultimi dati Eurostat, che fotografano un Paese agli ultimi posti nelle classifiche europee per quota di persone laureate tra i 25-34enni (31,1% su circa il 45% della media europea).

Cresce il rifiuto di lavori non coerenti col proprio percorso

Tornando al deficit tra ciò che si studia e ciò che viene richiesto a lavoro, però, il rapporto Almalaurea evidenzia la nascita una nuova dinamica “dal basso” e cioè la maggiore selettività dei giovani: dopo la laurea, infatti, la quota di chi rifiuterebbe lavori non coerenti con il proprio percorso è cresciuta di 10,8 punti percentuali dal 2016 al 2025 (la disponibilità ad accettarli è scesa dall’87,2% al 76,4%). “Una maggiore selettività che – ha osservato AlmaLaurea – riflette la volontà di chi si laurea di veder riconosciuto, anche sul piano economico, il proprio investimento in istruzione, in un contesto reso più incerto dalle tensioni dell’economia globale”.

Selettività che si riflette anche sul versante retributivo: il 66,9% di chi stava per laurearsi al momento dell’indagine è disposto ad accettare una retribuzione netta mensile non inferiore a 1.500 euro per un impiego a tempo pieno (quota più che raddoppiata rispetto al 24,4% del 2016, anche se con un divario di genere ancora marcato con il 75% degli uomini e il 61,6% di donne). Chiaramente questo non è solo il frutto di una maggiore selettività ma anche un vero e proprio adattamento (talvolta sopravvivenza) alla riduzione del potere d’acquisto e all’impennata del costo della vita che caratterizza questi anni.

Palermo, Messina e Catania: cresce l’efficacia ma resta la sfida sul mercato

Il dato trasversale a tutti gli Atenei, quindi, è un miglioramento generalizzato dell’inserimento occupazionale post lauream e allo stesso tempo il persistere dei divari strutturali preesistenti nel mercato del lavoro. Dai rapporti delle singole Università, basati sulle schede di analisi di Almalaurea, questo binomio si evince ancora di più.

Tra le migliori performance in Italia – prendendo in considerazione solo i laureati di primo livello a un anno dal conseguimento del titolo – c’è sicuramente Milano Bicocca: tra i laureati triennali che non proseguono gli studi, il tasso di occupazione è dell’86,4 per cento, sopra la media nazionale, con circa nove su dieci neo occupati.

Anche le Università siciliane hanno registrato numeri in miglioramento, anche se al di sotto della media nazionale: a Palermo, sullo stesso target analizzato, il tasso di occupazione è del 73%, a Messina del 76% e a Catania il 75,3%. Numeri, questi, depurati da tutti coloro che alla fine della triennale decidono invece di proseguire con la formazione di secondo livello, che sono in assoluto la maggior parte. Infatti, il dato sul precedente tasso di occupazione coinvolge il 23,1% di laureati triennali a Palermo; il 29% a Messina e il 24,8% a Catania.

Un aspetto che, però, gli Atenei mettono in evidenza è il grado di soddisfazione che gli studenti hanno nei confronti del proprio titolo di studio, rapportandolo all’efficacia. In questo caso, i numeri siciliani superano la media nazionale: a Palermo il 69% giudica “efficace o molto efficace” la laurea; a Messina il 77,2%. Entrambe sopra la media italiana del 60,4%.

Secondo la direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo “il Rapporto AlmaLaurea 2026 segnala un dato che già da qualche anno è alla nostra attenzione: lo sguardo di laureate e laureati sul lavoro è uno sguardo attento e selettivo e ha precise direzioni sul piano valoriale. Non sono più solo carriera e guadagno a contare: hanno acquisito rilevanza sempre maggiore aspetti connessi alla qualità del posto di lavoro un tempo ritenuti secondari, come il tempo libero, il tempo per se stessi, la flessibilità dell’orario di lavoro, la qualità delle relazioni con i colleghi, l’essere partecipi di processi lavorativi che generano utilità sociale. Laureate e laureati ci trasmettono un messaggio preciso: hanno da dirci qualcosa di importante sulla qualità dei posti di lavoro. A loro dobbiamo, tanto per cominciare, l’attenzione dell’ascolto”.