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Lavorare in Sicilia vale la metà rispetto a Milano: i salari calano a picco

Lavorare in Sicilia vale la metà rispetto a Milano: i salari calano a picco
Lavorare in Sicilia vale la metà rispetto a Milano: dati impietosi

Sono questi i dati impietosi che provengono dall’ultimo report Istat: l’approfondimento sulla distanza enorme tra Sicilia e Nord Italia

Dai 33.746 euro di retribuzione annua per dipendente a Milano ai 16.347 di Enna. Sono questi i dati impietosi che provengono dall’ultimo report Istat su “Risultati economici delle imprese e delle multinazionali a livello territoriale” nel quinquennio 2015-2020. A emergere non soltanto le disparita e la totale spaccatura tra Nord e Sud del Paese, ma anche quella interna alla stessa Sicilia.  E i numeri, rispetto al 2015, sono in netto calo nonostante l’inflazione galoppante che continua ad attanagliare le tasche delle famiglie italiane. Basti pensare che nel 2015, mentre le statistiche di Milano restano pressoché invariate, le retribuzioni medie annue in Sicilia facevano segnare il fanalino di coda nella provincia di Ragusa con 17.741 euro pro capite. In cinque anni un crollo verticale dell’economia nell’Isola. 

Nord – Sud, disparità anche salariali 

Il lavoro in Italia non vale allo stesso modo ovunque. Il dato emerge con chiarezza dai numeri ufficiali diffusi dall’Istat nell’ultimo report su “Risultati economici delle imprese e delle multinazionali a livello territoriale” nel quinquennio 2015-2020. Il frame territoriale per province relativo al 2020, pubblicato dall’Istituto nazionale di statistica all’interno della Tavola 6.1 sugli aggregati economici territoriali, restituisce l’immagine di un Paese attraversato da una frattura salariale profonda e persistente. A distanza di anni, chi lavora nelle grandi aree metropolitane del Nord continua a percepire retribuzioni medie annue quasi doppie rispetto a chi vive e lavora in Sicilia. E più trascorre il tempo, più il divario aumenta. Nel 2020 la retribuzione media per dipendente nelle province lombarde più dinamiche, con Milano come punta avanzata del sistema produttivo nazionale, si colloca stabilmente su valori che superano i 33 mila euro annui. Nelle province siciliane, al contrario, le retribuzioni medie per dipendente oscillano su valori compresi, tra i 16 mila di Enna e i poco meno di 22 mila euro lordi annui della provincia di Siracusa. La distanza non è episodica né legata esclusivamente alla crisi pandemica. Il 2020 rappresenta un punto di osservazione particolarmente significativo perché mostra quanto il sistema delle retribuzioni sia già strutturalmente polarizzato prima che gli effetti più pesanti della crisi post-Covid si riversassero sui territori.  

Il quinquennio 2015–2020: salari che crescono in modo diseguale 

Se si colloca il dato del 2020 all’interno del quinquennio 2015–2020, come fa il rapporto Istat sui risultati economici delle imprese e delle multinazionali a livello territoriale, emerge una dinamica chiara. Nel Nord del Paese, la crescita delle retribuzioni è stata più rapida e più stabile. Nel Mezzogiorno, e in Sicilia in particolare, gli aumenti salariali sono stati modesti e spesso inferiori alla crescita del costo della vita. Se non forieri di una decrescita stabile. Proprio come nel caso dell’Isola. Le province del Nord-Ovest, trainate dalla Lombardia, mostrano livelli di retribuzione per dipendente significativamente più elevati rispetto alla media nazionale. Le province siciliane si collocano stabilmente nella fascia bassa della distribuzione nazionale, con retribuzioni che, in termini reali, evidenziano una chiara contrazione. 

Siracusa ed Enna: due Sicilie, due mercati del lavoro differenti 

Dalla grande industria alla pastorizia, il valore pro capite ammonta a circa 6 mila euro annui di differenza di media. Questo è il range che separa la prima provincia siciliana, Siracusa, dal fanalino di coda Enna. Il dato non è casuale. La presenza di un polo industriale di rilevanza nazionale, legato al comparto energetico e chimico, produce un valore aggiunto più alto per occupato e, di conseguenza, retribuzioni medie più elevate rispetto al resto del territorio regionale. Siracusa si colloca così come un’eccezione relativa all’interno di un contesto regionale complessivamente caratterizzato da bassi livelli retributivi. Interessante, rimanendo nella stessa provincia, evidenziare come in appena cinque anni gli stipendi medi siano scesi dai circa 24 mila euro del 2015 ai 21750 mila euro del 2020. Enna e Agrigento (16932 euro pro capite), all’estremo opposto, presentano le retribuzioni medie più basse dell’Isola. Il dato è coerente con una struttura economica fortemente orientata a settori a basso valore aggiunto, come agricoltura tradizionale, piccole attività commerciali e turismo stagionale. In questo contesto, il valore aggiunto per occupato è più basso e la quota di retribuzioni sul valore aggiunto risulta ridotta, segnalando un tessuto produttivo con margini limitati e scarsa capacità di redistribuire reddito da lavoro. E anche qui si segnala una contrazione economica. Nella classifica siciliana vista dal basso, con Enna e Agrigento, troviamo anche le province di Ragusa, con 16490 euro, e di Trapani, che si ferma a 16876 euro. Poco più su c’è Messina, con 17194 euro a persona. Poi Catania con 18595, Palermo con 18656, Caltanissetta con 18726 e prima per distacco proprio la città di Archimede.   
 

La contrazione degli ultimi cinque anni 

Nel 2015 l’economia siciliana raccontava però di stipendi molto diversi, con buste paghe che hanno perso sensibilmente di valore in appena un lustro. Partendo sempre dal basso, l’ultima provincia siciliana per stipendi pro capite certificati da Istat era Ragusa con 17741 euro mentre Enna si attestava a 17915 euro. A seguire, in una scala crescente Trapani con 18124, Agrigento con 18637, Caltanissetta con 19034 e Messina con 19473. Sopra la soglia dei 20000 euro Catania con 20353, Palermo con 20768 e Siracusa con poco meno di 24 mila euro. Tradotto: in cinque anni gli stipendi siciliani sono crollati di un valore medio compreso tra il 10% e il 15%. 

Il peso della struttura produttiva sulle retribuzioni 

I dati Istat sulle retribuzioni per dipendente vanno letti insieme agli indicatori sul valore aggiunto e sulla produttività del lavoro. Il frame territoriale del 2020 mostra che le province con retribuzioni più elevate sono anche quelle con un valore aggiunto per occupato più alto: dove l’economia produce più valore, quasi sempre nel Nord-est, il lavoro viene pagato di più. In Lombardia, e in particolare nell’area metropolitana milanese, la concentrazione di imprese ad alta produttività nei servizi avanzati, nella finanza, nelle attività professionali e nelle filiere tecnologiche spinge verso l’alto i salari medi. In Sicilia, la struttura produttiva è ancora fortemente sbilanciata verso settori a bassa intensità tecnologica e a ridotto valore aggiunto: questo si traduce in retribuzioni più basse e in una maggiore incidenza di lavoro a bassa qualificazione. Il rapporto tra retribuzioni e valore aggiunto, misurato dall’Istat come quota delle retribuzioni sul valore aggiunto, segnala inoltre una distribuzione della ricchezza prodotta meno favorevole ai lavoratori in molte province del Mezzogiorno. Questo indicatore mostra come, a parità di ricchezza prodotta, in alcune aree del Paese la quota destinata ai salari sia inferiore rispetto ad altre, a testimonianza di un modello di sviluppo che non redistribuisce in modo equilibrato i frutti della crescita. 

Il confronto con Milano: una distanza che diventa destino 

Il paragone con Milano è emblematico perché concentra in un unico territorio molte delle caratteristiche che spiegano il divario salariale italiano. Elevata produttività, forte presenza di imprese multinazionali, alta concentrazione di lavoro qualificato, capacità di attrarre capitale umano e investimenti. Nel 2020, secondo il frame territoriale Istat, le retribuzioni medie per dipendente nell’area metropolitana milanese risultano quasi doppie rispetto a quelle delle province siciliane. Un dato che rimane stabile nel confronto sul quinquennio: nel 2015 lo stipendio lordo medio ammontava a 33691 euro pro capite, oggi è leggermente cresciuto, in controtendenza con il resto del Mezzogiorno, per raggiungere quota 33746 euro. Questa distanza ha effetti diretti sulle traiettorie di vita delle persone. Un giovane laureato che resta in Sicilia sa che, a parità di titolo di studio e spesso di competenze, percepirà una retribuzione significativamente più bassa rispetto a un coetaneo che lavora a Milano. La scelta di emigrare diventa così più un obbligo che una scelta di vita consapevole.

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