Il lavoro autonomo in Italia continua a pagare un conto salatissimo in termini di vulnerabilità sociale e disparità territoriale. A scattare l’istantanea è l’ultimo studio dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che mette a nudo la fragilità strutturale di quasi quattro milioni di lavoratori autonomi.
Secondo le stime riferite al 2025, la quota di chi lavora in proprio ed è esposto al rischio di indigenza sfiora il 18,8%, contro il 7,9% registrato tra i lavoratori subordinati. Una forbice che si allarga in maniera drammatica nel Mezzogiorno: nel Sud e nelle Isole, infatti, la percentuale di autonomi in difficoltà precipita al 31,6%, a fronte del 15,1% calcolato per i salariati.
L’effetto isolamento in Sicilia e la trappola della precarietà senza paracadute
Nello scenario economico dell’Isola, dove la rete delle micro-imprese e delle libere professioni costituisce l’ossatura del tessuto produttivo regionale, i dati confermano una condizione di costante precarietà. Per i titolari di partita Iva, l’autonomia gestionale si traduce spesso in assenza di tutele fondamentali: nessuna indennità per malattia, assenza di ferie retribuite, Tfr o mensilità aggiuntive.
In caso di cessazione temporanea delle attività o di flessioni di mercato, gli strumenti d’integrazione salariale come la Cassa integrazione rimangono preclusi, mentre in caso di chiusura definitiva la misura sostitutiva della Naspi, ovvero l’Iscro, garantisce una copertura estremamente ridotta.
L’esercito dei forfettari: giovani, servizi e redditi ai minimi
Sui circa 4 milioni di lavoratori autonomi complessivi, quasi 2 milioni hanno aderito al regime forfettario istituito nel 2015. Si tratta di una platea composta prevalentemente da giovani professionisti, concentrati nel settore della sanità privata (psicologi, fisioterapisti, paramedici), del comparto tecnico-edilizio, della consulenza aziendale e degli studi legali. A dispetto delle agevolazioni fiscali con la flat tax al 15%, il reddito medio annuo dichiarato si attesta su livelli modesti: 17.180 euro a livello nazionale.
Il divario geografico dei compensi: Mezzogiorno in coda
Se la Lombardia detiene il primato per numero di partite Iva agevolate (circa 356.500 posizioni), seguita dal Lazio e dalla Campania (oltre 177.000), la mappa dei guadagni evidenzia una spaccatura netta tra Nord e Sud. I redditi medi più elevati si concentrano nelle province autonome di Bolzano (20.450 euro) e Trento (19.280 euro), seguite dalla stessa Lombardia (19.260 euro). Sul versante opposto della graduatoria si colloca la Calabria con un reddito medio di appena 14.070 euro, indice di un’economia sommersa e di mercati locali a ridotta capacità di spesa che penalizzano l’intero meridione.
L’innalzamento della flat tax a 100mila euro: “Solo una bolla di sapone”
Il report affronta l’impatto delle recenti misure inserite nel disegno di legge di Bilancio 2027, che prevede l’innalzamento del tetto dei ricavi da ottantacinquemila a centomila euro per accedere al regime forfettario. Nonostante le accese polemiche politiche e sindacali, lo studio della Cgia ridimensiona la portata del provvedimento: la misura stanzia duecentosessanta milioni di euro (l’1% del valore della manovra) e interesserà una platea marginale di circa 41.000 contribuenti, pari a un incremento di appena il 2% dell’attuale bacino.
Considerato che l’82% dei forfettari dichiara ricavi inferiori a cinquantamila euro, l’intervento appare secondo l’analisi dell’istituto privo di effetti sostanziali sulla massa dei lavoratori fragili.
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