Sicilia

Lavori nelle cave, la Regione Siciliana avanza oltre 5 milioni: “Le ditte non hanno mai pagato”

I nomi non si conoscono, si sa però che sono tanti e che la maggior parte ha fatto orecchie da mercante per quasi un decennio, sfruttando l’inerzia della pubblica amministrazione nel reclamare ciò che gli sarebbe spettato. Sono i titolari delle concessioni minerarie che in giro per la Sicilia estraggono materiali più o meno pregiati dalle centinaia di cave autorizzate dalla Regione e che dal 2014 avrebbero lavorato senza pagare il canone previsto dalla legge.

La scoperta – sorprendente da più punti di vista, dall’ammontare delle somme fino a oggi non incassate al numero di soggetti inadempienti – è stata fatta a settembre, poche settimane dopo l’insediamento del dirigente generale Calogero Burgio ai vertici del dipartimento all’Energia. L’input dato ai distretti minerari di Palermo, Catania e Caltanissetta – articolazioni periferiche con competenze anche sulle altre sei province dell’isola – di verificare la riscossione dei canoni annuali è stato il preludio per fotografare un fenomeno che si porta dietro una serie di domande.

A partire dalla principale: come è stato possibile che, anno dopo anno, nessuno abbia avuto da ridire di fronte a una morosità elevata a sistema? 

Pioggia di provvedimenti

Nel giro di quattro mesi sono state circa 270 le ordinanze di ingiunzione al pagamento dei canoni evasi dal 2014 a oggi. La cifra è ricavata dai documenti pubblicati dalla Regione e fa riferimento agli accertamenti eseguiti dai distretti minerari di Palermo e Catania.

Nel complesso si parla di oltre cinque milioni di euro, di cui i due terzi relativi a concessioni rilasciate nelle province di Palermo, Trapani e Agrigento. Guardando ai singoli casi, si va da debiti di poche centinaia di euro, frutto del mancato pagamento del canone in piccole cave e per singole annualità, a somme che superano abbondantemente i 70mila euro. “L’impresa provvederà al pagamento, entro e non oltre il termine

di giorni trenta dalla notifica del presente decreto”, si legge nei singoli provvedimenti emessi dal dipartimento regionale all’Energia. “Superato il termine senza che il debito sia stato saldato – spiega al Quotidiano di Sicilia Salvatore Pignatone, attuale ingegnere capo del distretto minerario di Palermo – scatta l’iscrizione a ruolo e l’avvio della procedura, con il coinvolgimento dell’Agenzia delle entrate, per il recupero coattivo dei canoni”.

La legge inapplicata

Il lungo elenco di ingiunzioni al pagamento rappresenta il fallimento delle norme introdotte in Sicilia nel 2013. Fu l’allora governo Crocetta a stabilire che le ditte titolari delle concessioni minerarie dovessero pagare annualmente una somma calcolata tenendo conto della quantità di materiale estratto, ma anche della tipologia dello stesso: da 50 centesimi al metro cubo per pietrischi e sabbie a 80 centesimi nel caso di pietre ornamentali.

Nel 2015, l’Ars cambiò le regole, disponendo che il canone venisse calcolato facendo riferimento esclusivamente alla superficie dell’area coltivabile e ai volumi autorizzati. Stando a quanto appurato nei mesi scorsi, però, entrambe le leggi sono rimaste sulla carta. I casi di evasione dei canoni dal 2014 al 2022, l’ultimo anno preso in considerazione per effettuare i controlli, sono numerosissimi.

“I numeri dicono che si sia trattato di un fenomeno molto diffuso in tutta l’isola”, commenta il dirigente generale Calogero Burgio. Che alla domanda su come ciò sia potuto accadere si limita a sottolineare che “la giurisprudenza è chiara, il pagamento dei canoni per le concessioni è uno di quei temi su cui non si può dibattere: vanno pagati”.

La ripartizione delle entrate

La legge attualmente in vigore prevede che “i canoni di produzione sono destinati per il 50 per cento al Comune in cui ricade l’area di cava”, con la specifica che nel caso di più comuni coinvolti la quota va ripartita sulla base della superficie ricadente in ciascuno di essi. Una disposizione che, alla luce del mancato assolvimento dei propri obblighi da parte dei titolari delle concessioni nei confronti della Regione, porta a chiedersi quale sia stato in questi anni il livello di riscossione tra gli enti locali.

“È una domanda legittima, ma noi dobbiamo pensare a recuperare le somme che ci spettano, anche perché la mancata riscossione dei canoni può configurare il danno erariale”, commenta una fonte dall’interno degli uffici di viale Campania.

La proposta di modifica

Per centinaia di canoni non riscossi, negli ultimi la politica regionale si è più volte interessata alle cave. Sia durante gli anni del governo Musumeci che nell’attuale legislatura targata Renato Schifani, all’Assemblea regionale siciliana sono stati depositati disegni di legge che puntano al “riordino della normativa”. A presentarli, in entrambi i casi, è stato Forza Italia.

Le proposte di modifica delle regole in vigore dal 2015 riguardano anche i canoni: il ddl, che dopo essere stato esaminato dalle commissioni alle Attività produttive e al Territorio in estate è stato inviato alla commissione Bilancio, prevede un ritocco delle fasce più basse di produzione: al momento per una cava di estensione fino a due ettari e di produzione autorizzata fino a centro metri cubi il canone è di 3500 euro annui. Il disegno di legge di Forza Italia prevede l’introduzione di una soglia fino a 1,2 ettari di superficie con canone di mille euro.