Home » Askanews » Le mani della Cina sui minerali critici: un’Opa sul futuro

Le mani della Cina sui minerali critici: un’Opa sul futuro

Le mani della Cina sui minerali critici: un’Opa sul futuro

Investimenti in tutto il Sud globale, raffina 90% terre rare

Roma, 18 mar. (askanews) – Se per anni la dipendenza strategica dell’Occidente dalla Cina è stata letta soprattutto attraverso il prisma della manifattura, oggi il vero baricentro si è spostato più a monte, nelle miniere, nella raffinazione e nella lavorazione dei minerali critici. E’ qui che Pechino sta consolidando un vantaggio strutturale, grazie a una combinazione di investimenti esteri, controllo industriale delle catene del valore e capacità di legare la transizione energetica alla propria proiezione geopolitica. Secondo il rapporto “Raw Power” del think tank australiano Climate Energy Finance (Cef), dal 2023 la Cina ha impegnato oltre 120 miliardi di dollari in investimenti diretti all’estero in progetti minerari e di trasformazione dei minerali, con particolare attenzione a litio e terre rare.

Il punto decisivo non è solo la quantità del capitale mobilitato, ma la posizione che la Cina occupa già oggi nei segmenti a più alto valore aggiunto. L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) rileva che Pechino è il principale raffinatore per 19 dei 20 minerali strategici monitorati, con una quota media di mercato attorno al 70%, mentre la concentrazione si è intensificata negli ultimi anni. Nello specifico, le stime richiamate dal rapporto Cef indicano che in Cina si concentra circa il 90% della raffinazione globale delle terre rare e una quota dominante della lavorazione del litio e dei componenti per batterie, cioè degli snodi industriali indispensabili per veicoli elettrici, accumulo, eolico, solare e decarbonizzazione industriale.

Questa forza a monte si appoggia su una base interna gigantesca. Secondo le analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, riprese a febbraio, il settore cinese delle tecnologie pulite ha generato nel 2025 un output economico di 15.400 miliardi di yuan (2.228 miliardi di dollari), pari all’11,4% del Pil, trainando oltre un terzo della crescita economica del paese. L’Aie aggiunge che già nel 2024 gli investimenti cinesi in energia pulita avevano superato i 625 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto al 2015. Questo significa che l’espansione esterna sulle materie prime non è un fenomeno isolato, ma il prolungamento internazionale di una gigantesca politica industriale domestica.

Il cambio di fase è visibile anche nella trasformazione della Belt and Road Initiative (Bri). Se nella sua prima stagione l’iniziativa era stata associata soprattutto a infrastrutture, logistica e grandi impianti energetici convenzionali, i dati più recenti mostrano che nel 2025 l’impegno cinese lungo la Bri ha toccato livelli record, con 128,4 miliardi di dollari in contratti di costruzione e 85,2 miliardi in investimenti, mentre l’energia è tornata a essere il principale vettore della proiezione esterna. In parallelo, cresce il peso di miniere, lavorazione industriale e tecnologie collegate alla transizione, in una traiettoria che salda approvvigionamento di risorse, export industriale e influenza geopolitica.

Il caso dello Zimbabwe è particolarmente indicativo. Harare ha prima vietato l’export di minerale grezzo di litio e, nelle scorse settimane, ha esteso la stretta anche ai concentrati di litio, nel tentativo di spingere la lavorazione sul territorio nazionale. L’agenzia di stampa Reuters ricorda che il paese, primo produttore africano di litio, aveva esportato oltre 1,128 milioni di tonnellate di concentrato di spodumene – usato per l’estrazione del Litio, per la produzione di lubrificanti, ceramiche, leghe e altro – lo scorso anno. Questo tipo di “nazionalismo delle risorse” non ha estromesso la Cina, ma al contrario l’ha spinta a investire ancora di più nella catena del valore locale, rafforzando la propria presenza non solo nell’estrazione, ma anche nella trasformazione industriale in loco.

E’ qui che emerge la vera specificità del modello cinese. Le imprese di Pechino non si limitano a comprare materia prima: negoziano accesso di lungo periodo alle risorse in cambio di impianti di lavorazione, infrastrutture portuali, occupazione qualificata e accordi di offtake, cioè specifici contratti in cui il produttore di una risorsa si impegna a vendere a un acquirente determinate quantità di prodotti a prezzi stabiliti e per un determinato numero di anni, proteggendo la fornitura dalle turbolenze dei mercati e limitando i rischi per le parti coinvolte. In altri termini, la Cina si presenta ai paesi ricchi di risorse non solo come acquirente, ma come partner di industrializzazione. E’ la formula che il rapporto Cef definisce un modello “mutuamente vantaggioso” di diplomazia delle risorse e dell’energia, e che per Pechino consente di allineare sicurezza energetica, interesse nazionale e narrativa dello sviluppo condiviso.

Questo non significa che il percorso sia privo di attriti. In Africa e in altre aree del Sud globale stanno crescendo pressioni politiche per trattenere più valore in patria, aumentare royalties, imporre lavorazioni domestiche e ridurre la semplice esportazione di materia prima. Ma proprio questa evoluzione, paradossalmente, finisce spesso per favorire gli operatori che dispongono di capitali, tecnologia e capacità industriale per costruire raffinazione e trasformazione in loco. E oggi, più di tutti, sono proprio i gruppi cinesi a poterlo fare su larga scala.

La proiezione cinese non riguarda soltanto Africa, America latina e Asia centrale. Anche l’Europa è diventata un tassello di questa strategia. Analisi di Bruegel e Merics segnalano come i grandi investimenti cinesi nelle batterie e nell’auto elettrica, dalla gigafactory Catl in Ungheria ai piani industriali di Byd, abbiano rafforzato la presenza di Pechino nel mercato europeo proprio mentre Bruxelles cerca di ridurre le dipendenze strategiche. Il nodo, però, è che localizzare una parte della produzione finale in Europa non equivale automaticamente a trasferire il controllo della tecnologia e, soprattutto, delle forniture a monte di celle, materiali attivi e minerali lavorati, che continuano in larga misura a gravitare sull’ecosistema industriale cinese.

Sul piano più strettamente strategico, il vantaggio cinese si sta addirittura allargando. L’Aie avverte che la concentrazione delle forniture di minerali critici nella raffinazione sta aumentando, non diminuendo. E mentre Stati uniti ed Europa cercano filiere alternative, Pechino continua a muoversi non solo sulle miniere e sulla raffinazione tradizionale, ma anche sul terreno dell’innovazione, come mostra l’accelerazione cinese sulle batterie al sodio, sostenuta da grandi gruppi come Catl e Byd per ridurre l’esposizione ai colli di bottiglia del litio. Insomma, la Cina sta cercando contemporaneamente di dominare le filiere esistenti e di prepararsi a quelle future.

Per questo il tema dei minerali critici sta diventando per il XXI secolo ciò che petrolio e gas sono stati per il XX. La differenza è che il potere non si misura solo nel possesso del giacimento, ma nella capacità di trasformare la materia prima in input industriali indispensabili per batterie, magneti, turbine, pannelli solari, semiconduttori e reti. E’ precisamente su questo passaggio che la Cina ha costruito il suo vantaggio comparato. E se l’Occidente discute ancora su come ridurre le dipendenze, Pechino ha già occupato le posizioni decisive dell’intera catena, dal sottosuolo alle fabbriche.

Il risultato è che la transizione energetica globale, almeno nella sua fase attuale, rischia di passare in misura crescente attraverso un’infrastruttura materiale e industriale disegnata dalla Cina. Non è solo una questione commerciale. E’ una leva di influenza sistemica, che rafforza Pechino nei rapporti con il Sud globale e le consegna un ruolo centrale nelle economie avanzate e nella definizione della globalizzazione verde. Più che una semplice corsa alle materie prime, è la costruzione di un ordine industriale in cui la Cina punta a essere non solo il principale produttore, ma il perno indispensabile della decarbonizzazione mondiale.