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Catania, “Le serve” di Jean Genet al Teatro Abc: quando il desiderio di libertà diventa una prigione

Catania, “Le serve” di Jean Genet al Teatro Abc: quando il desiderio di libertà diventa una prigione
De Luca-Mari-Ferro in “Le serve” di Jean Genet. Foto da comunicato

“Catania è la città dove ho fatto nascere mia figlia. Dobbiamo sentirne parlare per la sua bellezza, non per le notizie negative”. A margine dello spettacolo e sul palcoscenico del Teatro Abc di Catania le parole di Fioretta Mari, protagonista carismatica dell’adattamento della celebre pièce di Jean Genet. La prima di “Le Serve” è andata in scena ieri, 7 novembre, nella traduzione di Giorgio Caproni e diretta da Guglielmo Ferro, con Giampaolo Romania nel ruolo di regista collaboratore.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel momento in cui una persona comincia a interpretare qualcun altro per provare, anche soltanto per un frangente, a essere libera. È da questa contraddizione che prende forma il testo.

In calendario fino al 22 novembre, la messinscena vede protagoniste anche Nadia De Luca e Francesca Ferro, prodotta dall’Associazione culturale Progetto Teatrando.

“Le serve” al Teatro Abc

Édith Piaf in sottofondo. Dietro una narrazione in apparenza lineare si spalanca un baratro di tensioni psicologiche, pulsioni represse e sadici giochi di potere. Il palcoscenico si fa intercapedine: il luogo in cui celare la propria identità e, al contempo, l’unico spazio in cui performare ciò che la realtà ci nega.

Esistono testi immuni al tempo perché non si limitano al racconto, ma scarnificano gli abissi della natura umana. “Le serve” di Jean Genet è, per antonomasia, uno di questi: un ordigno drammaturgico che attraversa i decenni conservando intatta la propria carica perturbante, capace ancora oggi di inchiodare lo spettatore a un dilemma viscerale: quanto siamo disposti a dilapidare di noi stessi pur di ricalcare l’esistenza di un altro?

È da questa vertigine identitaria che germoglia l’adattamento andato in scena al Teatro Abc di Catania. Le attrici Fioretta Mari, Nadia De Luca e Francesca Ferro prestano corpo, voce e nevrosi alle iconiche protagoniste del drammaturgo francese.

La tensione si condensa in uno spazio scenico concepito come una vera e propria camera delle prove: un perimetro claustrofobico e asfittico in cui l’azione drammatica scivola verso un rituale ossessivo. Qui le maschere smettono di essere semplici travestimenti per tramutarsi in feticci, strumenti di un’effimera rivalsa sociale ed esistenziale. E mentre il cortocircuito tra finzione e realtà si ripete, la linea di demarcazione tra il gioco e il vero si assottiglia fino a dissolversi.

Il contesto d’origine della Francia del secondo dopoguerra

Per decodificare la potenza di quest’opera è necessario calarsi nelle macerie culturali della Francia del secondo dopoguerra, una stagione in cui il palcoscenico si consacra a territorio di rottura, febbrile provocazione e spietata indagine esistenziale. Jean Genet, apolide della letteratura novecentesca e voce geneticamente eversiva, edifica una drammaturgia popolata da reietti e figure liminali, esistenze confinate ai margini che eleggono la trasgressione a unica e disperata via di riscatto.

La sua scrittura non offre riparo né consolazione allo spettatore: lo scaglia, al contrario, in un territorio di radicale ambiguità, un deserto morale dove le polarità tra bene e male, vittima e carnefice, realtà e simulazione, finiscono per collassare l’una dentro l’altra.

Il caso di cronaca che sconvolse la Francia

Liberamente ispirato al caso di cronaca delle sorelle Papin, che sconvolse la Francia nel 1933, “Le serve” racconta la vicenda di Claire e Solange, due domestiche al servizio di Madame. Quando la padrona è lontana, le sorelle mettono in scena un rituale segreto: indossano i suoi vestiti, ne imitano i gesti, ne assumono il linguaggio e si scambiano i ruoli. Una rappresentazione privata nella quale il desiderio di ribellione si intreccia con l’odio, l’ammirazione e la fascinazione per chi detiene il potere.

Libertà, identità e alienazione in chiave esistenzialista

C’è anche qualcosa di profondamente francese nel modo in cui Genet affronta questi temi: quella tradizione intellettuale che ha fatto della libertà, dell’identità e dell’alienazione alcuni dei grandi interrogativi della cultura europea del Novecento. Non a caso, la sua opera dialoga idealmente con il clima esistenzialista del dopoguerra, pur conservando una voce del tutto personale, più provocatoria e visionaria. Non offre risposte, ma mette in scena le contraddizioni.

E forse è proprio questo il residuo emotivo per lo spettatore oltre il sipario: una sensazione di disagio che non coincide necessariamente con il turbamento provocato dalla vicenda, ma con il riconoscimento di qualcosa di familiare. Perché il desiderio di essere guardati, riconosciuti, accettati e, talvolta, di occupare il posto di qualcun altro non appartiene soltanto a Claire e Solange, che diventano una metafora dei ruoli che ciascuno interpreta nella vita quotidiana, delle aspettative che condizionano le nostre scelte e delle identità che costruiamo anche attraverso lo sguardo altrui.

Il reiterarsi delle forme di prigionia

A quasi ottant’anni dalla sua prima rappresentazione, “Le serve” conserva così la capacità di parlare al presente. Il testo di Genet non propone una ribellione liberatoria, né una facile distinzione tra oppressi e oppressori. Racconta piuttosto il rischio che il desiderio di emancipazione finisca per trasformarsi in una nuova forma di prigionia. Ed è in questa contraddizione, tanto scomoda quanto attuale, che risiede la sua grandezza.

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