Libri, “L’ultimo ricordo” e il “Tempo perduto” - QdS

Libri, “L’ultimo ricordo” e il “Tempo perduto”

Giuseppe Lazzaro Danzuso

Libri, “L’ultimo ricordo” e il “Tempo perduto”

venerdì 28 Febbraio 2020 - 20:12
Libri, “L’ultimo ricordo” e il “Tempo perduto”

L’Amore e l’Alzheimer protagonisti del romanzo d’esordio di Daniela Tornatore. L’ineffabile mistero di una personalità che abbandona la persona scivolando via come acqua da un invisibile foro. Ma se “la memoria se ne va, l’Amore resta”

Marcel Proust, ne “Alla ricerca del tempo perduto” fa dire a Charles Swann: “Quel che rimprovero ai giornali è di farci prestare attenzione ogni giorno a cose insignificanti, mentre leggiamo tre o quattro volte nella vita i libri dove ci sono le cose essenziali“.

Ebbene, a distanza di cent’anni, con il suo romanzo d’esordio, “L’ultimo ricordo” (Edizioni Leima, 144 pagine, 14 euro), la giornalista Palermitana Daniela Tornatore affida proprio a un servizio pubblicato sulle pagine di un quotidiano il ruolo di deus ex machina di una vicenda semplice e al tempo stesso complessa, com’è la vita quotidiana.

Una storia d’amore – ma non solo – che ruota attorno a quattro personaggi: i due innamorati, i quali non si vedono da quasi vent’anni, una cronista, Angela, che ama mettere in luce l’umanità nelle storie narrate, tanto da meritarsi, dai colleghi, il feroce nomignolo di “Funerale”, e un medico, il dottor Donato.

Anna e Paolo sono i protagonisti di una vicenda sentimentale tutt’altro che romantica. Vivono nel 2001 – a Palermo, presumibilmente -, e “si desiderano, si cercano, si feriscono, si allontanano per poi ricominciare, chiusi nel loop infinito di una relazione irrisolta ma capace comunque di renderli felici”.

Fino al giorno in cui Anna sparisce dalla vita di Paolo. Ma non per sempre.

Memoria e amore, in questa vicenda come in Proust, sono al centro di tutto: Swann ascolta il trillo del violino nella sonata di Vinteuil e viene travolto dal memorabile romanticismo del tempo in cui Odette era innamorata di lui.  E nel sorprendente finale de “L’ultimo ricordo“, le cose vanno diversamente. Ma ovviamente un finale non può essere anticipato.

Chi legge, e ha un’età fra i quaranta e i settant’anni, potrebbe riconoscersi nei tic e nelle piccole manie anche dei personaggi del libro. O nel gioco di Anna con le frasi delle canzoni ascoltate alla radio, quelle che hanno finito con il dare un ordine cronologico, e forse persino un senso, alla vita della nostra generazione.

Esistenze che, d’improvviso – forse a causa di quella rivoluzione web del tutto taciuta nel libro -, hanno subito un’accelerazione assolutamente inaspettata e disumanizzante. È stato d’improvviso come se tutto fuggisse via senza lasciarci il tempo di riflettere.

Così, ne “L’ultimo ricordo“, c’è, a metà del libro, un salto di diciott’anni.

Nulla rimane uguale. O forse sì.

Ad Angela, diventata capocronista di un giornale (di carta), è affidata la chiave per lo sviluppo della vicenda: il suo direttore e maestro, Carlo, il quale ha appena scoperto di avere l’Alzheimer, affida a “Funerale” – conoscendone quella sensibilità che “è un dono, non una colpa” – il compito di trovare una storia. Una vicenda umana capace di  rappresentare, oltre l’aridità dei numeri, il dramma della memoria che sparisce. L’ineffabile mistero di una personalità che abbandona la persona, scivolando via come acqua da un invisibile foro.

E Daniela Tornatore, con questo libro, riesce a condurci per mano “nel punto improprio dell’infinito in cui si incontrano due rette parallele“.

Una delle pagine più belle è quella in cui Angela – dopo aver citato “La versione di Barney” di Mordechai Richler, un autentico capolavoro -, confessa cosa si aspetti, da quel servizio che dovrà scrivere.

Da questa striscia di terra al confine tra tutto e nulla, tra ieri e mai più, su cui si scivola e non ci sono appigli, le cose che mi aspetto sono grandi finestre da cui far filtrare la luce del giorno, un giardino pieno di piante, camicie da notte a fiori, lenzuola candide, un televisore sempre acceso a smorzare il silenzio di parole che mancano e di sguardi persi nel vuoto di un’esistenza svanita. Mi aspetto rughe su volti invecchiati prima del tempo, mani smagrite, capelli raccolti, rumore di piatti in cucina, un telefono che squilla in lontananza, corridoi su cui scorrono sedie a rotelle, tra l’odore dei farmaci e quello di latte e caffè appena fatto“.

Scriveva Proust, ancora ne “Alla ricerca del tempo perduto“, che “I legami fra una persona e noi esistono solamente nel pensiero. La memoria, nell’affievolirsi, li allenta”.  Invece Angela ha una sua teoria. Un teorema, anzi, come lo definisce il dottor Donato: “la memoria se ne va, l’amore resta”.

Poi il finale delle cose, “l’ultimo atto, quello conclusivo, l’epilogo”.

E infine la lettera, il punto più alto del libro.

Che mitiga il rammarico del distacco da questa storia così ben narrata.

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