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L’insegnamento dei “maestri”

L’insegnamento dei “maestri”
Brescia (foto Imagoeconomic)

I grandi maestri che hanno formato una generazione: il bilancio tra insegnamenti ricevuti e responsabilità civica mancata

Segue dal QdS dell’11/3/2026

Avevamo fiducia, e forse amore, per chi guidava il nostro Paese e la nostra città: i De Gasperi; gli Einaudi; i Vanoni; i Menichella; i Bruno Boni (detto “Ciro”), quel sindaco per sempre che amava Brescia e si rifiutava di andare a Roma (e che, come ricorda Plevani, non disdegnava di intrattenersi con i ragazzi, nel grande spiazzo sotto il Castello, a giocare a pallone). Avevamo fiducia nella leadership degli Americani per il mondo intero. Volevamo essere come loro. In particolare, eravamo orgogliosi e felici di essere bresciani: per la storia di “Leonessa d’Italia” di questa città, l’unica capace di sconfiggere sotto le sue mura, inespugnabili, l’imponente armata europea dell’Imperatore Federico II di Svevia; perché la sua provincia era grande e bellissima: ed era meraviglioso scorrazzare in bicicletta o andare a nuotare sul Garda in Valtenesi, passando per le coste di S. Eusebio o sul lago d’Iseo nel libero e aperto lido di Sassabanek, o imparare a camminare in montagna sul Monte Guglielmo; perché alla Pace eravamo tutti mescolati e uniti, ricchi, poveri e ceto medio; perché il liceo Arnaldo – che verrà citato persino da Totò in Totò al Giro d’Italia – era una grande scuola, senza nulla togliere alle scuole tecniche che pure avevano fama di eccellenza; perché gli operai e gli agricoltori bresciani erano riconosciuti tra i migliori del mondo; perché il più grande pianista del secolo, Arturo Benedetti Michelangeli, era bresciano; perché bresciano era Zanardelli; perché Padre Marcolini aveva impartito a tutti una grande lezione su come si costruiscono le case popolari. Eravamo orgogliosi perché sentivamo vivo, in noi, lo stesso sentimento di quell’Andrè Maurel, viaggiatore francese, che in varie occasioni ho citato.

Mario Cassa, padre Bevilacqua e gli altri: i maestri che hanno lasciato un segno indelebile

Ma più di tutto abbiamo avuto grandi maestri, che ci hanno insegnato il senso del nostro operare, che ci hanno indicato la via: una direzione. Lasciatemi dire brevemente di quelli che hanno impresso un segno indelebile nella mia personalità: Mario Cassa, il professore che mi ha insegnato a essere un uomo libero; padre Giulio Bevilacqua, il sacerdote che mi ha insegnato a leggere il Vangelo; Piero Peli, detto l’Arabo, il contadino che mi ha insegnato il senso di un lavoro ben fatto; Gino Giribardi, l’uomo che mi ha insegnato che cos’è il calcio e cos’è lo sport.

Il bilancio di una generazione: buon uso degli insegnamenti sul piano personale, fallimento su quello civico

Ma cosa abbiamo fatto, di ciò che questi maestri ci hanno dato? Ne abbiamo fatto buon uso? Cosa abbiamo restituito? Cosa abbiamo dato, in cambio? Sono queste le domande che contano. E le risposte possono essere, in parte, individuali, ma anche, in parte, comuni, generazionali.

Sul piano personale e professionale, mi sembra di aver fatto buon uso degli insegnamenti di quei maestri, così come dei tratti essenziali della “brescianità”, che ci vengono trasmessi dalla storia della città, con cui mi sono sempre profondamente identificato e di cui quale sono sempre stato molto orgoglioso. Sul piano pubblico e civico, invece, il bilancio è negativo: e ciò, non solo a livello personale, ma dell’intera nostra generazione. Non mi pare che abbiamo fatto buon uso di quel patrimonio che ci è stato affidato, pur facendo attenzione a non distorcere la realtà con nostalgie personali.

continua…