Roma, 15 set. (askanews) – L’isola vulcanica di Lipari, la principale delle Isole Eolie, conserva una lunga storia di insediamenti umani, testimoniata da numerosi siti archeologici terrestri e sottomarini. Lo studio “3900 years of land subsidence at Lipari Island (Italy): new insights for Early Bronze Age submerged findings” recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista Quaternary International, ha ricostruito come è aumentato nel tempo il livello marino, cambiando il paesaggio costiero dell’isola, mettendo in evidenza il ruolo dei processi geologici, tettonici e vulcanici nella progressiva sommersione di siti archeologici e storici.
Il lavoro, si legge in una nota, è stato realizzato da un team internazionale di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), delle Università Sapienza di Roma e Università di Bologna, del LESIA – Observatoire de Paris per la Francia e della Radboud Radio Lab per l’Olanda, in collaborazione con gli archeologi della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e della Henry M. Jackson Foundation for the Advancement of Military Medicine Inc. (HJF) degli Stati Uniti. La ricerca, in particolare, nasce dalle intuizioni di Sebastiano Tusa, celebre archeologo, assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana e docente universitario, scomparso prematuramente nel 2019 in un incidente aereo, a cui viene dedicato questo studio.
I dati scientifici hanno evidenziato come le complessità geologiche, tettoniche e vulcaniche dell’Isola di Lipari abbiano portato alla progressiva sommersione dei siti archeologici e storici posti lungo le coste. “Per comprendere le cause della loro rapida sommersione – spiega Marco Anzidei, Dirigente di Ricerca dell’INGV e primo autore della ricerca – è stato condotto uno studio multidisciplinare attraverso misure geodetiche GNSS, rilievi batimetrici ad altissima risoluzione, rilievi sismici, indagini archeologiche subacquee, dati topografici storici e ricostruzione delle variazioni del livello del mare”.
Dai dati acquisiti e dalle analisi di laboratorio è stato possibile capire come il paesaggio sottomarino e costiero sia sensibilmente cambiato negli ultimi quattro millenni. In particolare, la presenza di marcatori archeologici dell’Età del Bronzo, rinvenuti a una profondità compresa tra 20 e 42 metri nel settore sommerso di Pignataro di Fuori, ha permesso di stimare un abbassamento dell’isola alla velocità media di 7,9 millimetri all’anno negli ultimi 3.900 anni, a partire dalla Prima Età del Bronzo, un processo che prosegue ancora oggi. “Questo valore – continua Anzidei – rappresenta la migliore approssimazione desumibile da tutti gli indicatori utilizzati che coprono un periodo compreso tra circa 100 e 3.900 anni fa, che oggi si trovano sommersi a causa dei cambiamenti morfologici della zona costiera dovuti all’aumento del livello del mare, dei movimenti verticali del terreno e all’erosione”.
Il sito di Pignataro di Fuori rappresenta così un’importante testimonianza dell’evoluzione del paesaggio costiero delle Isole Eolie e offre nuove possibilità per individuare e studiare altri insediamenti antichi oggi sommersi. Lo studio apre nuove prospettive di ricerca di ulteriori insediamenti dell’Età del Bronzo, non solo nel settore sommerso delle Isole Eolie, ma anche lungo altre coste del Mediterraneo non ancora investigate attraverso queste nuove metodologie integrate.

