Una volta il tempo e lo spazio erano le due rotaie sulle quali scorreva la vita. La loro distanza e la loro lunghezza, imponevano un ritmo che, pur con tutte le difficoltà del caso, consentiva alle persone di vivere le esperienze, di attenderle, di assaporarle. Oggi quelle due rotaie sembrano essersi avvicinate fino quasi a scomparire, e la vita viaggia scompostamente a una velocità che spesso non lascia più il tempo di essere vissuta.
Tempo e tecnologia, come è cambiata la comunicazione
Basti pensare alla corrispondenza. Appena cinquant’anni fa, una lettera poteva impiegare una decina di giorni per raggiungere il destinatario, e naturalmente il tempo aumentava in funzione della distanza. Quel tempo non era soltanto un limite tecnologico: era anche parte integrante della comunicazione. Scrivere significava fermarsi, scegliere le parole, affidare alla carta qualcosa di sé. Poi iniziava l’attesa. E nell’attesa c’era uno spazio nel quale il pensiero poteva crescere, il desiderio maturare, la curiosità alimentarsi. Oggi una e-mail attraversa il mondo in meno di un secondo. Un messaggio può raggiungerci ovunque e, altrettanto rapidamente, possiamo ricevere una risposta.
Una telefonata ci mette in contatto con una persona dall’altra parte del pianeta; una videoconferenza annulla, almeno apparentemente, migliaia di chilometri; un viaggio che un tempo richiedeva giorni oggi può essere compiuto in poche ore. La tecnologia ha compresso lo spazio e accelerato il tempo, trasformando radicalmente il nostro modo di comunicare, viaggiare, lavorare e persino di pensare.
La velocità e la profondità delle relazioni umane
Il problema, però, è che ciò che abbiamo guadagnato in velocità lo abbiamo spesso pagato in profondità. La riduzione dello spazio e del tempo ha infatti accelerato anche le relazioni umane. Conoscere una persona, un tempo, significava frequentarla, incontrarla, condividere con lei momenti, silenzi, difficoltà e gioie. La conoscenza aveva bisogno di tempo e, soprattutto, di presenza. Oggi possiamo avere centinaia o migliaia di “amici” senza conoscere quasi nulla di loro. La parola stessa “amicizia” sembra essersi impoverita. Non perché siano scomparsi i sentimenti autentici, ma perché abbiamo progressivamente confuso la quantità delle relazioni con la loro qualità. Avere molti contatti non significa necessariamente avere molti amici. Conoscere il volto di una persona o che ama mangiare non significa conoscerne l’animo. Essere informati sulla sua vita non significa averne condiviso l’esistenza.
La società dell’istante e la perdita della riflessione
Lo stesso fenomeno si manifesta in quasi tutti gli ambiti della nostra vita. La velocità è diventata un valore in sé. Dobbiamo rispondere immediatamente, sapere immediatamente, decidere immediatamente. Persino ciò che richiederebbe riflessione viene sottoposto alla logica dell’istante. Non c’è più soltanto il desiderio di essere informati: c’è l’ansia di esserlo prima degli altri. Non importa sempre comprendere; importa arrivare per primi.
E così anche il pensiero rischia di diventare superficiale. La riflessione, infatti, ha bisogno di tempo. Un’idea ha bisogno di sedimentare, di essere confrontata con altre idee, persino di essere messa in discussione. Un giudizio serio richiede distanza dai fatti, così come una fotografia ha bisogno di una certa distanza per poter essere osservata nel suo insieme. Ma la società contemporanea tende a privarci proprio di quella distanza: ci mette continuamente dentro gli eventi, senza lasciarci il tempo di elaborarli.
Tecnologia, tempo e trasformazione della politica
Non dovrebbe quindi sorprenderci che anche la politica abbia subito una trasformazione profonda. I cicli politici si sono accorciati, mentre la comunicazione politica si è adattata alla velocità dei nuovi strumenti. Un programma, per essere letto, compreso e valutato, richiede tempo e spazio. Un’emozione, invece, può essere trasmessa in pochi secondi. Una frase, un’immagine, uno slogan, una provocazione possono produrre un effetto immediato, mentre la costruzione di un progetto politico richiede pazienza, analisi e prospettiva. Ecco allora che l’elettore rischia di scegliere sempre più spesso non sulla base di ciò che è stato promesso per il futuro, ma sulla base di ciò che ha provato nell’istante presente. La politica diventa così una successione di emozioni: indignazione, paura, entusiasmo, rabbia, speranza. Si tratta di emozioni potenti, certamente, ma per loro natura rapide e mutevoli. Il consenso può crescere e crollare con la stessa velocità con cui una notizia diventa virale e poi scompare dalla memoria collettiva.
Informazioni, tecnologia e valore dell’attesa
Il paradosso è evidente: abbiamo conquistato strumenti capaci di mettere a nostra disposizione una quantità straordinaria di informazioni e, contemporaneamente, rischiamo di perdere la capacità di fermarci a comprenderle. Abbiamo sconfitto la distanza, ma forse abbiamo perso il valore dell’attesa. Abbiamo ridotto i tempi di comunicazione, ma anche il tempo necessario per ascoltare davvero. Possiamo raggiungere chiunque in qualsiasi momento, ma non necessariamente siamo diventati più capaci di incontrarlo.
Forse il problema, allora, non è la tecnologia. Sarebbe troppo facile e, probabilmente, ingiusto attribuire alle nuove tecnologie la responsabilità di tutto ciò. Il problema è piuttosto il rapporto che abbiamo scelto di instaurare con la velocità, con la riflessione e con il tempo.

