Coronavirus, uno tsunami povertà sulla Sicilia, reddito in forte calo per oltre 788.000 famiglie - QdS

Coronavirus, uno tsunami povertà sulla Sicilia, reddito in forte calo per oltre 788.000 famiglie

Patrizia Penna

Coronavirus, uno tsunami povertà sulla Sicilia, reddito in forte calo per oltre 788.000 famiglie

giovedì 30 Aprile 2020 - 00:00
Coronavirus, uno tsunami povertà sulla Sicilia, reddito in forte calo per oltre 788.000 famiglie

Luca Bianchi, direttore Svimez, sui rischi dell’assistenzialismo: “Tutelare i più deboli, se li facciamo rientrare nell’area assistenziale del reddito di cittadinanza rischiano di non uscirne più”. Aiuti a pioggia deleteri, si forniscano gli strumenti per andare avanti sulle proprie gambe

Sono oltre 788.000 le famiglie siciliane che hanno visto calare il proprio reddito a causa del Covid-19: l’indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat offre una fotografia impietosa dello tsunami povertà che si è letteralmente abbattuto sulla nostra Isola.

Andando più nello specifico, il 15% dei rispondenti, pari a circa 218.000 nuclei familiari, ha visto sparire oltre il 50% del reddito familiare, mentre il 10%, corrispondente a più di 145 mila famiglie, ha addirittura perso il 100% delle entrate. Sommando i dati si vede come a rinunciare a una fetta consistente del proprio reddito siano state circa 365.000 famiglie.

Alla dolorosa fase della conta dei danni dovrà adesso seguire quella, altrettanto difficile e dolorosa, della ricostruzione. Da dove ripartire? A nostre spese abbiamo imparato dagli errori commessi nel passato. Proprio il passato ci ha insegnato che elemosine e mance non hanno mai prodotto sano sviluppo e che la strada dell’assistenzialismo, troppo spesso imboccata nel tentativo disperato di risolvere in modo semplice e indolore le criticità che attanagliano il Sud, ha prodotto solo disastri.

La scelta più coraggiosa che il Governo Conte dovrà compiere è quella di avviare finalmente quelle riforme che da troppo tempo sono ferme. Dal sistema tributario al codice degli appalti, dallo sviluppo delle imprese alla sanità, fino ad arrivare alla scuola: il comune denominatore dovrà essere rappresentato dalla sburocratizzazione.

O si cambia, o si muore.

Luca Bianchi (Svimez) :“Tutelare i più deboli, se li facciamo rientrare nell’area assistenziale del Reddito di cittadinanza, rischiano di non uscirne più”

luca bianchi svimezDirettore Bianchi, Reddito di cittadinanza, aiuti una tantum: fino ad oggi la strada dell’assistenzialismo, soprattutto in Sicilia, ha prodotto effetti nefasti. Non ha anche lei l’impressione che, almeno in questa fase, si stia andando verso un modello di Stato fortemente centralizzato che dispensa aiuti a destra e a manca piuttosto che fornire ai cittadini, alle imprese e ai lavoratori, gli strumenti per andare avanti sulle proprie gambe?
“Lo tsunami povertà che si sta letteralmente abbattendo sulla Sicilia è dimostrato dai dati resi noti dalla Svimez in questi ultimi giorni. Nell’Isola il lockdown costa due miliardi e 100 milioni al mese in termini di minor valore aggiunto, con un terzo degli occupati colpiti dal blocco, di cui poco meno di 165 mila lavoratori indipendenti. La perdita di fatturato solo per questi ultimi è stata pari a ben un miliardo e 635 milioni di euro circa. In un solo mese di lockdown un lavoratore indipendente siciliano, e la stragrande maggioranza sono tali, ha perso mediamente 1.740 euro, che i 600 compensati ad aprile dallo Stato ristorano per circa un terzo. Occorre dunque in primo luogo evitare che tante piccole e micro imprese chiudano garantendogli con tempestività la liquidità necessaria non solo con prestiti garantiti ma anche con un contributo a fondo perduto. Vi è poi il tema di assicurare una tutela a tutti i lavoratori, precari, temporanei, intermittenti o in nero, che rischiano di perdere tutto con impatti rilevanti sulla tenuta sociale dell’area. Si tratta di una platea cui occorre dare risposta con uno strumento temporaneo di tutela universale dalla disoccupazione ma legato a percorsi di riemersione. Se li facciamo rientrare nell’area assistenziale del Reddito di Cittadinanza rischiano di non uscirne più”.

Per la Sicilia l’emergenza pandemica rappresenta un colpo durissimo ad un tessuto produttivo già molto fragile. A quali condizioni riusciremo secondo Lei a risalire la china?
“Se nella fase della ricostruzione l’apparato produttivo del Nord va supportato per evitare che si spenga il motore della crescita italiana, c’è anche un pezzo di Paese che viaggia a folle. E da parecchio tempo. La fase 2 deve essere pensata orientandosi verso una politica nazionale orientata alla ricostruzione dei diritti di cittadinanza del Mezzogiorno, dai trasporti, alla sanità, all’istruzione attraverso un’accelerazione della spesa per investimenti in infrastrutture sociali. E necessario poi ricostruire un modello di politica industriale per il Paese che consenta di cogliere le opportunità che già esistono nel Sud attorno alla green economy. E la Sicilia non può non essere al centro di questo processo. La crisi, già nella fase recessiva post 2008, ci ha insegnato che un modello di sopravvivenza come quello isolano, che ruota attorno al commercio e al turismo frazionato, è fragile. Che fare? C’è bisogno di ripartire dalle imprese, accompagnandole nei processi di innovazione, a partire dalla digitalizzazione. Non è vero che in Sicilia non si può fare impresa, e le buone performance degli ultimi anni delle imprese esportatrici siciliane lo dimostra. Penso al biomedicale o all’agroalimentare come settori di punta del sistema regionale. La fase 2 può questa volta ripartire da Sud?”.

La sospensione dei tributi ha solo rinviato i problemi, ai contribuenti serve ben altro

La ridefinizione del calendario fiscale prevista dal Dl Cura Italia e rivista dal Dl Liquidità concede ai contribuenti titolari di partita Iva la facoltà di sospendere i versamenti fiscali e contributivi relativi ai mesi di marzo e aprile. Apparentemente tale flessibilità, se da una parte concede un respiro dall’altra il posticipare i versamenti nasconde un potenziale soffocamento scaturito dall’accumularsi di scadenze future. Allo stato attuale, le aziende vivono un’emergenza esclusivamente finanziaria e la suddetta sospensione dei versamenti concessa alle imprese, a prescindere dall’attività economica esercitata, è comunque vincolata al verificarsi di una contrazione del fatturato rispetto ai mesi di marzo e aprile relativi al periodo d’imposta precedente.

La norma così scritta appare generica, confusionaria e di difficile attuazione pratica, poiché entra in contrasto con una tipologia di platea indubbiamente eterogenea alla quale si rivolge, composta da contribuenti trimestrali Iva, forfettari, imprese agricole senza scritture contabili e tanti altri, e di conseguenza non risulta chiaro come effettuare una comparazione riferita al fatturato o ai corrispettivi dei mesi di marzo e aprile 2020 sugli stessi mesi del 2019.

Inoltre, gli innumerevoli decreti e provvedimenti emergenziali non hanno tenuto conto che la contrazione economica si è manifestata in maniera non uniforme su tutto il territorio nazionale, rilevandosi slegata con una sospensione dei versamenti racchiusa e uniforme ai soli mesi di marzo e aprile, e al contempo si presenta discriminante nei confronti delle aziende dislocate su tutto il territorio nazionale.

Non sarebbe opportuno anziché prevedere indennità da una parte e sospensione dei versamenti dall’altra, creando l’ennesimo palleggiamento confusionario di norme e provvedimenti, attivare delle procedure semplificate volte ad agevolare una compensazione rapida di crediti maturati da parte dei contribuenti?

Maria Papotto

“Mi chiamo Alessandro e sono un invisibile. Né bonus 600 euro né Cig, noi dimenticati”
La lettera al Qds di un promoter di 32 anni di Cagliari

Alessandro ha scritto una lettera al QdS che vi riproponiamo. Ha 32 anni e vive in provincia di Cagliari ma la sua storia è quella di tanti altri giovani italiani che si sentono abbandonati dallo Stato:

Buongiorno,

mi chiamo Alessandro ho 32 anni e sono della provincia di Cagliari. Mi faccio portavoce a livello nazionale della categoria dei promoter/steward e delle altre figure che fanno parte delle attività ‘In-store promotion’, ovvero quelle figure professionali che, quando andate nei punti vendita della grande distribuzione, trovate sempre pronte a consigliarvi e darvi assistenza. Bene, la mia categoria vuole lanciare un forte grido d’allarme, in quanto siamo stati abbandonati dallo Stato. Solo una piccolissima parte dei colleghi ha avuto la fortuna di avere i contratti in ‘collaborazione coordinata continuativa in gestione separata Inps’ che consente di accedere al bonus dei 600 euro. La maggior parte dei colleghi, invece, è rimasta completamente fuori, sia dalle 600 euro, che dalla cassa integrazione in deroga in quanto, secondo alcune normative, anche se le date tra agenzia e promoter sono state concordate, ci deve essere per forza una chiamata, o addirittura, non avendo l’indennità di disponibilità, non abbiamo diritto a nessuna indennità.
Io e tantissimi colleghi abbiamo avuto un annullamento di tutte le date lavorative concordate per il mese di marzo, aprile e maggio, con conseguenze pesanti sul reddito. Oltretutto, tengo a sottolineare, che per una gran parte dei colleghi quella del promoter era l’unica entrata possibile.
Ora, io sono qui a chiedervi il vostro aiuto per fare sentire la nostra voce, come categoria, ci sentiamo invisibili per lo Stato. Noi, come categoria, chiediamo dei contratti che vadano a tutelare i nostri diritti, non che li calpestino. Noi, chiediamo, che la nostra categoria, abbia accesso alla cassa integrazione in deroga e che tramite essa, sia tutelato il nostro salario (già, di per sé precario) , in modo da indennizzare le ore lavorative perse, causa annullamento delle date promozionali legato al Covid-19. Siamo stati completamente dimenticati e la nostra categoria non è contemplata in nessun decreto, ed è per questo che ci sentiamo discriminati.

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