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Luca Verdone: “La satira non è finita, deve sempre far riflettere il pubblico”

Luca Verdone: “La satira non è finita, deve sempre far riflettere il pubblico”
Luca Verdone

L’autore romano racconta la sua idea di teatro, il successo e il rapporto con il fratello Carlo

CATANIA – Attraverso documentari, saggi e produzioni cinematografiche, ha saputo raccontare personalità, luoghi e vicende che hanno segnato la storia artistica italiana, con uno stile rigoroso ma al tempo stesso profondamente umano. La sua attività testimonia un impegno costante nella valorizzazione del patrimonio culturale, rendendolo una voce autorevole e sensibile nel panorama contemporaneo.

Luca Verdone firma la regia de “La scuola delle mogli” di Molière con la traduzione di Luca Micheletti. Prodotto dal Teatro Stabile di Catania, da domani al 18 giugno 2026 lo spettacolo verrà rappresentato al Cortile Platamone e vedrà in scena Agostino Zumbo, Evelyn Famà, Carmela Buffa Calleo, Rita Fuoco Salonia, Luca Iacono, Marcello Montalto, Liborio Natali e Pietro Casano.

Da Le nozze di Figaro alla Carmen: il legame di Luca Verdone con Catania

Catania ha segnato alcune delle pagine più importanti della sua carriera. Quali emozioni le suscita ripensare a quelle esperienze?

“Ho conosciuto Catania nel 2012 grazie all’allora sovrintendente del Teatro Bellini, Rita Gari Cinquegrana, successivamente passata allo Stabile, che mi invitò a mettere in scena Le nozze di Figaro. Fu un grande successo, destinato a ripetersi negli anni a seguire. Dopo ‘Le nozze di Figaro’ ho diretto ‘Un ballo in maschera’, ‘Cavalleria rusticana’, ‘Pagliacci’ e soprattutto una splendida edizione di ‘Carmen’ nel 2020. Quest’ultima ottenne un risultato straordinario: il teatro registrò il tutto esaurito ogni sera. Fu un successo persino superiore alle aspettative. Considerando che si trattava di una produzione realizzata con mezzi molto limitati, siamo riusciti a realizzare uno spettacolo di grande impatto”.

Attualmente è in scena con “La scuola delle mogli”. Quando si affronta un autore come Molière è più importante rispettare la tradizione o trovare nuove chiavi di lettura?

Il classico è eterno per definizione. Ciò che può essere discusso è l’allestimento. Se si salvaguardano i contenuti del teatro di Molière, rendendoli comprensibili e accessibili al grande pubblico, e li si interpreta con il giusto ritmo e una recitazione adeguata, allora quei contenuti tornano a vivere con naturalezza”.

Oggi, invece, assistiamo a una proliferazione di sperimentazioni spesso inutili e a un uso distorto delle nuove tecnologie…

“Molti registi non possiedono più una solida preparazione umanistica e non lavorano adeguatamente sui testi. Di conseguenza si formano attori poco preparati nella dizione, nella gestualità e nella recitazione. Si perde così il messaggio originario del teatro. Questo è il vero equivoco del nostro tempo“.

Che cosa ha voluto mettere maggiormente in evidenza nella sua regia?

“Ho cercato soprattutto la chiarezza. Come faccio sempre, parto dall’analisi delle parti e dei contenuti essenziali del testo e costruisco l’allestimento adattandolo alla sensibilità contemporanea. Dedico grande attenzione alle luci e agli spazi scenici. Non amo il realismo scenografico: preferisco creare ambienti simbolici, capaci di assumere un valore metaforico. In un certo senso, ho cercato di innestare il linguaggio del teatro moderno nell’universo di Molière”.

Ritiene che la cultura umanistica stia perdendo importanza tra i giovani? Con quali conseguenze?

“La società contemporanea è continuamente distratta da immagini, smartphone, social network e contenuti digitali. I tempi della riflessione si sono drasticamente ridotti. Non c’è più lo spazio per meditare su un pensiero, un’opinione o un avvenimento. La velocità imposta da piattaforme come Instagram e Facebook porta spesso a formulare giudizi immediati, ma poco approfonditi. I giovani risentono anche dell’indebolimento della cultura umanistica, che favorisce una certa superficialità. Tuttavia vedo emergere segnali di reazione da parte delle nuove generazioni e questo mi lascia qualche speranza”.

In una società sempre più polarizzata, la satira conserva ancora la sua forza dirompente?

“Il teatro di Molière resta fondamentale proprio perché la commedia e la satira sono strumenti ancora necessari. La satira non è affatto finita: deve continuare a esistere. Il suo compito è far identificare il pubblico con i personaggi e indurlo a riflettere sugli errori umani, sulla presunzione, sulla sete di potere e sull’arroganza. Temi che Molière ha saputo rappresentare magistralmente”.

Quando ha capito che la regia sarebbe stata la sua strada e non soltanto un’eredità familiare?

“L’ho capito molto presto. A tredici anni affiggevo manifesti nel corridoio di casa, sul Lungotevere dei Vallati a Roma. Disegnavo maschere della commedia dell’arte per pubblicizzare gli spettacoli che mettevo in scena nel teatrino domestico che mia madre mi aveva messo a disposizione. Anche lei amava il teatro delle marionette. Già allora sentivo che quella sarebbe stata la mia strada. Non saprei spiegare il perché: probabilmente è stato il destino”.

Crescere accanto a Carlo Verdone ha significato assistere alla nascita di uno dei protagonisti della commedia italiana. Le è stato subito chiaro che avrebbe lasciato un segno così importante nel cinema?

“Subito! Il suo primo spettacolo lo fece con me. Debuttammo insieme nel 1973, in una cantina teatrale romana. Io avevo vent’anni, lui ventitré. Portammo in scena un adattamento del Gargantua e Pantagruele di Rabelais, tratto da un testo che avevo scritto io. Carlo ottenne immediatamente un successo straordinario, pur senza rendersi conto fino in fondo delle sue capacità comiche. Durante le repliche alcuni attori si ammalarono e lui, per evitare l’interruzione dello spettacolo, interpretò anche i loro ruoli. Fu lì che nacque il suo trasformismo. Io curavo la regia e il testo, lui recitava. È nato tutto in quel momento”.

Come descriverebbe il carattere di suo fratello?

“È una persona molto riservata e tiene moltissimo alla propria privacy. Tuttavia, con grande senso del dovere, continua a mettersi a disposizione del pubblico. Lo fa con generosità, anche se questo comporta una certa fatica”.

Dopo una vita trascorsa tra immagini, storie e cultura, qual è la domanda che il cinema continua a porle senza che abbia ancora trovato una risposta definitiva?

“Mi chiedo perché oggi sia così difficile realizzare film che rispettino davvero l’umanità delle persone e delle loro storie. Non sostengo che si debba tornare al neorealismo, sarebbe anacronistico. Tuttavia il neorealismo ebbe un successo mondiale perché il pubblico si riconosceva nella verità dei racconti. Oggi, invece, prevalgono spesso il grottesco, l’eccesso e la spettacolarizzazione. Manca la misura. Naturalmente esistono ancora registi di grande valore, ma nella maggior parte dei casi vedo una forte tendenza a mettere sé stessi davanti alla storia che si vuole raccontare. Ed è questo che continua a interrogarmi“.