Il D20 Ludopub e La Perla Nera a Palermo, lo Sconzajoco Ludopub per chi preferisce recarsi a Monreale, il Glitch Pub e il Drunk Bros per Catania o ancora il Monkey Pub a Milazzo, per la provincia di Messina. Sono soltanto alcuni dei cosiddetti ludopub presenti in Sicilia.
Si tratta di locali che combinano pub con ludoteche per giochi da tavolo, console e intrattenimento sociale e che anche nell’Isola stanno cavalcando un vero e proprio boom di successo. Una motivazione legata con aspetti della socialità e della psicologia più che con una moda passeggera.
Il QdS è stato all’interno di alcuni di questi locali e conosciuto le storie di chi li frequenta per compagnia e divertimento, ma anche per contrastare le difficoltà relazionali, tra Millenials e Gen Z. Analizzando il boom di questo fenomeno con il professor Francesco Pira,
I ludopub, un fenomeno in crescita
In Sicilia sta prendendo forma un fenomeno sociale che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato marginale, quasi folcloristico. E invece oggi si impone come uno dei segnali più interessanti di trasformazione del tempo libero urbano: la diffusione dei cosiddetti ludopub.
Parliamo di locali in cui è possibile bere qualcosa – spesso energy drink più che birra – sedersi attorno a un tavolo, scegliere un gioco di società da uno scaffale affollato e iniziare a giocare con perfetti sconosciuti. Ma soprattutto, iniziare a parlare.
Il fenomeno è in crescita a Messina e in provincia, ma sta conoscendo un’espansione evidente anche a Palermo. Dietro l’estetica nerd, dietro dadi, carte, consolle e cabinati arcade, si muove qualcosa di più profondo: una domanda di socialità reale in una società che ha delegato sempre più relazioni agli schermi.
Una alternativa alla solitudine. Un rifugio per nerd. Chi parla di rifugi di anime. Semplici luoghi nei quali ritrovarsi, conoscersi e divertirsi senza trasgredire. In ogni caso, i ludopub sembrano rispondere a un vuoto che né la movida tradizionale né i social network sembrano riuscire più a colmare.
La socialità analogica batte l’isolamento digitale
Il successo dei ludopub è una piccola rivoluzione sociale. In un tempo dominato da relazioni mediate da app e social network, qui si torna a guardarsi negli occhi. Un modo perfetto per rompere il ghiaccio tra adolescenti e liceali. Per abbattere la timidezza. Per uscire dal proprio guscio. I clienti qui fanno amicizia. Tra i tavoli nascono coppie o persino collaborazioni professionali. È una socialità analogica che sembra quasi sovversiva, un ritorno al corpo e alla presenza.
Secondo le statistiche elaborate dall’aggregatore Statista, gli utenti internet mondiali hanno trascorso in media 141 minuti al giorno sui social media nel 2025, con picchi in Brasile (oltre 180 minuti). Il tempo totale online supera le 6 ore e 38 minuti giornalieri per gli adulti. Basti pensare che il dato, nel 2012 (primo anno di rilevazione, ndr), si attestava ad appena 90 minuti, fino ad arrivare al picco di 151 di media nel 2023. Ma per chi sveglie la vita analogica, cosa si trova all’interno di questi locali?
Tra scaffali, giochi e bevande energetiche: la liturgia del ludopub
Chi entra in un ludopub viene risucchiato in un vortice che trascina fuori dalla comfort zone domestica molti habitué della solitudine. I giochi non sono quattro scatole polverose messe lì per arredamento: se ne trovano a decine; talvolta anche a centinaia. Giochi semplici, party game, grandi classici come Risiko, Monopoly e Taboo. Ma anche titoli moderni, le cui saghe sono estremamente di moda nel sottobosco nerd.
Non è solo intrattenimento: è una macchina sociale. Il tavolo diventa luogo d’incontro, una partita a Cluedo un pretesto per rompere il ghiaccio, una sfida a Risiko un modo per “conquistarsi”. Si fa tardi senza accorgersene, perché dentro il tempo scorre veloce. E il tassametro resta invisibile. Sulle bevande, la scena è curiosa: poche birre, moltissimi energy drink, soprattutto di brand americani.
L’idea che i ludopub siano luoghi per adolescenti o studenti fuori corso non regge comunque alla prova dei fatti. Ci sono ventenni, certo, ma anche trentenni e addirittura quarantenni. Professionisti single, coppie di amici, colleghi d’ufficio, curiosi in cerca di un’alternativa alle serate nei pub affollati.
Nel recente passato il gioco da tavolo era considerato un ambiente maschile, poco incline alla presenza del gentil sesso tra carte da gioco e “maledizioni” da lanciare agli avversari. Oggi la musica è cambiata e non strano avere nel tavolo accanto un gruppo di sole ragazze che si divertano con il Pictionary. I ragazzi, invece, optano anche per i videogame retrò, in quei ludopub che ne sono dotati.
Viaggio nei ludopub siciliani
A Palermo uno degli epicentri di questo micro–movimento sociale ha sede nel “Ludopub Games e Drinks” di corso Calatafimi, a due passi dal centro cittadino. Un locale che, al primo impatto, sembra un incrocio tra una sala giochi anni Ottanta e il salotto di una casa abitata da studenti universitari.
L’ambiente è accogliente e inclusivo tra scaffali colmi di giochi da tavolo e luci soffuse. Qui il tempo scorre senza accorgersene. Ci abbiamo trascorso due ore di un venerdì sera: è sembrato star dentro per molto meno tempo. “Veniamo qui per divertici, ma anche per giocare e stare in compagnia. Anziché giocare online sulla Ps5, qui ci possiamo ritrovare di persona senza far casino a casa. Mia mamma non me lo consentirebbe”.
A parlare è M., giovanissimo studente universitario fuori sede che a Palermo studia presso la facoltà di Ingegneria. Con lui c’è F., anche lei studentessa universitaria ventenne, in questo caso di Lettere moderne. Chiacchiera con le sue amiche, giocano a Risiko. Ridono e si accompagnano con energy drink. Ha gli occhi decisamente pimpanti: non deve essere il primo della serata.
“Qui capita ci si ritrovi soprattutto nei weekend. Durante la settimana è più complicata far tardi per via delle lezioni, comunque ci si diverte in modo semplice. Non so se sia una moda o altro: posso solo dire che mi piace. E se il termine ludopub è inteso in maniera dispregiativa come per rimandare alla dipendenza, non è quello che mi rappresenta”.
I ludopub sparsi per la Sicilia sono location quasi fuori dal tempo. Luoghi neutrali dove nessuno viene giudicato per il proprio modo di essere o di vestirsi. La musica non suona troppo diversa neppure al Monkey pub di Milazzo. Qui qualche nerd in meno e qualche coppietta in più, ma poco cambia: si gioca anche tra questi tavoli.
Si cambia provincia, ma le sensazioni sono identiche e raccontano di una socialità pulita e un po’ old style. Dietro dadi, carte e joystick, i ludopub raccontano un bisogno collettivo: quello di spazi terzi tra casa e lavoro, tra isolamento e movida tossica. Non risolvono il disagio sociale. Ma lo intercettano. Lo accolgono. Lo rendono meno invisibile. E forse è per questo che, tra Messina e Palermo, continuano a moltiplicarsi. Perché in una Sicilia attraversata da solitudini silenziose, qualcuno ha ricominciato a costruire tavoli. E attorno a quei tavoli, pezzi di comunità.
Pira (Unime): “Il gioco come socialità, il rischio come dipendenza”
Il fenomeno dei ludopub – locali ibridi tra pub tradizionali e sale da gioco “sociale” – si sta diffondendo anche in Sicilia, intercettando soprattutto giovani e giovanissimi alla ricerca di esperienze ludiche condivise. Un trend che viene spesso raccontato come risposta “sana” all’isolamento digitale, ma che presenta un doppio volto meritevole di attenzione critica.
Una fotografia scattata ai microfoni del QdS da Francesco Pira, professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Messina. “Dal punto di vista sociologico – spiega il docente – è un fenomeno molto interessante perché avvicina persone che non si conoscono in luoghi che sono luoghi reali e non “non luoghi”, come quelli digitali, dove molti giocatori sono abituati a vivere il loro percorso ludico”.
I ludopub, dunque, come spazi fisici di incontro, in grado di “tirare fuori dalle abitazioni, lontano dagli schermi” soggetti che vivono la competizione e il gioco esclusivamente online. È l’aspetto più raccontato e più rassicurante: il gioco da tavolo, di ruolo o di carte come strumento di aggregazione, di condivisione, di costruzione di relazioni. “Lo fanno per cercare di trovare persone con cui condividere un’esperienza – osserva Pira – e quindi, dal punto di vista sociale, è interessante come esperimento”.
La narrazione edulcorata rischia però di nascondere dinamiche meno virtuose. “Il rischio che si corre è quello di non socializzare davvero – chiarisce – ma di aderire a gruppi di condivisione che sono comunque limitati a quel gioco”. Una socialità ristretta, autoreferenziale, che non sempre produce inclusione o relazioni significative, ma può invece rafforzare comportamenti ripetitivi e identitari legati esclusivamente all’attività ludica.
Il punto più delicato è quello che riguarda il possibile slittamento verso nuove forme di dipendenza. “Può essere un nuovo modo per sperimentare forme di ludopatia – avverte Pira –. Da una parte della medaglia può essere sicuramente positiva, però c’è sempre il rovescio: il fatto che può aumentare aspetti ludopatici che, come si è visto, sono abbastanza cronici in tante persone”.
Tradotto: il contesto cambia – dal digitale al fisico, dall’online al tavolo condiviso – ma le vulnerabilità restano. E in alcuni casi possono essere persino amplificate dalla ritualità dell’incontro, dalla dimensione di gruppo e dalla normalizzazione sociale del gioco continuativo. Un nodo cruciale, secondo il docente Unime, è quello della comunicazione e del marketing che ruota attorno ai ludopub.
“Il problema è tutta la comunicazione che avvolge questo mondo – sottolinea –: come esperienze tipo il ludopub vengono lanciate, vendute dal punto di vista del marketing, e come poi riescono ad attrarre persone che non sono portate soltanto a fare un’esperienza di gioco e poi chiuderla lì”.
Il rischio è che il format venga costruito per intercettare e fidelizzare soggetti già fragili, “persone che hanno una sorta di dipendenza che può diventare patologica”. In questo quadro, il ludopub non è più solo un luogo di svago, ma un potenziale moltiplicatore di comportamenti compulsivi.
Da qui la riflessione più ampia, che chiama in causa anche le responsabilità pubbliche. “Andrebbe fatto un ragionamento molto serio – conclude Pira – perché da una parte ci sono spinte a giocare, a scommettere, a investire tutte le proprie risorse nel gioco; dall’altra il costo sociale di un ludopatico è particolarmente esoso per lo Stato e quindi per tutti i contribuenti”.
Una frase che inchioda il dibattito al suo punto essenziale: dietro l’estetica “cool” dei ludopub e la retorica della socialità ritrovata, si muove un confine sottile tra intrattenimento e dipendenza. Un confine affatto sconosciuto per la Sicilia, terra già segnata da un’alta incidenza di gioco d’azzardo patologico.
Ludopatia: i dati dell’Isola
Il problema principale al quale fa riferimento il Professor Pira investe a piene mani proprio la Sicilia, dove sono presenti alcuni dei comuni italiani con il più alto numero di scommettitori in relazione al numero degli abitanti. Ci arriveremo. Perché c’è una cifra che racconta più di ogni altra la malattia collettiva dell’Italia: 157,4 miliardi di euro.
È questa la somma astronomica raccolta nel 2024 dal sistema del gioco d’azzardo legale nel nostro Paese, pari al 7,2% del PIL nazionale. Cifra superiore, di ben 20 miliardi, alla spesa sanitaria complessiva. Un dato agghiacciante, che parla di un Paese assuefatto alla scommessa, dove la speranza è in saldo e si consuma a colpi di “gratta e vinci”, slot digitali e roulette online. A certificare i numeri è stata negli scorsi mesi la terza edizione del “Libro Nero dell’Azzardo”, il volume curato da CGIL, Federconsumatori e Fondazione ISSCON.
Dirompenti i dati che testimoniano la crescita del fenomeno: +6,6% sul 2023, addirittura +42,5% sul 2019. Il volume denuncia con forza le ombre sistemiche che avvolgono la macchina dell’azzardo, tra dati secretati, ostacoli istituzionali e opacità funzionali al sistema stesso. Una macchia che in Sicilia si estende sempre di più.
Tre delle prime dieci province italiane per giocato online pro-capite si trovano proprio in Sicilia: Siracusa, Messina e Palermo. Tutte sopra la soglia dei 3.000 euro per cittadino nella fascia d’età 18-74 anni. Tra i comuni spiccano Patti (ME) con 6.452 € pro capite e addirittura quarto posto a livello nazionale. Poi Acate (RG), Floridia (SR), Corleone e Ficarazzi (PA), Siracusa città e Termini Imerese.
Un dato che si traduce in centinaia di milioni di euro trasferiti ogni anno dai conti correnti dei siciliani alle casse del sistema dell’azzardo. E che segna una crescita costante: nel 2024, in tutte queste province l’aumento della raccolta online è stato a doppia cifra. Il problema del gioco d’azzardo cresce in maniera esponenziale e soprattutto tra i giovanissimi.
E nonostante i minori di anni 18 non dovrebbero avere accesso al mondo del gambling, il 42% dei giocatori totali risiede proprio nella fascia d’età tra i 14 e i 19 anni. Nei ludopub il poker lascia il posto ai giochi da tavolo: per una socialità sana, lontana dal mondo delle dipendenze ma sempre con un occhio attento per contrastare l’universo sommerso della ludopatia giovanile.
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