Milano, 28 gen. (askanews) – L’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo ha inaugurato oggi il ventiduesimo Anno accademico nella Sala Rossa dell’Albergo dell’Agenzia, ponendo al centro tre assi portanti: contemporaneità, policrisi globale e centralità del cibo come leva per una buona vita. Ospite d’onore è stato il professore Paolo Vineis, epidemiologo ambientale all’Imperial College di Londra e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, che ha tenuto la lectio “Cibo, ambiente e salute: siamo a un punto di svolta?”.
Ad aprire la cerimonia è stato il Rettore Nicola Perullo, seguito dagli interventi delle rappresentanti degli studenti Elisa Carone ed Emma Maria De Andrea. Perullo ha distinto fra “attualità” e “contemporaneità”: la prima come sguardo appiattito sul presente, la seconda come capacità di tenere insieme passato, presente e futuro, anticipando ciò che deve ancora arrivare. Richiamando Edgar Morin e il concetto di “policrisi”, il Rettore ha insistito sulla necessità di una “testa ben fatta” più che piena: “La testa ben fatta è una testa multidisciplinare che vede tante prospettive contemporaneamente, che connette e unisce, il contrario della testa iper specializzata che frammenta il sapere”. Da qui l’idea che “il futuro non è già scritto, perché il futuro è ciò che facciamo ogni giorno”.
Guardando agli scenari che attendono l’ateneo, Perullo ha indicato come prioritari nuovi modelli di socialità e welfare, un futuro policentrico orientato alla buona vita e un’idea di università che superi la contrapposizione tra tecnofili e tecnofobici. “È necessario ragionare in termini di unità, collaborazione e decentramento globale” ha affermato, richiamando il concetto di “Universitas studiorum” come comunità in cui le parole chiave sono “conoscere, coltivare, condividere, collaborare” e in cui “studiare è anche il piacere di stare insieme”.
La visione si traduce in una riorganizzazione dell’offerta formativa: da ottobre 2026 la didattica sarà articolata in quattro macro aree corrispondenti ai corsi di laurea, dedicate a cultura, riflessione critica e territorio; tecnologia, innovazione e sostenibilità; economia, impresa e managerialità; salute, benessere e qualità della vita. Tra le novità spicca il nuovo corso triennale interateneo con il Politecnico di Torino “Food Tech for Ecological Transition”, che integra dimensione scientifica e umanistica. Perullo ha ribadito che la centralità del cibo non è “una protervia accademica” ma una necessità storica: inteso come “crocevia” attraverso cui leggere il mondo, il cibo consente di affrontare insieme giustizia ambientale, salute pubblica, equità sociale e innovazione tecnologica.
Le rappresentanti degli studenti hanno portato in aula le preoccupazioni della comunità studentesca: crisi climatica, ecoansia, disturbi del comportamento alimentare, uso politico del cibo nei conflitti globali. De Andrea ha ricordato che i gastronomi del futuro devono “essere custodi di una riconnessione tra anima e nutrimento”, mentre Carone ha chiesto a docenti e istituzioni di sostenere gli studenti nella costruzione di un pensiero critico non frammentato e capace di affrontare la complessità.
La lectio di Paolo Vineis ha proposto uno sguardo sistemico sul rapporto tra cibo, ambiente e salute, a partire dall’antropocene, l’era segnata dall’azione umana sul pianeta. Il professore ha discusso la tensione tra riduzionismo e approcci olistici: “Il riduzionismo consiste nel pensare che c’è una molecola per ogni problema. Ma sappiamo che in biologia vige la ridondanza”, ha spiegato, invitando a conciliare rigore scientifico e visione di sistema. Presentando ricerche condotte su 500.000 europei, ha mostrato come la biodiversità alimentare, intesa come varietà delle specie consumate, riduca la mortalità. Ha richiamato la dieta “3V” – “vrai, végétal, varié” – come modello che favorisce la salute umana e al tempo stesso riduce emissioni di CO2 e consumo di suolo.
Vineis ha parlato di “crimini di sistema” per descrivere le responsabilità diffuse nelle crisi planetarie, legate a strutture produttive complesse più che a singoli attori, e ha messo in guardia sul rischio che l’intelligenza artificiale cristallizzi visioni dominanti, marginalizzando le conoscenze tradizionali di popoli e culture altre, con un impoverimento della diversità culturale indispensabile per affrontare le sfide globali.
In chiusura è intervenuto il presidente dell’Università di Scienze Gastronomiche Carlo Petrini, che ha rivendicato il lavoro di Pollenzo nel portare il cibo da tema multidisciplinare a disciplina centrale in dialogo con tutte le altre. Ha ricordato che università come Harvard stanno studiando il modello pollentino e ha annunciato l’obiettivo di trasformare Pollenzo in un polo universitario integrato con le altre università piemontesi, aumentando la componente internazionale degli studenti dal 42% al 60% in tre anni. “Se rispettiamo le altre culture saremo in grado di avere anche riconoscimenti per la nostra cultura” ha osservato, legando diversità e cambiamento.
Riprendendo la relazione di Vineis, Petrini ha sottolineato che “tutto è connesso” e che a Pollenzo si è dato seguito all’intuizione di Brillat-Savarin, valorizzando le discipline connesse alla gastronomia lungo ventidue anni di lavoro. “”Il cibo deve passare da una dimensione semplicemente multidisciplinare a una dimensione centrale. Il cibo è la nostra vita, e concepirlo come centrale richiede consapevolezza”” ha affermato, aggiungendo che “”il gastronomo del futuro deve essere anche un soggetto politico””. La sua conclusione ha richiamato il tempo storico che l’università si trova ad abitare: “È finito il tempo della competizione. Si è aperto il periodo storico che dovrà basarsi sulla cooperazione e sulla condivisione”.

