Home » Rubriche » Stato confusionale » Mai dire Anac

Mai dire Anac

Mai dire Anac
Foto di kalhh da Pixabay

Corruzione in Italia, controlli aboliti e burocrazia inefficace: un’analisi critica su legalità, Anac e prevenzione del malaffare.

Certamente nessuno mette in dubbio che la corruzione rappresenti, in Italia e nel mondo, un problema grave, diffuso e di difficile soluzione, che compromette nel profondo, sia il corretto funzionamento delle istituzioni, sia la stessa vita democratica, proprio a causa delle “interferenze” che distolgono l’azione amministrativa dall’interesse pubblico. A cui si aggiunge anche il costo elevatissimo in conseguenza della scarsa qualità e dell’inadeguatezza dei servizi. Poiché è proprio in questi ambiti che si annida il malaffare e il profitto illecito.

Servizi efficienti e prevenzione della corruzione

Non vi è alcuno spazio per la corruzione in quei contesti in cui i servizi funzionano regolarmente, ogni diritto può essere esercitato e garantito in tempi congrui e senza alcuna mediazione illecita e la qualità degli appalti e delle forniture sia corrispondente ai costi sostenuti. Così come in quelli in cui sia attivo un vero sistema di controllo amministrativo.

Può sembrare banale, ma basterebbe semplicemente presidiare quelle condizioni per ridurre gli spazi di interferenza che alimentano il fenomeno corruttivo. Nessun balordo ha interesse a offrire scorciatoie amministrative o mediazioni illecite se le procedure sono regolari e facilmente accessibili. E nessun corruttore ha interesse a fornire prodotti e servizi, nel rispetto della qualità e del prezzo di mercato, perché non avrebbe alcun margine di vantaggio. Così come, nessun atto può dispiegare i suoi effetti illeciti, se preventivamente sottoposto a un controllo sulla regolarità amministrativa.

Abolizione dei controlli e riforma Bassanini

E invece? I controlli amministrativi, “per fare prima”, sono stati frettolosamente aboliti grazie all’allegra riforma Bassanini. E tutta l’attività di prevenzione si riduce alla stratificazione di pianificazioni, adempimenti, fogli di calcolo, indicatori di banalità, complessità operative, a cui sono collegate sanzioni pecuniarie o reputazionali nei confronti, non dei corrotti, ma di chi non rispetta le prescrizioni burocratiche.

Sarebbe come dire che si è operato un cambio di prospettiva: i nemici da contrastare non sono più i corrotti o quei soggetti che contrastano la legalità e la correttezza, ma quei funzionari che risultano inadempienti, perché non rispettano procedure e prescrizioni cervellotiche e senza alcuna utilità. E persino la legalità ha cambiato pelle. Con la produzione infinita di circolari, orientamenti, linee guida, pareri, deliberazioni, comunicati, si considera “fuori legge” chi non si allinea a questa pletora di disposizioni, spesso contradittorie, più attente ai vincoli che al funzionamento e persino in contrasto con le disposizioni normative.

Anac, Cassazione e principio di legalità

Al riguardo ha sorpreso (ma non più di tanto) che la Corte di Cassazione (ord. 28355/2023) abbia contestato all’Anac (Autorità nazionale anticorruzione), la violazione dell’articolo 1 della legge 289/2023, che si intitola proprio “principio di legalità”. Certamente non è una bella pagina della storia amministrativa. E non lo sono nemmeno le pagine seguenti, se si pensa, per esempio, che ancora oggi non si ha notizia del Piano nazionale anticorruzione 2025 che, proprio per effetto della legge anticorruzione, avrebbe dovuto essere adottato dall’Anac e pubblicato entro quell’anno.

Anticorruzione e “professionismo” istituzionale

Si ha invece la sensazione che, alla maniera del Marchese del Grillo, qualcuno ritenga che la propria “indipendenza”, corrisponda a licenza di sentirsi al di sopra del sistema normativo. E viene difficile pensare che questo possa essere il modello di contrasto alla corruzione che infatti dilaga indisturbata e sempre più sicura di non essere contrastata. Anzi, viene qualche sospetto che il buon senso ci impedisce di pronunciare, ma che Sciascia definirebbe come “il professionismo dell’anticorruzione”.