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Mancano duecento milioni l’anno di trasferimenti è questa la ragione della crisi dei Municipi siciliani

Mancano duecento milioni l’anno di trasferimenti è questa la ragione della crisi dei Municipi siciliani
Un momento del Forum con il presidente e il segretario generale di Anci Sicilia, Paolo Amenta e Mario Emanuele Alvano.

Forum con il presidente e il segretario generale di Anci Sicilia, Paolo Amenta e Mario Emanuele Alvano

Un confronto su questioni strutturali e non contingenti: ospite di questo Forum con il QdS, alla presenza del vice presidente di Ediservice, Filippo Anastasi, il presidente e il segretario generale di Anci Sicilia, Paolo Amenta e Mario Emanuele Alvano.

Recentemente l’Anci Sicilia ha fatto una proposta mirata a ottenere un riparto delle risorse più equo rispetto all’attuale. Quali risultati avete ottenuto?
Amenta – “La Conferenza ha trattato temi che ormai sono di dominio pubblico con quella famosa richiesta al ministero dell’Economia e delle Finanze di modificare il metodo di riparto dei fondi destinati ai Comuni siciliani. Abbiamo anche avuto la soddisfazione di sentire l’appoggio della Regione, visto che è stato deciso di fare una nota da inviare al Mef per sostenere questa nostra iniziativa. L’obiettivo è cambiare il metodo utilizzato finora”.

È un’iniziativa che interessa soltanto la Sicilia o avete coinvolto anche altre regioni?
Amenta – “L’iniziativa è nostra, ma sta chiamando in campo anche altri soggetti, come la deputazione eletta in Sicilia. I senatori siciliani si sono accorti, finalmente, che c’era discrepanza nel calcolo dei fondi rispetto a quello che bisogna fare dal Fondo di solidarietà comunale. Vogliamo che sia inviato ai Comuni quanto dovuto, così come accade nel resto d’Italia. In tutte le altre regioni viene calcolato il riparto attraverso il Fondo perequativo orizzontale, che prevede che i Comuni più ricchi diano fondi a quelli meno forti economicamente. C’è poi anche il metodo perequativo verticale, cioè intervento da parte dello Stato a sostegno dei Comuni più deboli. Il Fondo di solidarietà comunale viene costituito attraverso il prelievo di una percentuale dell’Imu che i cittadini pagano e, quindi, da quella piattaforma viene prelevato circa il trenta per cento con cui si costituisce tale riserva. Il Fondo di solidarietà comunale viene diviso tra tutti i Comuni, quindi ridistribuito a tutti quelli italiani, compresi quelli della Sicilia, con una leggera differenza. Fino a Reggio Calabria si ridistribuisce con il metodo perequativo orizzontale e, quindi, provando a mettere d’accordo la capacità fiscale di un territorio rispetto ai suoi fabbisogni, mentre in Sicilia ciò non avviene. I Comuni siciliani producono questionari che rimandano al Ministero, raccontando quale capacità fiscale ha l’Ente e quale fabbisogno c’è in termini di servizi minimi essenziali come asili nido, mensa scolastica, servizi ai disabili. Tutto viene fatto secondo la Legge 42/2009, la famosa legge sul federalismo fiscale, che i impone alcuni limiti e vincoli nell’impostazione di bilancio. La capacità fiscale in Sicilia è bassa, centotrentasei euro per abitante, mentre il fabbisogno è di quattrocentosessantuno euro. Da questo calcolo, fatto sia dalla struttura del ministero dell’Economia sia uno studio commissionato da Anci Sicilia attraverso la creazione di un gruppo di lavoro di esperti sulla materia, si è scoperto che mancano duecento milioni di euro ogni anno di trasferimento dal centro alla periferia dei Comuni siciliani”.

Alvano – “Tutto parte dalla Costituzione, dalle norme previste dall’art. 119 che prevedono che i territori più deboli possano avere risorse per erogare i servizi necessari. I due parametri sono la capacità fiscale del territorio e il suo fabbisogno. Se il territorio è ricco, ovviamente ha meno bisogno di aiuti. Però il meccanismo di distribuzione dei fondi è stato, sin dall’inizio, molto oscuro. E lo è tuttora. Dagli atti prodotti in base agli attuali calcoli vanno alla Sicilia seicentocinquantasei milioni circa. Secondo noi, dovremmo arrivare a ottocentocinquanta milioni. Quindi, non stiamo parlando di una cosa astratta, stiamo parlando di risorse che inciderebbero direttamente sulle famose finanze dei Comuni in difficoltà e, come diceva il presidente Amenta, direttamente anche sulla qualità dei servizi ai cittadini. Il meccanismo, come dicevo prima, è oscuro perché è gestito con coefficienti e parametri rispetto ai quali neanche un economista medio si riesce a regolare. Perciò, viene il sospetto che questo tecnicismo così elevato sia stato voluto”.

Questa carenza di risorse, quindi, è stata certificata anche dai rilievi del Mef…
Amenta – “La questione è venuta fuori perché abbiamo costituito un gruppo di lavoro, ma questa operazione è stata fatta anche dal Mef. Il Ministero ha rilevato che mancano dai centocinquanta ai duecento milioni e il dottor Salvatore Bilardo, responsabile della Finanza locale nazionale, che abbiamo incontrato più volte, ha praticamente sottolineato questo aspetto. Noi abbiamo anche ipotizzato di andare alla Corte costituzionale e il Ministero ha ammesso che qualora l’Anci Sicilia sottoponesse la questione alla Consulta, questa ci darebbe ragione. Per raggiungere dei livelli accettabili occorre mettere delle risorse, prelevando dai Comuni più ricchi e passandole a quelli più in difficoltà, che sono quelli meridionali. In caso contrario, la norma prevede che sia lo Stato a intervenire in termini di perequazione verticale. Quindi non sono più Milano o Roma che finanziano la crescita dei Comuni meno ricchi, ma direttamente lo Stato. Per evitare scontri territoriali, lo Stato deve fare una programmazione e rimettere dentro il Fondo quei duecento milioni destinati ai Comuni siciliani. Dobbiamo capire come lo Stato recupererà tale cifra, quindi ora diventa non più un problema di legittimità ma di azione”.

Alvano – “E qui si innesta un altro aspetto, perché l’organismo che presidia questa materia è la Commissione tecnica sui fabbisogni standard. Il problema è che, nonostante le premesse, lì non si è avuta questa accelerazione che tutti auspicavamo”.

Migliore dialogo con la Regione ma risultati ancora troppo lenti

Come giudica il rapporto con la Regione?
Amenta – “Viene riservata la giusta attenzione alle istanze dei Comuni e si è riaperto il dialogo sui contenuti. Mi sono ritrovato a dialogare con il presidente Schifani e abbiamo proposto delle strategie come Anci Sicilia, recepite anche dal presidente dell’Assemblea regionale Gaetano Galvagno. C’è un’apertura di dialogo e lo dimostra l’istituzione del Consiglio delle Autonomie locali. Il presidente Schifani ha detto che farà sua la nostra proposta di Anci Sicilia, l’approverà in Giunta e la manderà all’Assemblea regionale per l’approvazione finale. Finalmente, saremo l’unica Regione d’Italia in cui sarà istituito il Consiglio delle autonomie locali previsto nella Costituzione italiana. Di recente, è stata comunicata la fase di ricostruzione del Fondo delle Autonomie locali per garantire sempre più servizi e di qualità ai cittadini. Abbiamo fatto pressione sull’Assemblea regionale e adesso saranno nuovamente i Comuni ad autorizzare anche in Sicilia le manifestazioni pubbliche, mentre fino all’anno scorso questo compito spettava alla Questura. Quindi, c’è stata un’apertura al dialogo sia con l’Assemblea regionale che con la Presidenza”.

Alvano – “Valuteremo queste aperture nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Anche se c’è un dialogo costruttivo, i risultati concreti sono arrivati o arrivano troppo lentamente”.

Di recente avete avviato il progetto della Rete dei Musei siciliani. Quali risultati sono stati ottenuti?
Alvano – “È stato deliberato di proporre al Consiglio regionale, che è il nostro organismo deliberativo, la costituzione di una Fondazione che si occupi soltanto del progetto della Rete dei Musei. In generale, si occuperà di diverse attività culturali che hanno come sede principale gli Enti locali, quindi Musei, Biblioteche e altre azioni culturali. Questa potrebbe essere una strada per consolidare tutto quello che si è fatto per rilanciare il turismo nel territorio. Sarà costituita entro quest’anno”.

Amenta – “La Fondazione sarà staccata dall’Anci in modo tale da avere una strategia autonoma nella gestione”.

Alvano – “Vorremmo rendere sistematiche le azioni che abbiamo portato avanti fino ad adesso. Vogliamo far sì che vi possa essere un soggetto qualificato certo, maggiormente titolato a partecipare a progetti dove si possono erogare risorse. Occorre un soggetto che può interloquire all’occasione con la Regione o con le altre istituzioni per portare avanti le attività. In questo momento, noi abbiamo portato avanti il tema della valorizzazione attraverso comunicati, azioni, social, video. In realtà abbiamo anche iniziato a promuovere servizi di qualificazione dell’offerta museale attraverso un progetto finanziato con fondi Pnrr. Da un punto di vista della digitalizzazione, ora stiamo portando avanti un progetto per la fruizione dei Musei attraverso audioguide”.

Ripensare la sanità mettendo al centro il territorio

Cosa potete dirci del piano dell’assessorato alla Sanità sulla distribuzione degli ospedali di prossimità?
Amenta – “La sanità del territorio non può considerare solo le patologie, perché il tema ormai è chiaro. La società si sta modificando e lo scenario demografico è totalmente diverso. A breve avremo il trenta per cento della popolazione over 60, che auspicabilmente arriverà a novanta anni, ma è chiaro che stanno aumentando le patologie e, quindi, c’è bisogno di farmaci. Poi c’è la denatalità e quindi i giovani che sono sempre meno. Occorre reimpostare tutto. È inutile pensare a una rete ospedaliera con le vecchie condizioni quando la normativa prevede che si parta dal territorio. I piccoli borghi, per esempio, non hanno più il medico di base. Adesso si prevede la costruzione di Case di comunità, Ospedali di comunità e Centri operativi territoriali, cioè significa mettere insieme politiche sociali e politiche sanitarie. Il punto unico di accesso prende in carico l’utente e lo porta dentro la Casa di comunità, dove trova h24 dei medici di base che ruotano. Dentro la Casa di comunità si può trovare il medico specialista e così il il cittadino che ha problemi entra, il medico fa le analisi da dare alla specialistica e poi l’utente passa al ricovero presso l’Ospedale di prossimità. Occorre chiarire la riforma dei medici di base, perché o sono convenzionati o sono dipendenti dell’Asp. Però si deve anche collegare la sanità del territorio all’ospedale, perciò ci deve essere un unico disegno di sanità, puntando fortemente su strutture di qualità che facciano risparmiare gli oltre sette milioni di euro che portiamo fuori quando molti cittadini vanno a curarsi fuori dalla nostra regione. La richiesta sanitaria sta aumentando giorno dopo giorno e, se non la organizza e la si contiene, ci travolgerà. Non condividiamo questo modello sanitario siciliano, perché non approviamo più che si parli di rete ospedaliera o di rete di sanità: occorre pensare a una rete che comprenda il territorio organizzato, unitamente con gli ospedali finali che sono per gli acuti”.

Alvano – “Aggiungo che la nuova rete dovrebbe essere supportata anche dall’attività svolta dall’assessorato regionale della Famiglia, che fino a questo momento non è stato coinvolto”.

Amenta – “Nel 2017, finalmente riuscimmo a far approvare una riforma che prevedeva la nascita un ufficio integrato tra sociale e sanitario. È chiaro che fare l’assistenza domiciliare integrata significa mettere insieme sanità e welfare, ma le intenzioni sono rimaste lettera morta. La sanità è un mondo suo con risultati scadenti, mentre il sociale esiste per sé stesso. Insomma, c’è ancora da lavorare in maniera incredibile”.

Come può realizzarsi una comunicazione moderna da parte dei Comuni?
Amenta – “Noi abbiamo una nostra idea sulla comunicazione moderna. Oggi siamo in un’epoca dove, se uno fa e non comunica, non è bravo. Questo è il concetto che molti Comuni non hanno mai capito. Per risolvere questa sfida, o si realizza un servizio da cedere a un gruppo di Enti in unioni giuridicamente riconosciute. Ovvero, nei Comuni più grandi, occorre istituire un ufficio che non può che ruotare attorno al giornalista dell’Ufficio stampa, il cui lavoro deve arrivare ovunque. Perciò l’Ufficio stampa, oggi, ha bisogno di più figure, penso per esempio anche a un social media manager, quindi si deve organizzare una nuova pianta organica. Le priorità della comunicazione non possono essere relegate all’ultimo posto, anche se, oggi, è così. La comunicazione istituzionale deve fare un salto in avanti”.

Alvano – “Deve esserci una gestione integrata della comunicazione. Occorre capacità di dialogare con i social e va aggiunto un altro pezzo che è la valorizzazione del territorio. Pensiamo che occorre raccontare quello che il territorio offre. Se si ha un comunicatore all’interno del Comune, può raccontare i fatti in maniera più efficace. Quindi, mettendo assieme questi aspetti, si potrebbe chiedere alla Regione di sostenere anche questo tipo di assunzione, in virtù di una visione strategica”.

Il tema dei costi dell’energia

Le iniziative portate avanti in questi anni hanno avuto grande eco sia a livello locale che nazionale. Quali sono quelle che ritenete più importanti?
Amenta – Uno dei problemi principali dei Comuni è riuscire a mettere in equilibrio la spesa corrente. Anci Sicilia ha voluto lanciare una sfida sul piano nazionale sui contratti energetici. Cosa accadeva in Sicilia fino a pochi mesi fa? Un Comune che aveva un contratto con un fornitore di energia nel mercato libero, non appena ritardava il pagamento di una fornitura, scivolava nel mercato di salvaguardia. Cosa accadeva in Sicilia? Che il prezzo a kilowatt passava da zero a sessanta, contro i venti centesimi a kilowatt di altre parti d’Italia. Questa situazione accelerava la corsa verso il dissesto finanziario e l’abbiamo vinta, minacciando di impugnare la gara di fornitura per tutta Italia su questo mercato di salvaguardia. Questo parametro, definito Omega, adesso lo hanno riportato allo stesso livello della Lombardia, cioè da ventimila a ventiduemila. Un’altra battaglia che abbiamo vinto è stata quella di far crescere il Fondo delle autonomie, perché siamo passati da trecentocinquanta a trecentosessantacinque milioni. C’è l’impegno da parte del Governo poiché, quest’anno, la Regione avrà un avanzo importante di amministrazione per più di un miliardo e mezzo”.

Alvano – “Abbiamo incontrato l’assessore regionale al Bilancio nella sede dell’assessorato per la Conferenza Regione-Autonomie locali. Poi si sono discussi temi importanti come i riparti comunali, su cui noi abbiamo ottenuto già a dicembre un impegno del Governo ad aumentare il fondo di trenta milioni per i Comuni. Già in questo riparto provvisorio c’è un aumento. Quindi questo è un impegno che abbiamo in parte visto realizzare con primo un incremento, che aumenterà ancora. L’assessore ha confermato la volontà di mettere altri venti milioni in più e integrare quelli che riguardano i Liberi consorzi. L’assessore ci ha anche fatto i complimenti sulla questione del Fondo perequativo di duecento milioni. È partita al Mef una lettera a firma dell’assessore che ha condiviso col presidente Schifani, con cui si chiede un incontro anche con noi proprio per discutere questa vicenda. D’altronde, se ci sono duecento milioni in meno ogni anno, stiamo parlando di molto più di un miliardo in meno in totale. Quando si dice che i Comuni sono in dissesto, certamente c’è un problema per la riscossione dei tributi, ma un miliardo in più o in meno può fare la differenza”.

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