Quasi tre chilometri in più mare inquinato. Si allunga di tanto il tratto di costa in cui in Sicilia, rispetto all’anno scorso, non si potrà fare il bagno per questioni legate alle qualità delle acque. Il dato lo si ricava dall’analisi delle tabelle allegate al decreto con cui il dipartimento Attività sanitarie e Osservatorio epidemiologico della Regione ha ufficializzato i divieti di balneazione che saranno in vigore per il 2026. La stagione prenderà ufficialmente il via l’1 maggio e si concluderà il 31 ottobre. Il provvedimento, firmato a fine marzo dal dirigente generale Giacomo Scalzo, passa in rassegna gli obblighi per tutti gli enti coinvolti nel monitoraggio delle acque. Dalle Aziende sanitarie provinciali ai Comuni che, prontamente, dovranno intervenire anche con ordinanze temporanee nel malaugurato caso dovessero emergere situazioni critiche in corso d’opera.
Il primo confronto che salta agli occhi è anche quello più significativo perché risponde alla domanda che in molti si pongono prima dell’avvio della stagione calda: quali saranno le condizioni del mare quest’anno? Stando ai divieti di balneazione che dovranno essere apposti lungo le coste dell’isola, sono poco meno di 40 i chilometri dove in Sicilia non ci si potrà tuffare. Calcolatrice alla mano si tratta di 39.872 metri, cifra in aumento a quella comunicata all’inizio della scorsa stagione quando i divieti per inquinamento coprivano una lunghezza di oltre 37 chilometri.
Delle otto province che hanno uno sbocco a mare, ovvero tutte a eccezione di Enna, l’unica che non deve fare i conti con criticità legate ai valori degli inquinanti presenti in mare è Ragusa. Per il resto chi più chi meno anche quest’anno dovrà gestire l’offerta turistica nella consapevolezza che chi sceglierà la Sicilia come meta per le proprie vacanze potrà imbattersi nei cartelli che, nel comunicare i contenuti delle disposizioni adottate dai sindaci, svelano uno dei talloni d’Achille dell’Isola: la difficoltà di mettere a regime la depurazione dei reflui.
Depuratori insufficienti e scarichi in mare: le cause dell’inquinamento costiero
I motivi all’origine dei casi di inquinamento possono essere tanti, ma il più delle volte derivano dall’assenza o dal cattivo funzionamento degli impianti che gestiscono le acque sporche. I casi di scarichi in mare sono ancora oggi molto diffusi e la prova visibile la si ha nei periodi dell’estate in cui le località marittime vengono prese d’assalto dai turisti. Una pressione antropica che finisce non di rado per mandare in tilt i depuratori, lì dove perlomeno esistono. Perché è sempre bene ricordare come oggi siano molteplici le porzioni di costa dove gli impianti vanno ancora realizzati, e questo nonostante da tanti anni l’Unione Europea ha messo sotto infrazione l’Italia.
I divieti di balneazione, tuttavia, non sono determinati soltanto dalla presenza di inquinamento. La normativa in vigore prevede che scattino pure in altre circostanze, che tirano in ballo pericoli anche soltanto potenziali. Non si può infatti fare in bagno nei pressi delle aree portuali e dove insistono infrastrutture industriali o militari, e lo stesso vale nelle zone in cui – a prescindere dall’avvenuto accertamento di inquinamento – sfociano in mare fiumi, torrenti o le condotte degli stessi depuratori. I divieti poi sono previsti anche in tutte le zone – e non sono poche in Sicilia – su cui vigono ordinanze di Protezione civile per la presenza di dissesti che potrebbero determinare il distacco di costoni rocciosi e, di conseguenza, mettere a repentaglio l’incolumità dei bagnanti. Ultima circostanza in cui la Regione si pronuncia disponendo i divieti è quella che interessa le aree vincolate per la presenza di oasi naturali e riserve.
Mettendo tutte le voci insieme nel 2026 si arriva a oltre 446 chilometri di costa interdetti. Il dato in questo caso è in riduzione rispetto all’anno passato, quando il litorale inaccessibile era di circa 465 chilometri (su circa 1.600 km totali considerando anche le isole minori).
Per mappare le aree da porre sotto divieto quest’anno la Regione ha richiesto ai direttori dei Laboratori di sanità pubblica delle Asp di riferire anche su eventuali conseguenze negative, soprattutto dal punto di vista della sicurezza dei litorali, determinate dal ciclone Harry che a gennaio si è abbattuto sulla fascia ionica causando danni economici per oltre un miliardo.
Province siciliane a confronto: Palermo la peggiore, Ragusa la migliore
Passando all’esame dei dati su base provinciale, si può dire che la provincia con più chilometri interdetti è quella di Palermo, con le ordinanze che interesseranno oltre 116 chilometri. Di questi più di 15 e mezzo saranno legate a situazioni di inquinamento. In totale sono poco meno di una ventina i tratti di costa in cui le analisi dell’Asp hanno registrato valori oltre i limiti. Gli stessi ricadono, oltre che nel capoluogo, tra cui le zone di Sferracavallo e Mondello, anche nei comuni di Ficarazzi, Bagheria, Casteldaccia, Altavilla Milicia, Santa Flavia, Trabia e Termini Imerese. Per quanto riguarda i divieti causati dalla presenza di infrastrutture portuali o affini, il dato su Palermo supera i 41 chilometri. Una misura simile, invece, a quella che risulta non balneabile ma per la presenza di zone protette, tra oasi e parchi.
Se ammontano a 1730 metri le parti di litorali interessate da criticità sul fronte della sicurezza, è interessante la tabella riguardante le ordinanze che scatteranno nelle zone di immissione in mare di canali, corsi d’acqua e depuratori: in totale si parla di oltre 17 chilometri, però nell’elenco sono citati 19 punti in cui è assente la lunghezza del tratto off limits.
Seconda provincia per divieti è Messina, dove a incidere è anche l’arcipelago delle Eolie. Nel complesso si parla di più di 113 chilometri, dei quali poco meno di dieci a causa di inquinamento. Per oltre 21 chilometri la causa del divieto è legata alla presenza di aree portuali e infrastrutture, mentre per 6770 metri alle distanze da sicurezza da rispettare alle foci di torrenti, fiumi e valloni. Misurano invece oltre 70 chilometri le zone con criticità in materia di sicurezza. Il divieto di balneazione, per questione legata a vincoli di tutela ambientale, vigerà anche per cinque chilometri nella nota riserva del Laghetti di Marinello.
Segue la provincia di Siracusa. Qui in totale saranno più di 86 i chilometri interdetti, dei quali oltre quattro per accertati casi di inquinamento. Nello specifico le ordinanze riguarderanno la zona che va da 220 metri dal lato est del canale di Brucoli a 200 metri a sud dello scarico fognario ad Augusta, ma anche per oltre due chilometri dallo scarico Enel a Priolo fino al confine nord con il territorio di Melilli, e poi ancora in un tratto di 110 metri a Pachino e di 800 a Portopalo di Capopassero. Sulla costa aretusea saranno inoltre vietati oltre 73 chilometri per la presenza di aree portuali, industriali e militari, circa due chilometri in cui sfociano torrenti e fiumi e poi poco più di cinquemila metri per motivi di dissesto. Ufficialmente interdetti circa tre chilometri per parchi e oasi.
Al quarto posto della classifica delle province con più tratti interdetti si posiziona Trapani con più di 51 chilometri. Di questi – dato positivo – poco meno di 900 metri risultano inquinati; si tratta della foce del torrente Canalotto ad Alcamo e della foce del torrente Linciasella a Valderice. Il resto è dovuto ai tanti porti presenti, compresi quelli delle Egadi, per un totale di oltre 20 chilometri, a quasi 18 chilometri e mezzo di tratti in cui si potrebbero verificare crolli e agli oltre cinque chilometri tra zone che fanno parte di parchi o oasi. Il dato trapanese si compone anche di circa 5,9 chilometri di costa interdetta per via dell’immissione in mare di corsi d’acqua.
A Catania sono più di 28 i chilometri dove non ci si potrà fare il bagno. Di questi 3.668 metri sono interessati da criticità di natura ambientale: l’inquinamento colpisce la foce del fiume Alcantara nel tratto che arriva fino al territorio di Calatabiano, dove i problemi ci sono anche nel torrente Minissale. A Mascali divieti nei tratti in cui sfociano in mare i torrenti Anguillara e Macchia, mentre a Riposto nella zona dello scarico di via Colombo. Nell’Acese i problemi di inquinamento restano confermati in più punti a Capomulini, mentre ad Aci Castello il divieto di balneazione sarà nel lungomare Scardamiano e ad Acitrezza nel punto di immissione tra il porto Vecchio e via Marina. Infine nel capoluogo etneo, i cartelli saranno apposti nel tratto della via Villini a Mare, piazza Europa e nei tratti che vanno dalla stazione centrale al limite nord del porto e dal limite sud di quest’ultimo al torrente Acquicella. Le ordinanze riguarderanno quasi otto chilometri di aree portuali, circa tre e mezzo di tratti da immissioni di canali e torrenti e quasi quattro che risentono di problemi a livello di sicurezza. Sono quasi dieci, infine, i chilometri su cui vigono vincoli naturali.
La lista prosegue con i quasi 24 chilometri di costa interdetti nell’Agrigentino, dove le zone inquinate misurano in totale quasi tre chilometri e mezzo e ricadono nei comuni di Agrigento, Licata, Palma di Montechiaro, Realmonte, Sciacca e Siculiana. Ben dieci i chilometri con criticità inerenti possibili dissesti e altrettanti quelli che saranno oggetto di divieto per presenza di porti o immissioni di corsi d’acqua.
A Caltanissetta, dove i comuni con tratti di costa sono Gela e Butera, le ordinanze copriranno circa 16 chilometri di costa. Poco più di due quelli in cui l’inquinamento è stato accertato, il resto deriva dalla presenza di porti e complessi industriali, ma anche per quasi nove chilometri per problemi di sicurezza. A Ragusa, infine, le cose vanno meglio che altrove. Nessuna zona risulta intaccata da inquinamento, mentre i quasi dieci chilometri e mezzo di costa interdetta sono distribuiti in maniera equa tra aree in cui insistono i porti, foci di canali e corsi d’acqua e vincoli naturalistici.
Balneazione interdetta se le Asp non rispettano i calendari dei campionamenti
“Le refluenze negative sulla stagione turistica saranno di loro responsabilità”
“Il periodo di campionamento delle acque di mare, anche per l’anno 2026, avrà inizio nel mese di maggio e terminerà nel mese di ottobre”. La disposizione è contenuta nel decreto dell’assessorato regionale alla Salute con cui sono state diramate le disposizioni che dovranno essere seguite dai sindaci dei Comuni che hanno un affaccio sul mare e, che per un motivo o per un altro, dovranno firmare ordinanze sindacali per vietare la balneazione.
Tali provvedimenti fanno discutere da sempre, anche per la difficoltà a farli rispettare. Qualsiasi siciliano è a conoscenza di una zona di mare che nonostante sia interdetta ogni anno ospita bagnanti incuranti delle prescrizioni. Spesso a spingere le persone a violare i divieti è l’abitudine, altre il convincimento che basta dare un’occhiata alla superficie dell’acqua per stabilire se sia pulita o meno.
In realtà dietro l’intervento delle autorità ci sono dati scientifici che seguono una campagna di analisi previsti dalla normativa e regolati dalle indicazioni fornite dal ministero della Salute. “I prelievi di acqua di mare di pre-campionamento dovranno essere effettuati prima dell’inizio della stagione balneare e – si legge nel decreto firmato dal dirigente generale Giacomo Scalzo – potranno essere effettuati nel corso del mese precedente alla data fissata per l’effettuazione del primo campionamento”. Il provvedimento specifica che nei tratti di mare già vietati per inquinamento l’ordinanza può essere rimossa o modificata in vista della stagione successiva “solo a seguito di acquisizione di idonea documentazione, da parte dei sindaci dei Comuni interessati, attestante l’avvenuta messa in atto delle misure di risanamento o consolidamento dell’area interessata con l’effettuazione di ulteriori campionamenti di acqua di mare”.
Al contrario, nel corso della stagione balneare potrebbero verificarsi casi in cui singoli tratti di mare vengano vietati temporaneamente. Dovranno essere le Asp a fornire le coordinate geografiche per delimitare la zona su cui vigerà il divieto. “In mancanza della comunicazione delle coordinate geografiche, la zona da sottoporre a divieto temporaneo dovrà considerarsi quella di pertinenza del relativo punto di campionamento”, viene specificato. Il decreto si concentra poi sulle tempistiche con cui i provvedimenti dovranno essere adottati. Sia per ciò che interessa i sindaci, specificando che i cartelli metallici che notificano al pubblico i divieti dovranno avere una superficie minima di 80 centimetri per un metro ed essere in due lingue.
Alle Aziende sanitarie provinciali invece spetta l’effettuazione dei campionamenti in maniera tempestiva. “Il monitoraggio dei parametri dovrà essere effettuato, provvedendo ad eseguire un campionamento mensile di routine, al punto di prelievo individuato all’interno di ciascuna area di balneazione, dove si prevede il maggior afflusso di bagnanti – si legge –. I campionamenti potranno, in casi particolari documentati, essere effettuati entro e non oltre quattro giorni dalla data indicata nel calendario di monitoraggio. In caso di situazioni anomale, il programma di monitoraggio potrà essere sospeso per essere ripreso non appena possibile al termine della situazione anomala”. Così non fosse sulle Asp ricadrebbe una responsabilità non da poco.
“Il mancato rispetto del calendario dei campionamenti dell’acqua di mare, non idoneamente giustificato o recuperato nei tempi previsti – viene specificato nel provvedimento – non consentirà la balneazione del tratto di mare interessato per la successiva stagione balneare; pertanto, le possibili e inevitabili refluenze negative sulla correlata stagione turistica e commerciale dei territori interessati, ricadranno interamente nella responsabilità della direzione strategica dell’Azienda sanitaria”.

