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Maria Grazia Spillantini, una vita a Cambridge per studiare le demenze

Maria Grazia Spillantini, una vita a Cambridge per studiare le demenze

Un nuovo episodio del podcast “Italiane delle scienze”

Roma, 20 giu. (askanews) – Maria Grazia Spillantini, neuroscienziata, studia le malattie degenerative del cervello da quasi quaranta anni in Gran Bretagna: è la protagonista del nuovo episodio di Italiane della Scienza”, un podcast della rubrica SGUARDI prodotta da askanews e ideata da Alessandra Quattrocchi.

Spillantini in un laboratorio di ricerca a Cambridge fece il dottorato con l’incoraggiamento di Rita Levi Montalcini, poi provò a tornare in Italia al CNR, dove si scontrò con il nepotismo, così tornò a Cambridge, all’università, per fare ricerca come voleva. Abbiamo parlato dell’ambiente accademico e della ricerca in Italia e dei suoi mali; dello Spillantini Lab e delle speranze per l’Alzheimer, il Parkison e la demenza fronte temporale.

Rita Levi Montalcini incoraggiava gli scienziati quando si può tornare in Italia. Lei a un certo punto ci ha provato al CNR; cos’è che non ha funzionato?

“Vengo da un paesino delle montagne. Non avevo santi in paradiso e sono arrivate altre persone che invece ne avevano molti e quindi il mio posto era ambito” racconta. “Rita ha provato a farmi andare da lei, ho ancora la lettera scritta di trasferimento. Però era in pensione, quindi non era possibile. E un giorno mi disse ‘Cara, cosa vuoi fare in questo ambiente?’ E a quel punto era come se mi desse la benedizione di fare quello che volevo. Scrissi immediatamente al CNR che dava le dimissioni. Tornai tre giorni dopo in Inghilterra, trovai un post da post-doc all’università di Cambridge e ora sono trent’anni che sono lì, prima da post-doc poi come lecturer, e dal 2007 come professore ordinario”.

Così l’Italia decenni fa ha perso un’altra ricercatrice che oggi a Cambridge guida il suo “Spillantini Lab” dove si fa ricerca su tutti i tipi di demenza; ha identificato il ruolo della sinonucleina che è componente dei depositi di proteine nei malati di Parkinson e di demenza con corpi di Lewy, ha identificato le mutazioni del gene MEPT come cause ereditarie della demenza fronte temporale.

“Ora sappiamo molto di più di quello che è associato con la malattia e quindi che cosa la causa” spiega. “Ancora non c’è una cura, però negli ultimi cinque anni sono stati fatti dei passi notevoli, e quindi si spera che qualcuno di tutti questi farmaci che sono testati al momento possa funzionare. E questi farmaci sono soprattutto indirizzati alla neuro patologia che causa la disfunzione cerebrale. Il meccanismo generale è lo stesso: ci sono delle proteine normalmente presenti nel nostro cervello, che a un certo punto non sappiamo per quale ragione in alcune persone iniziano a non andare più dove dovrebbero. Rimangono nel mezzo della cellula senza una direzione ben precis,a e quando si incontrano due che sono complementari, iniziano a formare dei piccoli aggregati. Probabilmente si formano sempre, solo che nel cervello dei giovani si possono degradare, quindi vanno e vengono, ma con l’età la capacità del nostro cervello di degradarli è molto, molto ridotta e quindi cominciano a reclutare quello che hanno intorno. Così vengono fuori le placche e questi aggregati più grandi che si possono poi vedere nel cervello dei pazienti, nelle placche dell’Alzheimer e i corpi di Lewy, nel Parkinson o altri nel motoneurone disease”.

Lo sforzo è dunque trovare delle medicine che blocchino la malattia. Anche quando si troveranno, “il problema” dice Spillantini “è soprattutto nelle forme che non sono ereditarie, quindi non sono prevedibili. Quindi è quello che si sta cercando di fare: capire qual è l’inizio per non aspettare quando ad esempio la persona o la persona con il Parkinson non si muove più bene; capire prima per evitare che ci sia questa diffusione di tutti questi aggregati nel cervello”.

Spillantini racconta anche la sua amicizia di giovane scienziata con Rita Levi Montalcini: “Ho un ricordo bellissimo, lei mi chiamò per una interview a Roma, cominciò subito a mettermi a mio agio e si mise al microscopio. Mi fece vedere come sezionare un embrione di pollo con l’ago. Cominciammo a parlare di tutto, della mia famiglia, del lavoro, cosa facevo a Firenze, e poi passavano delle persone nel corridoio e le salutava; da quel momento poi nacque una specie di profonda amicizia.” Nella sua esperienza al CNR ha incontrato, dice, un modo di fare ricerca molto diverso da quanto accade fuori Italia: “se tu vuoi fare ricerca non c’è bisogno di firmare il cartellino; vuoi andare a lavorare. Il problema è che alcuni esperimenti non finiscono alle cinque, alle sei; e quindi anche con altre ragazze saltavamo i cancelli per andare a mangiare la pizza e si ritornava indietro. E poi c’era un po’ di nepotismo. Per me alla fine andarmene è stato un bene. Ma io conosco tanti italiani che molto spesso non avevano qualche santo in paradiso e si sono ritrovati che l’unico modo per poter fare quello per cui avevano passione, era andare all’estero e solo così hanno avuto successo. Come si fa a cambiare in Italia non lo so. E poi è nel nostro carattere forse… siamo abituati così”.

“Italiane della scienza” è un podcast reperibile su tutte le piattaforme di streaming, sul canale YouTube di SGUARDI e nella sezione “SGUARDI” del sito di askanews.