Masada (Israele), 7 feb. (askanews) – C’è un momento, salendo verso Masada, in cui il deserto della Giudea da paesaggio straordinario accompagna il visitatore italiano nella letteratura. La roccia che emerge dal nulla, la fortezza che vigila sul vuoto, l’orizzonte dove non arriva nessuno: è la stessa geometria del Deserto dei Tartari. Fortezza Bastiani traslata nel Vicino Oriente antico, con la differenza che qui i Tartari arrivarono davvero, e quando arrivarono portavano le insegne di Roma.
La mesa si innalza di colpo dal deserto, quattrocento metri di roccia verticale. A due ore di auto da Gerusalemme, nella depressione maggiore del mondo – quattrocentotrenta metri sotto il livello del mare – Masada è dal punto di vista simbolico uno dei luoghi più carichi di significato di Israele, mito fondativo dello Stato moderno, ma anche oggetto di riletture critiche negli ultimi decenni.
Oggi è diventata il fulcro di una regione che Israele e Giordania puntano a rilanciare sul piano turistico dopo lo stop del turismo imposto dalla guerra. Il Mar Morto come destinazione particolare: resort, spa naturali, fango nero carico di minerali, galleggiamento in acque dieci volte più salate dell’oceano. E dove da sette anni si svolge la Dead Sea Marathon, in un paesaggio unico al mondo, con settemila atleti alla partenza che corrono su tratti di sale indurito dal sole.
Il Mar Morto però perde un metro di livello ogni anno – fiumi deviati, industrie estrattive – mentre il turismo cerca di ripartire attraverso investimenti per un nuovo Dead Sea Valley Tourism Complex che prevede migliaia di camere e nuove strutture ricettive.
Ed è qui, affacciata su questo mare che si ritira, che Erode il Grande costruì uno dei suoi palazzi-fortezza. Un bunker di lusso con bagni romani, affreschi, cisterne scavate nella roccia. Un luogo dove nascondersi.
Poi venne la Grande Rivolta. Nel 66 d.C. i Giudei si sollevarono contro Roma. Quando nel 70 Gerusalemme cadde e il Tempio bruciò, un gruppo di zeloti si arroccò a Masada. Novecentosessanta persone – uomini, donne, bambini – convinte che Roma avrebbe lasciato perdere.
Roma non lasciò perdere mai. Nel 72 arrivò Flavio Silva con la Decima Legione. Ottomila soldati, otto campi fortificati, un muro di circonvallazione. Poi cominciarono a costruire una rampa. Pietra su pietra, terra battuta, tronchi trasportati da chissà dove. Gli assediati guardavano quella lingua di terra salire, inesorabile. Silva faceva avanzare gli schiavi ebrei in prima linea: gli zeloti scelsero di lasciar crescere la rampa piuttosto che uccidere i propri fratelli.
Ci vollero mesi. Quando la rampa toccò le mura e l’ariete sfondò il muro difensivo, Eleazar ben Yair parlò ai suoi. Disse che la libertà era meglio della schiavitù, che la morte era meglio dell’umiliazione. Novecentosessanta persone – è il racconto – si uccisero quella notte. Bruciarono tutto tranne le scorte di cibo, per far capire ai Romani che non era la fame ad averli vinti.
Quando i legionari entrarono, trovarono il silenzio. Due donne e cinque bambini nascosti in una cisterna raccontarono.
La storia viene da Giuseppe Flavio, unica fonte del racconto, e oggi in Israele è ampiamente messa in discussione. Gli scavi hanno restituito pochi resti umani e indizi ambigui, troppo poco per confermare, nei termini epici tramandati, un suicidio di massa così come è stato raccontato. Eppure Masada è diventata mito fondativo per Israele moderno. “Masada non cadrà mai più” era il giuramento delle reclute dell’esercito.
Oggi è patrimonio Unesco. Si sale con la funivia o all’alba a piedi. Si cammina tra i resti del palazzo di Erode, la rampa di Silva ancora lì, pietrificata. Il Mar Morto brilla in fondo, circondato da quella crosta bianca che avanza mentre l’acqua si ritira. I turisti si fanno selfie, comprano minerali, poi scendono a galleggiare.
La verità storica forse non la sapremo mai. Ma Masada resta il luogo dove l’assedio diventa metafisica, dove l’attesa prende forma nel paesaggio. Come a Fortezza Bastiani, ciò che conta non è l’evento, ma il tempo che lo precede: il deserto che scruti, la rampa che sale, la certezza che il confine, prima o poi, sarà messo alla prova.
Di ciò che accadde davvero su quell’altopiano restano un racconto, poche tracce materiali e un mito che ha attraversato i secoli, cambiando significato a seconda di chi lo guarda.
Poi si scende. Il deserto resta. La fortezza anche.

