Home » L’intervista » Midiri, rettore UniPa: “Trattenere i cervelli e dar loro slancio per investire”

Midiri, rettore UniPa: “Trattenere i cervelli e dar loro slancio per investire”

Midiri, rettore UniPa: “Trattenere i cervelli e dar loro slancio per investire”
Massimo Midiri, rettore Università di Palermo

Avviate importanti sinergie istituzionali per spingere i giovani a scommettere sul territorio e puntare sulle proprie capacità

PALERMO – Sul tema della ricerca abbiamo intervistato in esclusiva il rettore dell’università di Palermo, Massimo Midiri, con il quale ci siamo concentrati sui dati deludenti riguardo ai brevetti sfornati dalla Sicilia. Il numero uno dell’Ateneo ha parlato di investimenti in atto e in arrivo prossimamente per trattenere i cervelli siciliani, dei progetti in corso e del cambio di marcia impresso dalla Regione per connettere l’Università al mondo del lavoro.

I dati del 2025 mostrano che la Sicilia incide solo per lo 0,67% sulle domande nazionali di brevetto per invenzione industriale, a fronte di un peso demografico di circa l’8%. Qual è, a suo avviso, il ruolo dell’Università di Palermo nel colmare questo divario e quali strategie concrete state mettendo in campo per trasformare la ricerca accademica in brevetti e trasferimento tecnologico?
“Le operazioni che abbiamo messo in atto sono state diverse. Da un lato abbiamo trasformato il Consorzio Arca, che era nato in realtà con questo progetto di incubatore di idee progettuali nel lontano 2010, e poi era diventata una sede in cui si facevano progetti europei. Oggi ritorna a essere quello che doveva essere, cioè ospitare dei player di carattere nazionale e internazionale del calibro per esempio di Deloitte, Eht, Materias. Sono tutte delle aziende che hanno portafogli con settanta e anche oltre cento realtà nazionali e internazionali che hanno un doppio scopo. Uno è quello di trovare cervelli da assumere in queste aziende, quindi già c’è la prospettiva di lavoro per il giovane palermitano che frequenta UniPa. Può conoscere aziende di fama nazionale e internazionale. Il secondo scopo è, invece, quello di promuovere l’incubazione di idee progettuali. I nostri dottori di ricerca producono quasi tutti idee progettuali molto importanti. Il problema è come l’idea poi possa diventare brevetto. C’è una fase estremamente complicata, che è quella della sostenibilità economica, del finanziamento iniziale, insomma qualcuno che dia i fondi per i primi elementi costruttivi. Perché se parliamo di ingegneria meccanica e robotica, ci sono degli investimenti iniziali anche importanti e tutto ciò ha limitato fino a ieri questo tipo di idea. Oggi i ragazzi sanno che possono diventare imprenditori di sé stessi attraverso queste aziende che fanno dell’incubazione e questo è il primo elemento fondamentale che abbiamo messo in campo. Un ultimo esempio è stata una società che si chiama Venisia, diretta dal professore Carlo Bagnoli, che è un ordinario di Economia. Ha fatto un esperimento su un tema molto specifico, che era quello dell’ambiente e della biodiversità e ha portato a maturazione dodici idee progettuali dei nostri dottorandi e dei nostri ricercatori. Ben otto in soli cinque mesi. Questa è la dimostrazione di come il fenomeno sta assumendo una rilevanza veramente importante. Tutte queste realtà sono state finanziate, quindi sono sorte otto start up. Un’Università come la nostra è in grado di offrire molte più idee, quindi oggi piano piano i ragazzi cominciano a capire che il posto fisso non è l’unico punto d’arrivo. Cominciano quindi a ragionare sul fatto che con un aiuto adeguato possono diventare imprenditori. Nel prossimo bilancio riserverò una quota dell’Ateneo per investire sulle idee progettuali dei ragazzi. Questa sarà la dimostrazione che UniPa crede nelle idee progettuali più innovative, più sfidanti, per dare il segnale di un cambio di passo. Abbiamo fatto contemporaneamente anche un importante cambiamento nei corsi di laurea, dando maggiore peso alle informazioni del saper fare e non soltanto del sapere. Sappiamo che sono due cose abbastanza distinte: una cosa è la conoscenza accademica di un problema, una cosa è la conoscenza che si trasferisce e lì avviene il trasferimento tecnologico. Quindi questi ragazzi cominciano ad apprendere discipline con un piglio molto più pratico, per affrontare il mondo del lavoro, quello che poi alla fine l’imprenditore chiede all’Università”.

Le aree accademiche più dinamiche a livello nazionale sono “Salute e Biomedicale”, “Chimica e Nuovi Materiali” e “Macchinari e Attrezzature”. In quali di questi ambiti l’Università di Palermo ritiene di avere un potenziale competitivo reale, e come intendete rafforzare il collegamento tra laboratori universitari e sistema produttivo regionale?
“Il lavoro fatto dal Pnrr ha lasciato a Palermo delle eredità importanti. Lo sta lasciando sicuramente nell’ambito dell’ingegneria robotica e meccanica, non ci sono dubbi. Poi abbiamo una chiara presenza nell’ambito dell’ambiente e dell’economia circolare e anche sulla salute abbiamo delle innovazioni molto importanti, basta pensare al progetto che vede Palermo come hub centrale di un partenariato veramente importante con più di venti Università e strutture private. Oggi si stanno cominciando a realizzare a Palermo anche i primi vaccini, i primi farmaci, quindi stiamo introducendo innovazione anche in un settore completamente vergine. Non si era mai parlato di biotech in ambito siciliano, almeno nell’area occidentale. Questo collegamento tra laboratori universitari e sistema produttivo regionale si concretizza nel fatto che finalmente l’assessorato alle Attività produttive ha esitato alcuni bandi che sono stati concertati con l’Università di Palermo. Abbiamo avuto finalmente l’idea di influenzare positivamente il legislatore, il politico, nel fare dei bandi che coinvolgono startup e innovazione”.

Il Nord Italia concentra oltre il 70% delle domande di brevetto per invenzione industriale, con regioni come Lombardia che da sola sfiora il 30%. Ritiene che il problema per la Sicilia sia principalmente legato alla carenza di grandi imprese innovative, alla debolezza degli investimenti in R&S o a un deficit culturale nella tutela della proprietà industriale? E quale può essere, in questo scenario, la responsabilità e la leva strategica dell’Ateneo palermitano?
“Secondo me ci sono tutte e tre le componenti, con diverse percentuali, perché è notorio che la parte occidentale della Sicilia non ha un tessuto di grandi industrie. Nella parte occidentale dell’Isola abbiamo la piccola e media impresa, che chiaramente sconta un problema di gap culturale perché vive di pochi elementi e anche di una crescita non particolarmente raffinata in termini di attività industriale. Ma certamente c’è un problema di cambio di paradigma, perché la Regione vuole investire sull’Università per attrarre i cervelli. Trattenere i cervelli che abbiamo e dare loro lo slancio per investire su tecnologie avanzate come robotica, informatica e biotech. Le pressioni della Regione sono importanti in questo senso, credo che nell’arco di qualche anno si potranno cominciare a ottenere risultati tangibili”.