Medicina legale ai tempi del Covid, rischi di contagio minimali - QdS

Medicina legale ai tempi del Covid, rischi di contagio minimali

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Medicina legale ai tempi del Covid, rischi di contagio minimali

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mercoledì 24 Marzo 2021 - 11:47

La professoressa Antonella Argo, ordinario di medicina legale al Policlinico di Palermo, parla delle criticità medico legali ai tempi del Covid-19: "Precise indicazioni dal ministero della Salute".

Con la professoressa Antonella Argo, ordinario di medicina legale al Policlinico di Palermo, abbiamo parlato delle criticità medico legali ai tempi del Covid-19.

Argomento di complessa e articolata trattazione, così come
tutto ciò che riguarda il Coronavirus, in quanto trattasi di una nuova infezione
con caratteristiche peculiari che ancora sono in fase di studio anche dal punto
di vista medico legale. Il particolare e recente contesto provocato da questo
virus, ha richiesto, infatti, un tempo di rodaggio come per altri ambiti.

Quali le principali
criticità che avete riscontrato?

“Le criticità per le attività che noi espletiamo sono molteplici; dobbiamo strettamente aderire alle indicazioni provenienti dal Ministero della Salute; già dall’inizio della pandemia infatti è stata predisposta una procedura che consentiva di rendere minimale il rischio di contagio, correlato all’osservazione del cadavere. A tal proposito non abbiamo ad esempio ancora certezze che non vi sia una diffusione del virus attraverso vestiti che possano avere ancora fluidi biologici della salma stessa.

Tra le principali criticità vi è la necessità di contenere anche la minimale e remota diffusione del virus già nella fase di ispezione cadaverica, cioè quando si effettua la prima ricognizione della salma sia all’interno della struttura ospedaliera, sia al di fuori della struttura ospedaliera; pensiamo ad esempio un decesso a casa, oppure in strada o ancora perché la persona è vittima di un atto di violenza. Nella successiva, ulteriore fase di accertamento autoptico, bisogna osservare scrupolosamente la normativa che impone per esempio di effettuare un’attività di autopsia giudiziaria o di riscontro diagnostico, con una procedura di aspirazione in negativo dell’aria proprio per ridurre al minimo la possibilità di veicolazione e diffusione dell’agente virale; queste nuove procedure hanno determinato anche una riorganizzazione di tutte le attività”.

Esiste un protocollo
con dei criteri da mettere in campo?

“Per quanto riguarda l’attività ospedaliera, già nel marzo dell’anno scorso, abbiamo attuato una procedura che minimizza, nel momento in cui il paziente decede, la possibilità di contagio e dunque di pericolo per tutti gli operatori sanitari e questo documento si è allineato perfettamente alle indicazioni del Ministero della Salute. Nel contesto sovrannazionale, quindi a livello europeo e mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dato indicazioni a riguardo e noi anticipando i tempi rispetto ai documenti che sono stati prodotti successivamente ci siamo trovati in assoluta sintonia nelle procedure che avevamo adottato e pubblicate sul sito aziendale. Aggiungo che per quanto riguarda le attività di ispezione cadaverica abbiamo lavorato in sinergia con la Procura della Repubblica, cercando di minimizzare, per quanto è possibile, perché il livello di rischio zero non esiste, la possibilità di trasmissione di contagio, sempre in osservanza alle indicazioni ministeriali e dell’Istituto Superiore di Sanità che riguardano il settore funebre, cimiteriale e tutta l’area del post mortem”.

Quanto è importante
il ruolo del medico legale ai fini della prevenzione?

“È un ruolo certamente importante perché una diagnosi di accuratezza nel post mortem, la si effettua rivalutando complessivamente tutti i dati che possono emergere dal trattamento del materiale biologico e da un approfondimento di indagini strumentali, per esempio tutte le indagini di laboratorio che si possono effettuare post mortem. È importante e ancora di più potrebbe esserlo, se ci fosse la possibilità su molti casi di deceduti Covid-19 o sospetti tali che questi possano essere rivalutati e riconsiderati effettuando delle attività di sala settoria. Il problema principale rimane che tali attività sono contingentate e limitate per la carenza organizzativa e soprattutto per una carenza strutturale di sale settorie adeguate. Questo certamente non ha facilitato il compito su tutto il territorio nazionale, ma anche a livello europeo, e quindi ha ridotto la possibilità di approccio a uno strumento che comunque rimane fondamentale per la rivalutazione della diagnosi clinica sui resti della salma”.

Veronica Gioè

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