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Migranti Ciappe Bianche: la lettera degli attivisti contro l’indifferenza delle istituzioni

Migranti Ciappe Bianche: la lettera degli attivisti contro l’indifferenza delle istituzioni
Presidio Partecipativo del Patto di Fiume Simeto

Oggi pomeriggio alle ore 18 i firmatari della lettera aprono i loro locali ai migranti in un incontro per festeggiare il nuovo anno e per parlare, ancora una volta, dell’annosa questione

«Una mano non può applaudire da sola; mano nella mano, insieme, andiamo avanti, perché con spirito di convivenza la vita è migliore». Sono le parole di Mostapha, ragazzo magrebino che vive nella baraccopoli di contrada Ciappe Bianche a Paternò, la contrada degli invisibili, come viene appellata spesso dalla stampa. In queste semplici parole sono racchiuse tutte le sue speranze. I migranti che vivono lì, senza acqua né elettricità, spesso prede del caporalato, si guadagnano da vivere raccogliendo arance dalla Piana di Catania per 3 euro l’ora. A febbraio 2024 il Comune di Paternò, oggi sciolto per connivenza con la mafia e per debiti fuori bilancio, ha disposto lo sgombero della baraccopoli di contrada Ciappe Bianche. Decisione a cui non è seguito nessun tavolo tecnico, nessuna soluzione concreta per spostare i migranti, sia regolari che irregolari, dalla baraccopoli ad abitazioni dignitose. L’ordinanza, piuttosto, aggiunse caos al caos: i migranti che dovettero sloggiare, tornarono nelle tende non appena si riaprì la stagione della raccolta.

Break Free: lo sportello di prossimità che raccoglie le testimonianze

Le parole di Mostapha, nonostante la piena crisi delle istituzioni locali, vengono ascoltate, recepite e comprese dallo sportello Break Free del Presidio Partecipativo del Patto di Fiume Simeto, associazione che da anni lotta contro il caporalato ed è punto di aggregazione per lo sviluppo territoriale di Paternò. «Nella nostra esperienza di sportello di prossimità per assistenza legale, sociale e di accesso ai servizi – spiega la dottoressa Marianna Nicolosi, responsabile del progetto –, abbiamo incontrato e incontriamo casi più disparati. Vi sono molti ragazzi che, pur essendo in regola con i documenti e titolari di un contratto di lavoro, dunque nelle condizioni di poter affittare regolarmente un’abitazione, sono comunque costretti a vivere in baracche. Si tratta di una situazione profondamente ingiusta e dolorosa, Per molti il rispetto di tutte le regole non vale nulla, il mercato degli affitti continua a escluderli di fatto. Questa esclusione li spinge spesso a cercare soluzioni alternative, talvolta fuori dal quadro legale e comunque non dignitose, pur di avere un tetto sopra la testa».

L’unione corale di attivisti, organizzazioni laiche e cattoliche

Al Presidio Partecipativo del Patto di Fiume Simeto si uniscono oggi anche le voci de La Bisaccia del Pellegrino, sostenuta dalla Caritas; della Gioventù Francescana di Paternò; dell’Ordine Francescano Secolare di Paternò e dell’APAS. Insieme firmano una lettera indirizzata alle istituzioni a cui hanno chiesto un incontro di sensibilizzazione e risoluzione. «Con questo appello vogliamo contribuire a rompere l’indifferenza, far crescere la rete di quanti lavorano ad una soluzione, e in particolare ci rivolgiamo alle istituzioni, ai proprietari di case e alla cittadinanza: garantire un alloggio dignitoso alle persone migranti che vivono e lavorano nei nostri territori è una responsabilità comune e un dovere di civiltà» si legge nel documento. «Chiediamo quindi alle istituzioni locali e regionali di attivare politiche strutturali per l’accesso a case in affitto dignitose e sostenibili; promuovere accordi con privati e agenzie sociali per la locazione a persone migranti e vulnerabili; sostenere i proprietari che scelgono di affittare in modo etico, assicurando strumenti di garanzia e mediazione; potenziare i programmi di rigenerazione urbana e edilizia sociale, per recuperare immobili non utilizzati o creando nuovi spazi inclusivi e sicuri per tutti i lavoratori che sono di passaggio durante la stagione agrumicola».
 
Oggi pomeriggio alle ore 18 i firmatari della lettera aprono i loro locali ai migranti in un incontro per festeggiare il nuovo anno e per parlare, ancora una volta, dell’annosa questione. Tra i partecipanti sarà presente anche Graziella Ligresti, insegnante, attivista e promotrice di processi per la mobilitazione sociale. Ligresti, già sindaca di Paternò nel mandato 1993-2002, eletta all’indomani delle stragi di Capaci e Via d’Amelia, conosce molto bene le vicissitudini della sua terra e ha da sempre lottato con coraggio affinché gli anticorpi civili non mancassero e che facessero da scudo di difesa contro i sistemi di criminalità organizzata. Ligresti, insieme ai firmatari del documento, chiede che le istituzioni aprano un tavolo tecnico con le associazioni di volontariato, le parrocchie e le parti sociali di Paternò, al fine di individuare una soluzione condivisibile, perseguibile e soprattutto che garantisca un tetto ai migranti sfollati.
 

La lettera integrale rivolta alle istituzioni locali e regionali


La storia della Famiglia di Nazareth è una storia di viaggio, di rifiuti e porte chiuse, cui oggi noi diciamo molte volte di volere rimediare, accogliendo quel Bambino nelle nostre vite, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, non solo in forma di statuina, ma di presenza viva, di via da percorrere, di verità cui conformarsi.
 
Nello stesso tempo, nel nostro tempo, tanti altri giovani lasciano la loro terra e le loro case, spinti dalle povertà estreme, dalle violenze, consapevoli di rischiare la vita nel viaggio. Centinaia di giovani, partiti da diversi paesi dell’Africa del nord, vivono, adesso, accampati in tende o in ricoveri di fortuna, senza acqua ed elettricità, a due passi da Paternò. Lavorano di giorno nelle campagne siciliane, sfruttati dai siciliani, raccolgono le arance, la verdura, che troviamo alla nostra tavola nelle feste, o che sarà mandata nei mercati di tutto il mondo. Guadagnano 80, 90 centesimi per ogni cassa di arance raccolte, se qualcuno la mattina li raccoglie con i furgoni, tornano la sera nelle loro tende o baracche, qualcuno, per risparmiare anche sul cibo, va a chiedere una cena alla Bisaccia del Pellegrino, insieme ai tanti paternesi che condividono il bisogno di un pasto gratuito. Hanno lasciato madri, padri, affetti, amori, stravolto le loro vite. Nessuno, occorre ricordarlo, lascia la propria casa, serenamente, se non ne è costretto, lo sappiamo bene noi, che vediamo, incredibilmente, anche i nostri giovani andare via, per potere avere un futuro.
 
Questa situazione dura da tempo, ma peggiora di anno in anno, e non siamo riusciti a trovare nessuna soluzione, per loro, insieme a loro. Ma noi non riusciamo a vivere gioiosamente queste feste, a cantare canzoni e accendere luci, mentre Dio è offeso dalla nostra incapacità e dall’indifferenza. Le tende di contrada Ciappe Bianche non sono di cartapesta, non ospitano statuine, non si smontano giorno 6 gennaio, esigono da noi, noi comunità di credenti, noi comunità cittadina, una risposta coerente nei fatti alle tante parole già dette.
 
Affittare una casa a questi giovani lavoratori, o in ogni caso un luogo più dignitoso in cui vivere; stimolare e progettare una risposta “istituzionale” più incisiva; farsi carico di questo scandalo finché non verrà rimosso.
 
Con questo appello vogliamo contribuire a rompere l’indifferenza, far crescere la rete di quanti lavorano ad una soluzione, e in particolare ci rivolgiamo alle istituzioni, ai proprietari di case e alla cittadinanza: garantire un alloggio dignitoso alle persone migranti che vivono e lavorano nei nostri territori è una responsabilità comune e un dovere di civiltà.
 
Chiediamo quindi alle istituzioni locali e regionali di attivare politiche strutturali per l’accesso a case in affitto dignitose e sostenibili; promuovere accordi con privati e agenzie sociali per la locazione a persone migranti e vulnerabili; sostenere i proprietari che scelgono di affittare in modo etico, assicurando strumenti di garanzia e mediazione; potenziare i programmi di rigenerazione urbana e edilizia sociale, per recuperare immobili non utilizzati o creando nuovi spazi inclusivi e sicuri per tutti i lavoratori che sono di passaggio durante la stagione agrumicola.
 
Allo stesso tempo, invitiamo i cittadini e i proprietari di immobili a partecipare a questo sforzo collettivo aprendo le porte delle proprie case: un gesto concreto di solidarietà e umanità.
Una casa non è solo un tetto: è il primo passo verso l’integrazione, la sicurezza e la dignità. Costruiamo insieme una comunità che non lascia nessuno indietro.
 Il 4 gennaio 2026 insieme festeggeremo l’inizio del nuovo anno con una festa di comunità inclusiva che è anche l’occasione per condividere un pasto con i giovani lavoratori migranti e scambiarci l’augurio che il nuovo anno sia un anno che veda tutti attivi nella solidarietà ed inclusività.