Un confronto su questioni strutturali e non contingenti: ospite di questo Forum con il QdS, alla presenza del direttore Carlo Alberto Tregua, il ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.
Tra i temi affrontati le tensioni commerciali a livello internazionale, a cominciare dai dazi voluti dall’Amministrazione Usa retta da Donald Trump, e la risposta che il mercato italiano è riuscita a dare in un momento così complesso a livello globale. Riflettori puntati anche sullo sviluppo del Mezzogiorno e sul settore dell’automotive, in particolare in relazione alle politiche sulle emissioni che dovranno essere affrontate in sede comunitaria.
“Una crescita a livello globale Dazi? Serve avere buonsenso”
“Partiamo da un dato di fatto: il nostro Paese sta crescendo senza indebitarsi. Questo è un tema cardine, perché è facile crescere come fanno gli Stati Uniti, indebitandosi. Molto più complesso è farlo senza aumentare il debito. Nel contesto internazionale, ci auguriamo che si chiarisca al più presto il nuovo contesto di dazi nei confronti degli Stati Uniti e degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa. Abbiamo, sin dall’inizio, detto di non reagire di pancia ma di testa, perché la Commissione europea deve raggiungere una soluzione negoziale, che potrebbe essere anche quella, come è emerso dalle parole del Commissario Šefčovič, di confermare l’accordo già sottoscritto il 15 maggio. C’è bisogno di chiarire il contesto in cui si opera nei confronti del più grande mercato extraeuropeo, quello degli Stati Uniti, nella piena consapevolezza che la strada della responsabilità, della cautela, è stata pagante per il sistema impresa italiano, perché le nostre esportazioni negli Stati Uniti nel 2025 sono cresciute del 7,2 per cento. Il nostro è il Paese che ha saputo reagire meglio sul mercato americano, addirittura aumentando l’esportazione. Nessun altro è riuscito a esprimere questa performance malgrado i dazi”.
“Alcuni settori, come la farmaceutica, molto importante nel nostro Mezzogiorno, hanno fatto meglio di altri. Altri hanno risentito più nelle nuove misure daziali. Il dato di crescere negli Stati Uniti, perfino a fronte delle misure in atto, che alcuni pronosticavano come una sciagura, ci ha consentito di avere un segno nettamente positivo sull’export globale, perché nell’anno peggiore per i mercati, in un’Europa assediata da conflitti armati, che sono propagati persino nel fronte meridionale, in tutto il Medio Oriente, oltre che in quello orientale, e da guerre commerciali, non solo determinate dalle politiche dell’Amministrazione Trump, ma anche dalla reazione di vari continenti, l’Italia è cresciuta all’estero complessivamente del 3,3 per cento. Questo risultato ci ha permesso di affiancare il Giappone quale quarta potenza esportatrice globale”.
“Un Paese più attrattivo per gli investitori esteri”
“Oltre ai dati sull’export vanno guardati anche quelli sugli investimenti esteri in Italia che, in questo anno orribile, sono ulteriormente cresciuti anche rispetto al 2024, quando avevamo raggiunto il record di oltre il 5 per cento, mentre sono diminuiti nel resto d’Europa. Questo risultato si è ulteriormente rafforzato nel 2025. Quindi, in un periodo estremamente complesso per i mercati e per la globalizzazione, le esportazioni italiane sono cresciute e gli investimenti esteri in Italia sono aumentati in maniera significativa. Questo vuol dire che il Paese è attrattivo. Lo dimostrano i due indici che vengono spesso usati come riferimenti: uno è il Global Attractiveness Index, presentato nel settembre dello scorso anno a Cernobbio da The European House–Ambrosetti e dall’ex ministro Enrico Giovannini, che com’è noto non è espressione di questa compagine di governo. L’Italia ha recuperato sette posizioni negli ultimi tre anni, passando dal 23° posto nel 2022 al 16° nel 2025, e tre posizioni dal 2024 al 2025, dal 19° al 16° posto”.
“L’altro parametro è quello della Global Competitiveness, l’indice internazionale sugli investimenti esteri, in cui siamo passati dalla 12^ all’8^ posizione. L’Italia appare sempre più un Paese affidabile e attrattivo. Tant’è vero che anche gli altri due indici che di frequente vengono portati come esempio lo confermano. In primis gli investimenti in Borsa: quest’ultima è cresciuta di oltre il 30% e Piazza Affari ha le migliori performance a livello europeo, in particolare grazie agli investimenti esteri. Infine, l’indice sulla presenza dei turisti stranieri nel nostro Paese: abbiamo toccato l’anno scorso il record storico di presenze”.
“Da tutto ciò comprendiamo come il Paese appaia in tutti i sensi più attrattivo, anche perché garantisce una stabilità che in questo contesto pochi altri possono avere. Tanto più se questi dati li raffrontiamo con gli altri Paesi del G7. L’Italia è quella che, tra i grandi Paesi del G7, sta reagendo meglio anche alla competizione stressante della Cina”.
“Inflazione, aumento del Pil e occupazione. Vogliamo creare uno sviluppo duraturo”
“L’inflazione ridotta all’1 per cento, quindi strutturalmente sotto la media europea, l’aumento della base occupazionale, i rinnovi contrattuali con i relativi adeguamenti e le misure governative a sostegno delle famiglie più bisognose hanno consentito di recuperare parte del potere d’acquisto che i cittadini avevano perso negli anni precedenti. Di giorno in giorno, questo è sempre più evidente”.
“In questo contesto è molto importante quello che è accaduto nel Mezzogiorno, perché il Sud sta recuperando il divario con il resto del Paese. Sostanzialmente, negli ultimi cinque anni, dal Covid in poi, è cresciuto più di quanto sia cresciuto il resto d’Italia. Ricordo che alcuni leader dell’opposizione dissero che con l’abolizione del Reddito di cittadinanza sarebbero scoppiati disordini sociali a Napoli, Catania, Palermo, che sarebbe diventato un problema di ordine pubblico. Il Reddito di cittadinanza è stato abolito e sono stati creati nuovi posti di lavoro. Non c’è stato nessun moto popolare. Potremmo anche aggiungere a questo ragionamento che la crescita delle partite Iva e dell’occupazione sono inversamente proporzionali all’economia sommersa che il Reddito di cittadinanza, invece, aveva favorito”.
“La questione di fondo è riuscire a creare opportunità di lavoro. Ci sono oggi tutte le condizioni per farlo ed è fondamentale proseguire sulla strada che abbiamo intrapreso. Ciò non vuol dire, ovviamente, che si sono risolti i problemi del Paese, ma siamo sulla strada giusta per dare soluzioni e risposte concrete per creare condizioni di sviluppo durature”.
“Segnali positivi sul fronte delle auto ibride. Ma adesso l’Ue deve fare la propria parte”
“Sul fronte dell’automotive, i dati dei giorni scorsi sono finalmente incoraggianti: Stellantis ha recuperato in Borsa sulla base dei dati di vendite relativi a gennaio, con un incremento trainato soprattutto dai marchi Fiat e dalle auto ibride. Sono i primi segnali positivi del cosiddetto Piano Italia, concordato con questo dicastero a dicembre del 2024 con investimenti in modelli e piattaforme che si sono realizzati nel 2025 e che finalmente cominciano a dare i propri frutti, anche per quanto riguarda le vendite in Italia e in Europa. Gli ultimi numeri ci dicono che sembra essersi innescata un’inversione di tendenza”.
“Ovviamente tutto dipende dalla revisione del Regolamento CO2 sulle auto che è in corso d’opera in Europa e dalla revisione delle regole di Green Deal. Questo è fondamentale. C’è quindi tanto da fare, innanzitutto a livello comunitario, affinché cambiano le regole che possono supportare questi investimenti necessari per rispondere alle esigenze del mercato a alle richieste di auto a più basso costo, non soltanto elettriche”.
“Tornando al contesto Fiat, credo che il dato più significativo sia quello relativo alle auto ibride. Per intenderci, la 500 ibrida, che è stata lanciata a Torino nel novembre scorso nel corso di un’inaugurazione cui ho preso parte io stesso, ha superato la 500 elettrica. Stellantis ha sostanzialmente denunciato gli errori strategici fatti dall’ex ceo Carlos Tavares, che aveva deciso di investire tutto sull’elettrico quando tale segmento non tirava. Da qui i 22 miliardi di perdite. Il nuovo piano, che non punta solo sull’elettrico ma soprattutto su ibride e altri modelli, deve essere confortato dalle decisioni europee, cioè dalla revisione dei regolamenti sulle emissioni CO2 relativi a veicoli e auto e relativi ai mezzi leggeri”.

