Multe Ue, negli ultimi dieci anni “strappati” 878 milioni dalle tasche degli italiani - QdS

Multe Ue, negli ultimi dieci anni “strappati” 878 milioni dalle tasche degli italiani

Elettra Vitale

Multe Ue, negli ultimi dieci anni “strappati” 878 milioni dalle tasche degli italiani

giovedì 19 Gennaio 2023 - 06:00

Oltre 80 le procedure di infrazione a carico dell’Italia e sei le condanne che scontiamo da un decennio

ROMA – In quasi dieci anni, tra il 2012 e giugno 2022, l’Italia ha dovuto sborsare una cifra pari a 878 milioni di euro per sanzioni comminate da parte dell’Unione europea, così come dichiarato in esclusiva al QdS dal Ministero Economia e finanze (che ci ha così fornito un dato più aggiornato di quello contenuto nell’ultima relazione della Corte dei Conti, fermo al 31 dicembre 2020, pari a poco più di 750 milioni). In soldoni, si può parlare di circa 90 milioni all’anno (in media), un conto salatissimo che la nostra nazione ha dovuto pagare per le condanne conseguenti a procedure di infrazione relative al mancato recepimento di direttive nell’ordinamento nazionale o per violazione del diritto comunitario.

Stando all’articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’unione europea (Tfue), infatti, la Commissione Eu ha il potere di vigilare e indagare in materia e di elevare sanzioni nei confronti dei vari stati membri. L’Europa, in buona sostanza, controlla se abbiamo fatto i compiti e ancora in troppi casi il nostro Paese finisce per consegnare “in bianco” e ne esce con i conti “in rosso”. Solo che qui non si tratta di prendere voti più o meno alti ma di milioni di euro di multe che il nostro Paese, già abbastanza provato dal debito pubblico interno, non può certo permettersi.

Attualmente l’Italia è coinvolta in 82 procedure di infrazione

Più nel dettaglio, a voler fornire numeri il più aggiornati possibile, attualmente l’Italia è coinvolta in 82 procedure di infrazione di cui 57 per violazione del diritto dell’Unione e 25 per mancato recepimento di direttive, così come segnalato lo scorso 29 settembre dal Dipartimento per le Politiche europee. E se è vero che non siamo proprio gli ultimi della classe perché il numero è sceso di 3 punti rispetto al 2020, l’Italia si classifica ancora al settimo posto della classifica comunitaria per difficoltà di adeguarsi alle normative Ue.

Questo dato rappresenta, come evidenziato anche da Openpolis, un vero e proprio “termometro” delle relazioni tra il nostro Paese e le istituzioni comunitarie, spesso condizionato dalla guida di un Governo piuttosto che di un altro, a seconda della scelta di quest’ultimo di indirizzarsi con una linea più o meno decisa verso una risoluzione di questi conflitti che, però, non sono solo verbali ma ci costringono a pagare cifre da capogiro.

Numeri che continuano a lievitare con ulteriori interessi e sanzioni giornaliere per un lasso di tempo che è quasi impossibile prevedere a priori, almeno fin quando il Paese non provveda al corretto recepimento dell’indicazione oggetto di segnalazione. Basti pensare che, per le Discariche abusive presenti sul territorio nazionale (2003/2077), l’Italia deve all’Ue una cifra pari a 42 milioni e 800 mila euro. A semestre e fino a ad adempimento. Soldi che, per non andare troppo lontano, finiscono per gravare quotidianamente sulle tasche di tutti i cittadini.

Una pioggia di multe

A gravare sul totale complessivo delle procedure pendenti sul nostro Paese vi è una tematica quanto mai attuale: l’ambiente. Su un totale di 82 infrazioni, infatti, 16 sono legate al settore ambientale, vale a dire oltre un quinto. Seguono il settore Affari economici e finanziari (13), Trasporti (9), Giustizia (7), Concorrenza e aiuti di Stato (6) ed Energia (5). Numeri alla mano, il complessivo delle 21 procedure per ambiente ed Energia rappresenta il 25% del problema che, almeno fino all’ultimo aggiornamento della Corte dei conti, ha fatto sborsare all’Italia una cifra pari a 552,5 milioni tra il 2012 e il 2020.

Come se non bastasse, dal 17 settembre 2015 ad oggi stiamo ancora pagando, oltre all’iniziale sanzione da 30 milioni una tantum, 12 milioni di euro a semestre per il mancato recupero di aiuti di Stato concessi a favore di alcune imprese di Venezia e Chioggia, così come previsto dalla sentenza C-367/14. Per chiarire si tratta di riduzioni e sgravi di oneri sociali che l’Italia ha accordato tra il 1995 e il 1997, e che la Commissione ha riconosciuto come aiuti nel 1999, nella quale si richiedeva il loro recupero totale ma il nostro Paese non ha mai dato seguito alla decisione comunitaria e, quindi, è stata condannata dalla Corte in primo grado nel 2011 e in secondo nel 2015. E, ancora, nel 2020 siamo stati condannati a pagare una sanzione una tantum da 7 milioni e 500 mila euro per non aver mai recuperato integralmente gli aiuti di Stato concessi a favore di imprese alberghiere della Sardegna, pari a circa 13,7 milioni di euro (sentenza C-576/18). Quanto ci costa non esserci ancora allineati alle richieste Ue? 80 mila euro al giorno fino ad adempimento.

Inoltre, con sentenza C-496/09, la Commissione ci ha imposto una multa da 30 milioni una tantum per non aver provveduto a recuperare gli aiuti di Stato, sotto forma di sgravi contributivi, per imprese che assumevano disoccupati con contratti di formazione e lavoro. La Commissione ha dichiarato l’illegittimità della procedura in questione da oltre vent’anni ma l’Italia però non ha recuperato integralmente le somme e la Corte è intervenuta con due sentenze, una nel 2004 e una di seconda condanna nel 2011 perché, dei circa 280 milioni di aiuti erogati, appena 52 erano stati fino a quel tempo recuperati.

Tra rifiuti e acque torbide

Ma, come anticipato, a costare più di tutto agli italiani, sono le procedure ambientali che, nello specifico, coinvolgono i rifiuti, le acque reflue, l’aria e le emissioni. In otto anni, numeri alla mano si parla di 257,8 milioni per le 200 discariche abusive e 142,9 milioni per le acque reflue. Per la gestione dei rifiuti vi sono in corso 3 infrazioni dal 2003. In particolare nelle regioni Abruzzo (Vasto), Calabria (20 siti non conformi), Lazio (4), Marche (Ascoli-Piceno), Puglia (5), Sicilia (5) e Veneto (4), per un totale di 40 comuni con discariche non conformi alle normative europee.

Solo l’emergenza rifiuti Campania, poi, dal 2015 ad oggi ci ha fatto incorrere in un esborso da 20 milioni più una sanzione accessoria da 12 mila euro al giorno. Si parla della perdurante presenza di discariche abusive che finiscono per causare danni non indifferenti al territorio e ai siti da bonificare. La procedura in questione, con sentenza C-653/13, si è conclusa con sentenza di condanna pecuniaria, per la violazione della Direttiva 2006/12 in ragione della perdurante assenza di una rete di gestione integrata di rifiuti nella Regione. Un totale di 281,8 milioni andati letteralmente nel cestino della spazzatura fino al 2020, così come evidenziato dalla Corte dei Conti.

Altra grande ferita è quella delle acque reflue

Nel nostro Paese, infatti, abbiamo pagato in 8 anni una cifra pari a 102 milioni, di cui 52 solo nel 2019. Sebbene la cifra nel 2020 sia stata più che dimezzata (23 milioni), nella nostra nazione continua ad essere assente una corretta gestione in termini di colletta mento, fognature e depurazione.

In generale, guardando solo alla Sicilia, ci sono attualmente 265 agglomerati sotto infrazione a fronte di due sentenze definitive. In particolare, la procedura 2004/2034 riguarda un elenco di interventi in aree urbane per agglomerati sopra i 15 mila abitanti equivalenti che scaricano in aree non sensibili.

Ad oggi paghiamo una sanzione pecuniaria di 30 milioni di euro a semestre, pari a 165 mila euro al giorno, che coinvolgono 75 agglomerati in tutta Italia. E nell’Isola? Alla nostra regione va la maglia nera, con allo stato attuale ben 45 agglomerati coinvolti che hanno reso necessario programmare ben 67 interventi (su un totale nazionale di 123), così come riportato dai dati del Commissario Straordinario Unico per la depurazione.

Va però evidenziato che la realizzazione di depuratori e reti fognarie ha consentito di mettere in regola alcuni dei siti considerati, permettendo così il risparmio di 6,2 milioni di euro. In particolare è stata raggiunta la conformità di cinque agglomerati dislocati tra Calabria, Sicilia e Sardegna: Acri, Motta San Giovanni, Reggio Calabria, Sellia Marina e Battipaglia, nonché la Commissione Ue ha accolto riesami e correzioni nel territorio di Palermo.

A questo punto, per uscire dal pantano in cui ci troviamo bloccati, non ci resta che sperare che quei 600 milioni del Pnrr per fognature e depurazione siano un’occasione per riabilitarci. “Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è l’occasione per intervenire su uno dei ‘vulnus’ principali del settore idrico: quello del ‘water service divide’ tra Nord e Sud che caratterizza il nostro Paese, effetto di una grande frammentazione gestionale” – ha dichiarato commissario unico per la Depurazione, Maurizio Giugni -. “Solo così il Pnrr potrà essere volano di investimenti e raggiungere l’obiettivo di accelerare gli iter amministrativi”.

Le sanzioni dall’Ue, però, sono ancora pesanti ma “lavoriamo contemporaneamente su ben 98 interventi, contando anche le altre tre procedure d’infrazione contro l’Italia non ancora sfociate in multa. Crediamo – ha concluso – che i risultati di questo profondo lavoro si vedranno nei prossimi mesi, non solo nella regressione della sanzione, ma con benefici effettivi su un territorio contraddistinto da evidenti carenze, in primis nella definizione del Servizio idrico integrato”.

Come si arriva alle sanzioni

Facciamo un attimo chiarezza. Qual è il percorso che porta dalla segnalazione della criticità fino all’imposizione della sanzione? Stando al regolamento comunitario, tutti gli Stati membri hanno il chiaro dovere di adeguare i propri ordinamenti interni alle normative dell’Unione Europea. Un altro elemento non da poco dell’interno percorso è che, a segnalare l’infrazione, possono essere non solo gli organi comunitari atti alla vigilanza ma anche cittadini, aziende e organizzazioni non governative. Vi sono due articoli del Tfue, più nello specifico, che regolano tutto il processo: il 258 e il 260. Sono fondamentalmente tre i motivi che portano all’apertura di una procedura d’infrazione: mancata comunicazione, mancata applicazione o sbagliata applicazione.

Nel primo caso lo Stato membro non ha comunicato per tempo che misure ha intenzione di mettere in campo per implementare la direttiva oggetto di indagine mentre nel secondo e nel terzo caso la Commissione europea valuta che la legislazione del Paese non è allineata al diritto Ue o, ancora, la legge Ue non è stata in alcun modo recepita o è stata applicata al diritto comunitario.

A questo punto Bruxelles può dare un ultimatum al Paese, chiedendogli di provvedere a alla risoluzione dell’errore entro una determinata scadenza. Superata questa data, si passa al ricordo alla Corte europea di giustizia. Se comunque il paese insolvente continua a non rettificare la sua posizione, la Commissione può citarlo in giudizio e imporre delle sanzioni economiche. In sintesi, questo è l’excursus procedurale e legislativo che ci spiega come mai ci siamo ritrovati a pagare già 878 milioni di euro per multe.

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