Per comprendere fino in fondo Nino Caravaglio come produttore di vino bisogna, come dice lui stesso, “fare un passo indietro, anzi indietro indietro”. Tornare a Salina, a una famiglia di coltivatori diretti, a un’idea di isola vissuta prima ancora che interpretata: “Nasciamo da una famiglia di coltivatori diretti – racconta il produttore – mio padre e mia madre erano contadini, molto legati alla terra. Ma mio padre andava anche a pesca: era l’isolano per certi aspetti perfetto”. Agricoltura e mare, terra e pesca, una doppia appartenenza legata ad cultura contadina nata dalla necessità di sopravvivere, in un’isola aspra, dove nulla era superfluo. Dopo la scuola media, le possibilità erano limitate. A Salina non ci sono scuole superiori, a Lipari solo l’istituto per geometri o la ragioneria (all’epoca): “Io venivo da una famiglia agricola. Le opzioni vere erano due: o il nautico o l’agrario, entrambi a Messina”. Caravaglio sceglie l’istituto tecnico agrario, diventa perito e imbocca definitivamente la strada della terra: “Mi è sempre piaciuta la natura. Occuparsi del vigneto significa stare a contatto con la natura e godersi l’isola fino in fondo”.
C’è un luogo che più di ogni altro incarna questo legame: un vigneto storico di famiglia, a strapiombo sul mare, piantato a Malvasia e destinato da sempre al passito: “È il mio posto del cuore. Davanti c’è la falesia e l’orizzonte, a sinistra il canalone che scende dalla montagna. Lì respiri proprio l’isola”. Quel vigneto era anche il passaggio verso le grotte scavate nel tufo dove un tempo si ritiravano le barche: terra e mare che si toccano. L’interesse per la vigna nasce presto “tra i 13 e i 14 anni”. La prima vinificazione arriva nel 1988, a 26 anni: “Non era ufficiale, ma era la mia”. L’azienda agricola viene formalizzata nel 1989, in un momento storico difficile per il vino eoliano: superfici vitate ai minimi storici, un solo riferimento produttivo: “All’epoca su tutta l’isola c’erano forse 20–25 ettari di vigneto”.
Malvasia di Salina e vino identitario delle Eolie
Il primo vino è naturalmente una Malvasia dolce: “Era il vino del territorio, quello conosciuto”. La Malvasia secca arriverà nel 2010, come scelta identitaria e contemporanea: “Essere produttore di Malvasia di Salina significa rafforzare le mie radici. È il legame con la terra in cui sono nato e cresciuto”. Oggi i vini di Nino Caravaglio sono freschi, salini, a basso tenore alcolico: “Anticipiamo molto la vendemmia per preservare acidità e identità”. Sono vini che parlano di isola e di vento, ma anche di una visione agricola etica, inclusiva, capace di coniugare qualità e responsabilità sociale.
Carricante di Vulcano: il nuovo progetto di Nino Caravaglio
Negli ultimi anni, a questo racconto si è aggiunto un nuovo capitolo ancora da raccontare come il Carricante: “Abbiamo avuto l’opportunità di prendere un terreno a Vulcano, a una bellissima altitudine, con suolo sabbioso. Da lì l’idea di piantare Carricante”. Nel 2021 viene impiantata la vigna mentre la prima vendemmia arriva nel 2024: “Fermenta nel legno e si affina per un anno e mezzo nello stesso legno. La vendemmia 2024 uscirà a marzo 2026”. Per Caravaglio è una sfida stimolante: “Lavorare il Carricante, per chi ha sempre lavorato Malvasia, è stato interessante. La Malvasia è un vitigno molto delicato, sensibile all’oidio. Il Carricante, invece, ci ha dato un po’ di sollievo e a Vulcano sembra il suo ambiente naturale”.
Altitudine e terreno sabbioso si sono rivelati determinanti: “Il territorio decide il carattere del vino. Questo è un Carricante diverso, con profumi molto interessanti, proprio perché nasce lì”. Dalla Malvasia al Carricante, da Salina a Vulcano, il filo resta lo stesso: leggere l’isola, rispettarla, tradurla in vino. Per Nino Caravaglio produrre non è mai stato solo un mestiere, ma un modo di restare. Attaccato allo scoglio, e alle sue radici, con lo sguardo sempre aperto al futuro.

