Il dramma che sta vivendo Niscemi non è un caso isolato, né lo sarà in prospettiva futura. A rivelarlo sono i dati monstre contenuti all’interno della mappa interattiva Idrogeo diffusa dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Il quadro tracciato è quello di un Paese in perenne allerta rossa.
Circa un milione e trecentomila abitanti soggetti a rischio frane. Poco meno di sette milioni quelli interessati invece dal rischio alluvioni. Numeri che, nella loro drammaticità, raccontano quanto l’intero Paese necessiti di una messa in sicurezza non più procrastinabile. E la situazione in Sicilia non è affatto delle migliori.
Problema frane, in Sicilia oltre 90mila abitanti interessati
Nell’Isola, a essere coinvolti dal problema frane sono circa 93mila abitanti, mentre il rischio alluvioni coinvolge oltre 130mila persone: rispettivamente l’1,9% e il 2,6% dei siciliani. Dall’analisi Ispra si evince anche come in Sicilia sia a rischio frane ed eventi idrogeologici rilevanti anche il patrimonio storico culturale: ben 723 siti per rischio smottamenti e 473 per alluvioni. Ma procediamo con ordine.
La piattaforma IdroGEO consente la consultazione, il download e la condivisione di dati, mappe, report, documenti dell’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia – IFFI, delle mappe nazionali di pericolosità per frane e alluvioni e degli indicatori di rischio.
Nella sezione “Pericolosità e rischio“, è possibile invece visualizzare in mappa i livelli di pericolosità per frane e alluvioni. L’utente può ricercare un indirizzo, geolocalizzarsi, interrogare i dati, creare un report e verificare la pericolosità in un punto di interesse visualizzando la perimetrazione delle aree geografiche che potrebbero essere interessate dall’esondazione di un corso d’acqua. Se avete dubbio su dove abitate o su dove vorreste acquistare casa, questa mappa tornerà utile.
I territori più stabili nascondono criticità strutturali
La classificazione delle aree a pericolosità da frana, che va dalle zone di attenzione fino ai livelli più elevati, consente di comprendere come territori apparentemente stabili possano in realtà nascondere criticità strutturali. Nel caso di Niscemi, l’area interessata dagli smottamenti è classificata come a pericolosità molto elevata. Un dato noto agli strumenti di pianificazione, ma che non ha impedito negli anni l’edificazione e la presenza di infrastrutture in zone esposte.
La terra che cede sotto i piedi a Niscemi non è come detto un’eccezione, ma l’anticipazione di una normalità che in Italia riguarda ormai quasi ogni Comune. Secondo l’ultimo Rapporto sul dissesto idrogeologico dell’Ispra, il 94,5% dei Comuni italiani è esposto a rischio frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. È un dato che inchioda le istituzioni a una responsabilità sistemica e nei confronti della quale, per anni, sono state fatte orecchie da mercanti.
Sicilia penalizzata da fragilità idraulica, abusivismo edilizio e urbanizzazione disordinata
L’Isola concentra un’elevata pericolosità geologica, una diffusa fragilità idraulica e una lunga storia di abusivismo edilizio e urbanizzazione disordinata che hanno affossato il territorio: sovente, in modo letterale. La frana di Niscemi, ancora in evoluzione con nuovi smottamenti registrati nelle ultime settimane, è solo l’ultimo episodio di una sequenza che negli ultimi anni ha coinvolto centri urbani, infrastrutture strategiche, reti viarie e porzioni intere di territorio agricolo. Un dato drammatico se letto in prospettiva.
Palermo, la più esposta al rischio idrogeologico
Entrando nel dettaglio delle nove province siciliane, quella più esposta a rischio di tipo idrogeologico in termini di numero di abitanti coinvolti è la Città Metropolitana di Palermo. Qui sono in totale circa 41mila gli abitanti coinvolti dal rischio frane, mentre 58mila sono quelli invece esposti al pericolo alluvioni (rispettivamente il 3,4% e il 4,7% della popolazione, ndr). Salta all’occhio il dato riguardante i beni culturali: a rischio alluvioni qui ci sono addirittura il 14,2% dei siti.
Messina e Catania tra rischio alluvione e frane
Non va troppo meglio alla Città Metropolitana di Messina: i dati che riguardano la percentuale di popolazione coinvolta, al contrario, sono superiori a quelli di tutte le altre province dell’Isola. Nella provincia peloritana è esposto a rischio alluvione circa il 5% della popolazione: poco meno di 32mila persone. Circa 15mila sono invece quelli coinvolti nel pericolo frane. Se il dato sui beni culturali e gli eventi franosi coinvolge il 13,2% dei siti, un’altra percentuale interessante è quella che coinvolge le imprese soggette a eventi idrogeologici: il 6,2% di quelle presenti nell’intera provincia.
Dopo quella peloritana troviamo la Città Metropolitana di Catania. Qui la popolazione esposta a rischio frane è appena lo 0,7% del totale (circa 7600 abitanti, ndr), l’1,8% è quella potenzialmente coinvolta in alluvioni (poco meno di 20mila persone). Beni culturali a rischio anche nella provincia di Enna (13,7%), mentre il rischio alluvioni riguarda appena 71 individui, circa 5mila in meno di quelli interessati dal pericolo frane (3,3% della popolazione).
Siracusa, Ragusa e Caltanissetta: bassi numeri
Bassi i numeri di Siracusa, Ragusa e Caltanissetta, rispettivamente coinvolti in totale 14mila, 7mila e 6mila abitanti. Nessuna di queste tre province evidenzia significative problematiche connesse con edifici, imprese o siti culturali. Situazione leggermente diversa ad Agrigento, con oltre 13mila abitanti coinvolti e il 12% dei beni culturali soggetti a eventi franosi: ben 107 siti. Infine Trapani, con oltre 9mila abitanti a rischio frane e alluvioni, ma nessun dato da bollino rosso per quanto riguarda le sottocategorie del report Ispra.
L’Italia si sta sgretolando
La crescita delle superfici classificate a rischio frana è aumentata di quasi il 15 per cento in tre anni. Se si considerano anche le cosiddette zone di attenzione, circa il 23% dell’intero territorio nazionale è oggi potenzialmente soggetto a smottamenti. Tradotto: l’Italia si sta letteralmente sgretolando.
Questa espansione delle aree a rischio si riflette direttamente sugli insediamenti umani e sulle attività economiche. Il rapporto dell’ISPRA censisce 742 mila edifici e 75 mila imprese collocati in zone a pericolosità elevata per frane o alluvioni.
A questi si aggiungono circa 14 mila beni culturali esposti a rischio elevato o molto elevato per fenomeni franosi. Il dissesto idrogeologico non minaccia soltanto la sicurezza delle persone, ma incide sul patrimonio storico e produttivo del Paese, con un impatto diretto sulla tenuta economica dei territori più fragili.
Il Rapporto Ispra sottolinea come l’aumento delle superfici a pericolosità elevata e molto elevata non sia attribuibile esclusivamente a nuovi fenomeni franosi, ma anche al miglioramento delle tecniche di rilevazione e all’aggiornamento dei Piani di Assetto Idrogeologico da parte delle Regioni. Questo dato, tuttavia, non ridimensiona la gravità del quadro. Al contrario, evidenzia come ampie porzioni di territorio siano state per decenni sottovalutate o escluse dalle mappe del rischio, consentendo uno sviluppo urbanistico che oggi mostra tutta la sua fragilità.
Campania, Toscana, Liguria ed Emilia Romagna a rischio frana
Le regioni con il maggior numero di abitanti a rischio frana includono Campania, Toscana, Liguria ed Emilia-Romagna, ma gli incrementi più significativi delle aree a pericolosità elevata e molto elevata si sono registrati proprio in Sicilia, con un aumento superiore al 20%. Questo significa che una porzione crescente del territorio regionale è oggi formalmente riconosciuta come altamente vulnerabile.
La Sicilia, già caratterizzata da una complessa geologia e da una diffusa instabilità dei versanti, vede così ampliarsi l’elenco delle aree in cui la pianificazione urbanistica dovrebbe essere limitata o orientata alla delocalizzazione degli insediamenti più esposti. Un obiettivo che, nella pratica, si scontra con la resistenza sociale, i vincoli economici e la lentezza delle procedure amministrative.
Secondo i dati della piattaforma ReNDiS del Ministero dell’Ambiente, negli ultimi 25 anni in Italia sono stati finanziati quasi 26 mila interventi di messa in sicurezza del territorio, per un valore complessivo superiore a 19 miliardi di euro. È una cifra significativa, che testimonia l’attenzione crescente delle istituzioni al tema del dissesto idrogeologico. Ma una cifra che, come racconta proprio il caso Niscemi, è estremamente al di sotto del reale fabbisogno del Paese.
Soprattutto considerando la distribuzione disomogenea degli interventi. In molte aree del Mezzogiorno, e in particolare in Sicilia, i progetti finanziati faticano a tradursi in cantieri conclusi nei tempi previsti. Le criticità riguardano la capacità progettuale degli enti locali, la frammentazione delle competenze e la lentezza delle procedure di autorizzazione.
Il risultato è che risorse disponibili non sempre si trasformano in opere concluse, lasciando interi territori esposti a rischi noti e mappati. Di cui sembra però importare non a sufficienza alla classe dirigente del Paese.
Misure contro il rischio idrogeologico, in Sicilia molti comuni inadempienti
Una delle criticità più rilevanti riguarda il ruolo dei Comuni nell’attuazione delle misure previste dai Piani di Assetto Idrogeologico. Secondo le relazioni del Distretto Idrografico della Sicilia e i richiami contenuti nei documenti della Corte dei Conti sullo stato di attuazione degli interventi di prevenzione del dissesto idrogeologico, diversi enti locali risultano inadempienti rispetto all’adeguamento degli strumenti urbanistici e alla realizzazione delle opere di mitigazione previste.
Proprio l’11 febbraio la Regione Siciliana ha stanziato oltre mezzo miliardo di euro per interventi connessi con i danni prodotti dal Ciclone Harry e con il dissesto idrogeologico che sta colpendo Niscemi. Ma operare nell’eterna emergenza, non ha fin qui permesso l’adozione di contromisure strategiche in grado di arginare il rischio al quale sono esposti gli abitanti dell’Isola.
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