Nomina vescovi in Cina, Trump prepotente contro Francesco - QdS

Nomina vescovi in Cina, Trump prepotente contro Francesco

Carlo Alberto Tregua

Nomina vescovi in Cina, Trump prepotente contro Francesco

giovedì 08 Ottobre 2020 - 00:00

La Cina è un Paese non democratico. Vi è un congresso formato da tremila membri, ma il Governo ne ha solo dieci. Il presidente Xi Jinping (1953) ha fatto approvare una norma per cui di fatto lo resterà a vita, come Mao Tse-tung. Non vi sono diritti civili, mentre di fatto è il partito comunista cinese che governa le istituzioni.
Dal punto di vista sociale, non si può certo gioire per la situazione nella quale i cittadini sono numeri e non persone che vanno trattate come tali. Tuttavia, non sappiamo come funzionerebbero le istituzioni se in quel Paese vi fosse una Democrazia di tipo occidentale.
Per altro non sappiamo se il nostro modello potrebbe essere applicato in un Paese di millenaria cultura e di tradizioni lontanissime da quest’altra parte del mondo. Il nostro modo di pensare è talmente diverso da quello del popolo cinese che è molto difficile comparare situazioni, modi di essere e vita sociale.
E’ in questo quadro che va vista anche la questione religiosa, tenuto conto che non vi è una religione di Stato.

Contro 1,3 miliardi di abitanti, i cattolici sono pochissimi, eppure vi sono. Il Regime non può ammettere che delle norme religiose non siano conformi alle proprie, perciò vieta o impedisce l’espansione delle religioni nella popolazione.
Papa Francesco si è trovato nelle condizioni di dovere bilanciare le diverse esigenze della gestione di quel manipolo di cattolici che possono esercitare la loro religione a prezzo di sacrifici per le restrizioni che vi sono in quel Paese.
Il buonsenso di questo Papa, che sta cercando di innovare la condotta del Vaticano su diversi versanti, ha portato già due anni fa a negoziare col governo di Pechino la nomina dei vescovi. L’accordo va in scadenza, per cui Cina e Vaticano stanno trattando il rinnovo.
Il negoziato non è semplice perché si scontrano esigenze opposte: da un canto la linea draconiana di quel governo e dall’altro la necessità del Vaticano di avere dei prelati che possano gestire i cattolici cinesi.
Una trattativa difficile che però, sembra stia andando nella direzione di una conclusione che conferma l’accordo precedente. Quando non si può ottenere il meglio bisogna accontentarsi del buono.
In questo quadro irrompe inopinatamente e senza alcuna necessità il presidente degli Stati Uniti in scadenza, Donald Trump, il quale ha criticato aspramente il Vaticano per la trattativa in corso, sostenendo che con i cinesi non bisogna mai fare accordi di alcun genere.
Non comprendiamo cosa c’entri Trump in questioni che non lo riguardano se non che, trovandosi in piena campagna elettorale, non certo a lui favorevole, usa qualunque argomento ai fini di impressionare i propri elettori, soprattutto quelli cattolici, spiegando come e perché i cattolici cinesi siano sottoposti a vessazioni di ogni tipo e che il Vaticano difende poco, anzi fa accordi con quel governo vessatorio.
Si comprende la difficoltà di Trump, sapendo che l’opinione pubblica non gli è molto vicina, ed è per questo motivo che bisogna relegare fuori dal contesto le sue opposizioni, comprendendo che esse non c’entrano nulla con la questione in sé che prima abbiamo evidenziato.

Nella sua attività innovatrice, Papa Francesco sta dicendo delle verità che sono state nascoste per lungo tempo dall’ala conservatrice della Gerarchia vaticana, la quale si occupa più del potere temporale che di quello spirituale.
Per esempio, il Papa ha detto che “cibo e sesso sono doni di Dio”. Per cui essi non vanno demonizzati né considerati peccati di alcun genere. Certo, poi essi vanno utilizzati secondo i canoni dell’etica e del buonsenso.
Francesco sta cercando anche di fare pulizia nella gestione del notevole patrimonio del Vaticano in quanto Stato che ha cospicue entrate ed anche risorse materiali rilevanti.
Non dobbiamo dimenticare che quello Stato, per quanto piccolo dal punto di vista materiale, ha qualche centinaio di ambasciatori negli altri Stati del mondo, che si chiamano Nunzi, i quali svolgono relazioni diplomatiche che permettono il funzionamento dei rapporti fra Stati, grandi o piccoli che siano.

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