ROMA – Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna. Ma anche dietro un’economia forte, come emerge dal IV Rapporto Italia Generativa. Il problema, però, pare sia proprio quell’avverbio, “dietro”. Senza grandi giri di parole o fronzoli, il Centro di ricerca Arc dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in collaborazione di Unioncamere, va subito dritto al punto: “L’Italia si confronta oggi con una contraddizione profonda e strutturale che ne blocca la crescita: mentre le donne rappresentano una componente fondamentale del sistema economico e sociale, il loro contributo resta in larga parte invisibile, sottoutilizzato e non pienamente riconosciuto”.
Chi sperava che quel “dietro” fosse sinonimo di regia resterà deluso, ma probabilmente non stupito. Non è un caso, infatti, che il titolo del nuovo rapporto – “La colonna invisibile”. Prché le donne sono importanti e perché contano ancora troppo poco” – richiami questa ambivalenza quasi patologica: “Le donne sostengono il Paese attraverso il lavoro e la cura, ma non ne abitano ancora pienamente i luoghi a causa di profondi disequilibri in termini di riconoscimento, valorizzazione, equità, potere, opportunità. Rendere visibile questa colonna e liberare il prezioso potenziale delle donne è oggi una priorità per l’intero Paese. Non solo per giustizia, ma per garantire un futuro migliore e durevole all’Italia”.
Sicilia e Sud Italia fanalino di coda per lavoro femminile
E, a proposito di restare (in)dietro, in tema di occupazione femminile, così come l’Italia non riesce a stare al passo con la media europea, da cui resta staccata di quasi 13 punti percentuali, non se la passa meglio il Meridione, Sicilia inclusa, che si conferma fanalino di coda rispetto alle altre aree nazionali. In particolare, drammatico è il dato sul tasso di mancata partecipazione al lavoro, una misura “allargata” del tasso di disoccupazione, in quanto tiene conto anche della “disoccupazione latente”, ovvero di coloro che sarebbero immediatamente disponibili a lavorare ma che non svolgono attività di ricerca attiva del lavoro (cosiddetti inattivi disponibili). Tutte le regioni del Sud, infatti, si collocano sotto la media nazionale e in fondo alla classifica delle regioni, anche in comparazione al dato maschile.
La Sicilia, per esempio, con il 34,9% di donne non inserite nel tessuto lavorativo è terzultima, superata solo da Campania e Calabria, mostrando una distanza abissale, di quasi 20 punti percentuali, rispetto all’Italia. Un po’ meglio se si tiene conto della differenza rispetto agli uomini, valore che consente all’isola di recuperare due posizioni. Infatti, il divario di genere registrato nel 2024 rispetto alla mancata partecipazione al lavoro è del 9,9%, mentre Puglia, Basilicata, Calabria e Campania superano spesso abbondantemente il 10%.
Tasso di occupazione femminile: i numeri della Sicilia
Ancora peggio se si guarda al tasso di occupazione femminile. Se è vero – come è vero – che l’andamento è comune a tutte le regioni, la Sicilia, pur presentando una meno accentuata differenza tra le lavoratrici italiane (41,3%) e quelle straniere (39,5%), si colloca comunque al penultimo posto, anche per quanto riguarda la quota azzurra, superiore a quella rosa di quasi 25 punti percentuali.
Pessimo risultato, da questo punto di vista, per Caltanissetta, superata solo da Crotone, Taranto e Barletta-Andria-Trani. Tuttavia, se nella provincia nissena il distacco tra il tasso di occupazione femminile e quello maschile supera il 30%, non vanno meglio gli altri capoluoghi, tutti sopra il 20%. Le più “virtuose” tra le province dell’isola sono Palermo (23,5%) e Messina (23,8%), sopra il 25% Trapani, Enna e Catania, mentre sfiorano in maniera preoccupante quota 30 Agrigento, Ragusa e Siracusa.
Retribuzioni femminili e gender pay gap nel Mezzogiorno
Pochi posti di lavoro per le donne, molti di più (ma comunque sempre limitati) per gli uomini. Pochi ma buoni? Niente affatto. Non viene in soccorso, infatti, nemmeno l’indicatore di retribuzione lorda media annua, che registra (o meglio, conferma) un marcato gradiente territoriale, con livelli più elevati nelle province del Nord e del Centro e valori significativamente più contenuti nel Mezzogiorno. Le città siciliane non annoverano i valori peggiori in assoluto, ma, provando a non comportarci come i capponi di Renzo dei Promessi Sposi, resta allarmante constatare che in nessuna delle province la media di retribuzione lorda per le donne supera i 15.000 euro.
Unica, magra, consolazione resta quanto rileva il dato sul gender pay gap, dove la classifica si ribalta a favore del sud Italia, che registra un divario retributivo più contenuto. In particolare, il miglior risultato nell’isola se lo accaparra Enna, che vanta una differenza di meno di 5.000 euro. Ultima della classe Siracusa, dove, in media, le donne prendono quasi 9.000 euro annui in meno degli uomini. Tutto sommato meglio del Nord, dove in molte province si superano i 10.000 annui.
Donne e lavoro: una sfida decisiva per il futuro della Sicilia
Insomma, potremmo spingerci a dire che al Sud si guadagna poco, indipendentemente dal genere. Un triste “mal comune mezzo gaudio”, se vogliamo. O, forse, la spinta per lavorare sul futuro della nostra terra, se non si lasciano da soli quei Colapesce che tengono sulle spalle la Sicilia, ma li si valorizza, dando loro, senza alcuna differenza di genere, nemmeno minima, lo spazio per restare, migliorare e crescere.

