Home » Olio oliva:italiano in 15 anni perso 30% raccolto e 38% produzione

Olio oliva:italiano in 15 anni perso 30% raccolto e 38% produzione

Olio oliva:italiano in 15 anni perso 30% raccolto e 38% produzione

Convegno Confagricoltura e Unapol: Italia obbligata a una svolta

Roma, 18 feb. (askanews) – Aumentare la produttività del comparto olivicolo italiano, rendere la gestione dell’oliveto economicamente più sostenibile, recuperare quelli abbandonati, favorire azioni di rinnovamento degli impianti produttivi con modelli moderni che consentano di accrescere la capacità competitiva, come gli impianti ad alta densità da implementare senza pregiudizi per le varietà. L’Italia olivicola ha la serie necessità di riconquistare posizioni a livello internazionale e attivare una strategia nazionale unica lungimirante con risorse dedicate: è quanto emerso oggi al convegno organizzato da Confagricoltura e Unapol a Roma, a Palazzo della Valle, dal titolo “Olio di oliva: dalla tradizione al futuro. Prospettive per l’olivicoltura italiana”.

I dati, illustrati da Tiziana Sarnari di Ismea, parlano chiaro: la produzione di olio d’oliva nel nostro Paese è in calo strutturale, tra condizioni climatiche avverse, frammentazione produttiva (il 40% delle aziende olivicole ha meno di 2 ettari di oliveto), volatilità dei prezzi e della redditività. Il risultato? Negli ultimi 20 anni i volumi di olive raccolte si sono ridotti di oltre il 30%, quelli di olio più del 38%, mentre il calo delle superfici si è limitato al 3%.

L’oliveto Italia è poi da ristrutturare, come hanno sottolineato sia il sotosegretario al Masaf Patrizio La Pietra sia il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti. Il 61% delle piante ha più di 50 anni; il 49% ha una densità per ettaro inferiore a 140 piante e solo l’1,5% ha più di 400 piante per ettaro. Ma, ha sottolineato Sarnari, la cosa fondamentale è “aumentare i volumi produttivi: è inutile aumentare il numero delle Indicazioni Geografiche se non aumentiamo la produzione, perché certificano sempre gli stessi – ha detto nelle considerazioni finali – il mercato è solo di alcuni e gli altri non riescono a decollare”. Colpa anche di uno scarso ricambio generazionale nel settore, della presenza di numerose superfici non produttive e della grande polverizzazione delle imprese, che dovrebbero cercare di fare aggregazioni.

E se il sottosegretario La Pietra ha annunciato a breve una nuova convocazione del tavolo sull’olio, dopo la definizione delle linee guida a cui il Governo sta lavorando, il presidente della Commissione Agricoltura della Camera, Mirko Carloni, ha ricordato l’approvazione in Commissione la scorsa settimana all’unanimità della risoluzione sull’olio. “Il lavoro sinergico tra Commissioni, Parlamento e Governo è fondamentale – ha detto – ed è alla base di una attività regolatoria che serve a fare crescere il valore del prodotto. Sull’olio, a differenza del vino, c’è ancora tanto da lavorare”, ha concluso.

Tommaso Loiodice, presidente di Unapol, ha parlato della “importanza di unire le forze per affrontare le criticità del settore olivicolo. L’eccessiva frammentazione delle aziende e la necessità di garantire un valore equo all’olio extravergine italiano sono sfide che richiedono visione e cooperazione.

“L’olivicoltura – ha detto Loiodice – non è solo un settore agricolo, ma un pilastro strategico per l’intero Paese, con ricadute significative non solo sull’economia rurale, ma anche sulla salute pubblica, sul turismo e sulla formazione. È quindi fondamentale un dialogo sinergico tra i diversi ministeri, affinché si riconosca il valore trasversale di questo comparto e si adottino politiche adeguate a valorizzarne il ruolo sia a livello nazionale che internazionale”.

“Siamo un mondo che va ristrutturato in tutte le sue parti – ha detto Walter Placida, presidente FNP Olio Confagricoltura – Il mondo olivicolo continua a perdere competitità: anche se la domanda cresce ne produciamo sempre di meno, continuiamo a sentirci forte e invece non lo siamo più. Anche gli altri fanno olii di qualità alta e cominciano a competere seriamente con noi. Noi – ha proseguito – abbiamo la biodiversità e un marchio che ci fa riconosce al livello mondiale: il made in Italy. Ma forse noi dovremmo fare una riflessione su come attuare una distinzione netta tra olivicoltura di produzione e di paesaggio. Vanno distinte, altrimenti si erodono risorse sul settore produttivo per cose che non riguardano l’agricoltura e la produttività agricola ma l’ambiente, il paesaggio e altro”.