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L’ottimismo come antidoto per i nostri tempi. Il manifesto di Cerasa contro il catastrofismo

L’ottimismo come antidoto per i nostri tempi. Il manifesto di Cerasa contro il catastrofismo
Starmer primo ministro inglese, Merz cancelliere tedesco e Macron presidente della Francia

Il direttore de “Il Foglio”, nel suo ultimo libro, propone un’altra chiave di lettura sui temi più scottanti tra attualità e futuro. Un approccio salutare, ma guardando la realtà che ci circonda il bicchiere sembra quasi vuoto

“L’Antitodo” è il titolo dell’ultimo lavoro di Claudio Cerasa, direttore del quotidiano “Il Foglio” dal 2015. Un libro coraggioso e controcorrente come apertamente dichiarato nel sottotitolo “Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittature del catastrofismo”. In un’epoca, caratterizzata da guerre e disastrosi cambiamenti climatici, guardare al presente attraverso una lente ingrandita di ottimismo sembra essere la strada indicata da Cerasa, nelle duecento e più pagine de “L’Antidoto”, per superare il pessimismo dei catastrofisti.

Informazione, numeri e ribellione al pessimismo

Di fronte al fatto che “qualsiasi tentativo di osservare presente e futuro in modo ottimistico viene ormai percepito come un tradimento allo spirito del tempo, una resa all’ingenuità, un reato contro il pensiero dominante”, secondo Cerasa, “è arrivata l’ora di ribellarsi”. E il direttore del “Foglio” lo fa attraverso i numeri.

“Viviamo immersi – scrive – in una dieta informativa sbilanciata, dove il negativo è sovrarappresentato perché fa rumore, genera clic, produce allarme. Ma un’informazione che vive solo di emergenze non rende più consapevoli: rende più fragili. Riequilibrare non significa censurare il male, significa rimetterlo in proporzione. È l’atto più semplice e più rivoluzionario del nostro tempo: guardare i dati prima dei titoli, i trend prima degli shock, la realtà prima delle percezioni. Due numeri aiutano a capire: nel 1981 il 42% dell’umanità viveva in povertà estrema, oggi meno del 9%; nel 1950 solo il 44% della popolazione mondiale sapeva leggere, oggi oltre l’86%. Eppure continuiamo a raccontarci che tutto va peggio. L’ottimismo nasce da qui: dal coraggio di informarsi meglio”.

Occidente, libertà e senso di colpa

Secondo l’autore occorre ribellarsi al senso di colpa dell’Occidente: “L’Occidente è l’unica civiltà che si processa ogni giorno. Ed è giusto: l’autocritica è una forza. Ma quando diventa autoflagellazione permanente, smette di produrre progresso e inizia a produrre resa. Riguardare l’Occidente significa riconoscerne gli errori senza negarne i successi, difenderne i valori senza trasformarli in un senso di colpa cronico. Libertà, stato di diritto, diritti delle donne, pensiero critico: non sono accidenti della storia, sono conquiste fragili da difendere. Due numeri bastano per rimettere ordine: l’Occidente produce circa il 56% del Pil mondiale con meno del 15% della popolazione; oltre il 70% dei rifugiati globali tenta di arrivare in Paesi occidentali. Non per ingenuità, ma perché qui la libertà funziona. Difenderla non è arroganza: è responsabilità”.

Cambiamento climatico e ottimismo operativo

Anche sui cambiamenti climatici Cerasa prova a rasserenarci: “Il cambiamento climatico è reale. Ma l’ecoansia paralizza, mentre l’ottimismo operativo mobilita. Raccontare solo l’apocalisse non salva il pianeta: produce impotenza. L’ottimismo ambientale non nega i problemi, ma li affronta con tecnologia, innovazione, adattamento. È l’unico modo per trasformare la paura in azione”.

Globalizzazione e riduzione della povertà

Il libro è una miniera di dati anche sulla globalizzazione e su quanto sia stata determinante nel far diminuire la povertà di pezzi interi di mondo: “La globalizzazione – scrive – non è perfetta, ma è la più grande macchina di emancipazione mai costruita. Dove circolano merci, idee e persone, arretrano i nazionalismi, diminuisce la povertà, cresce la libertà… Due numeri parlano da soli: dal 1990 a oggi oltre un miliardo di persone è uscito dalla povertà estrema; il commercio globale rappresenta più del 60% del Pil mondiale, contro il 25% del 1960. Non è ideologia: sono fatti. Senza globalizzazione non c’è redistribuzione, perché non c’è crescita”.

Oggi la quota della popolazione mondiale che vive dignitosamente è del 74 per cento mentre era il 50 per cento nel 1990. E ancora: “Nel 2023, i bambini morti per cause imprevedibili nel mondo erano 1,5 milioni. Tanti, ma erano 11 milioni nel 1990”.

Trumpismo, Europa e autonomia strategica

E che dire del trumpismo imperante? Il trumpismo, in Europa, ha portato smarrimento, protezionismi, guerre commerciali, deviazioni pericolose. Tuttavia – dice Cerasa – “in prospettiva futura, a voler essere ottimisti ma senza eccessi, vi è un elemento interessante che non può non essere considerato, ragionando sul domani”: la proliferazione del trumpismo in America potrebbe rappresentare “un vaccino contro il trumpismo in Europa”.

Se quello di Cerasa è un auspicio, occorre fare presto, come ha riconosciuto il cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. L’Europa dovrebbe riorganizzarsi, arginare il trumpismo e riprendersi il posto che le spetta: la sua sicurezza, la sua prosperità e la sua democrazia non possono più dipendere dalla mutevole volontà degli Stati Uniti. Di fronte alle guerre commerciali, ai nuovi protezionisti, alla corsa americana ad accaparrarsi le risorse, l’autonomia strategica non è più una semplice alternativa ma una necessità. Un’Europa più produttiva e competitiva è una condizione imprescindibile per gli equilibri geopolitici e il benessere sociale.

Tra ottimismo e realtà: lo sguardo sulla Sicilia

Certo, per ritornare al libro di Cerasa, un’iniezione di ottimismo potrebbe rivelarsi salutare sia sul piano internazionale che nazionale ma, se il presidente della più grande potenza militare mondiale scrive al primo ministro di un Paese alleato che, poiché questa nazione “ha deciso di non conferirgli il premio Nobel per la pace”, non si sente più “tenuto a pensare unicamente alla pace”, risulta difficile essere ottimisti.

E ancora, se guardo alla mia Sicilia, al sistema sanitario pubblico che arranca, all’aumento dei nuovi poveri che rinunciano a curarsi, ai giovani, anche laureati, costretti a emigrare per trovare un posto di lavoro, alle conseguenze dei cambiamenti climatici, ai disastri causati dal ciclone Harry, a Niscemi che frana – diventata il simbolo della fragilità dell’Italia – più che un bicchiere mezzo pieno, ravviso un bicchiere quasi vuoto.

Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania