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Paola Minaccioni e la sfida di reinventarsi: “Dipendeva solo da me riuscire a liberarmi”

Paola Minaccioni e la sfida di reinventarsi: “Dipendeva solo da me riuscire a liberarmi”
Paola Minaccioni (foto Gianmarco Chieregato)

L’attrice porterà all’Abc di Catania e al Golden di Palermo “Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow”

Ironia tagliente e un’umanità che arriva dritta allo stomaco. Dietro ogni battuta c’è uno sguardo lucido sulla realtà, dietro ogni risata un’osservazione precisa dei tic, delle contraddizioni e delle fragilità quotidiane. Attrice poliedrica e mai banale, Paola Minaccioni incarna un campionario di personaggi che raccontano il Paese meglio di mille analisi sociologiche, mescolando risate e verità con una naturalezza disarmante.

Affiancata sul palco dalle straordinarie Monica Nappo e Valentina Spaletta Tavella, porta in scena “Le stravaganti dis-avventure di Kim Sparrow” di Julia May Jonas. Tradotto da Marta Salaroli con la regia di Cristina Spina, lo spettacolo è prodotto dalla compagnia Gli Ipocriti Melina Balsamo diretta da Pierfrancesco Favino in coproduzione con TSV Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale. La commedia, inserita nella stagione teatrale Turi Ferro, verrà rappresentata dal 31 gennaio al 15 febbraio 2026 al Teatro Abc di Catania, con una imperdibile tre giorni – dal 10 al 12 febbraio 2026 – al Teatro Golden di Palermo. “Per sette anni ho avuto la fortuna di avere un compagno catanese e, grazie a lui, l’occasione di frequentare molto spesso, in lungo e in largo, quest’isola meravigliosa, come se quella fosse stata la mia terra. E, quando mi sono lasciata, devo ammettere che mi è dispiaciuto più per Sicilia che per il mio ex (ride, ndr)”.

L’opera proposta suona come una promessa di caos emotivo. Cosa l’ha conquistata subito di questa dark comedy?
“Intanto, il fatto che si tratta di un testo completamente originale mai rappresentato prima, dunque la sfida. Poi sicuramente il linguaggio: veloce, cinico, comico, drammatico. È una proposta di intrattenimento per il pubblico senz’altro nuova in Italia, con personaggi femminili decisamente inconsueti”.

Si accendono i riflettori sulla storia di tre donne che cercano di salvarsi la vita.
“Non parlano di uomini, di amore, di fidanzati, di estetica; affrontano argomenti esistenziali: vogliono un riscatto sociale perché, per un motivo o per un altro, è andata male. Hanno superato quell’età in cui – per la società – ce la puoi ancora fare, e quindi sono pronte a tutto. Anche a compiere qualcosa di illegale, pur di riconquistare quel senso di appartenenza e di adesione alla propria vita”.

Quanto è faticoso oggi essere ‘veri’?
“Siamo talmente bombardati da pensieri indotti su cosa debba essere per noi la felicità, su cosa dobbiamo desiderare, sapere, conoscere, che è diventato estremamente difficile essere veri. Siamo confusi, manipolati, ci spingono a uniformarci. Non c’è più il culto del rispetto della persona e della diversità”.

Le figlie di un dio minore in un testo lucidissimo e feroce. Qual è stata la battuta o la situazione che, durante le prove, le ha fatto pensare ‘oddio, questa sono proprio io’?
“Se c’è una cosa che so fare è la buffona, è la battuta che mi ha fatto scegliere di interpretare Kim. Quest’idea di una donna che non si prende sul serio, che è fin troppo generosa, esageratamente fiduciosa forse. Beh, mi commuove. E poi ce n’è un’altra, meravigliosa, sempre di Kim, che trovo struggente e comicissima allo stesso tempo. Quando ormai pensa di avercela fatta, esclama: ‘Finalmente sarò un’imprenditrice e finalmente potrò andare alle riunioni del liceo’. Ecco, questa frase, che dice piangendo, apre all’idea di quanto le tre donne soffrano. Perché socialmente sono state fatte fuori dal sistema, perché hanno sbagliato quando erano giovani”.

È lo spaccato di una società classista che esiste nel mondo, in America ancora di più.
“Quella di Julia May Jonas è un’opera in cui l’azione si svolge in un negozio di Brooklyn, ma potrebbe accadere ovunque nel mondo. I temi trattati sono così universali, grandi e contemporanei che sono sicura possano risuonare autentici anche al nostro pubblico”.

Crede che lo spettatore medio sia finalmente pronto a guardare donne imperfette senza giudicarle?
“Sono l’imperfezione, la fragilità, la diversità, che ci rendono unici e interessanti. Le persone perfette, le storie perfette, le linee dritte, dopo cinque minuti ti annoiano e perdono di attrattiva. Allora, nella vita, così come al cinema e a teatro, bisogna ribaltare questo punto di vista”.

La risata, nello spettacolo, è una via di fuga o una trappola?
“Non riesco mai ad associare la risata alla trappola e anche al fatto che ci possa essere un messaggio. Per me è una liberazione. È sempre una possibilità: vai a casa con una domanda in più”.

Una potrebbe essere questa: in un mondo capitalistico governato dagli uomini, quanto è scomodo ammettere che, a volte, le peggiori nemiche delle donne sono altre donne?
“È importante ammetterlo, perché noi donne siamo pregne di una cultura maschilista e patriarcale nella quale siamo cresciute. Non bisogna colpevolizzare, però è così. Tuttavia, anche gli uomini sono vittime di un sistema. Mi fanno tenerezza quei maschi chiusi dentro il ruolo di macho che non concede loro una certa sensibilità. Avrebbero altri cento milioni di talenti da scoprire e invece restano ancorati alle espressioni ‘io sono fatto così’, ‘io non cucino, non stiro’… Pensate a quanti limiti vengono imposti a questi poveri uomini! Affrancarsene, sarebbe una liberazione anche per loro”.

Le somiglia quel sentirsi intrappolata in una vita che non va come l’avevamo immaginata?
“No, questo no! Però sicuramente ho sofferto molto nell’essere intrappolata in un cliché, che io stessa avevo creato con le mie insicurezze. Facevo quasi esclusivamente un genere di spettacolo comico, venivo chiamata solo per quel tipo di film. Per carità, non ho niente contro i colleghi che ricoprono lo stesso ruolo per tutta la vita. Ma io mi sentivo intrappolata e, così, ho preso la decisione di fare altro. Dipendeva solo da me riuscire a liberarmi”.

La comicità femminile oggi è finalmente centrale, ma ancora combattiva. Sente di essere arrivata a un momento di libertà totale come attrice o c’è ancora da scardinare qualcosa?
“Mi sento totalmente libera. Poi a teatro ho conquistato una credibilità ancora maggiore di quella che ho al cinema. Non è stato facile, e non lo è neanche adesso, però sono finalmente me stessa”.