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Parmigiano Reggiano: giro affari a 3,96 mld (+24%), export (+2,7%) oltre 50%

Parmigiano Reggiano: giro affari a 3,96 mld (+24%), export (+2,7%) oltre 50%

Volumi Italia in calo 10%. A gennaio doccia fredda da Usa: -16%

Milano, 26 mar. (askanews) – Per la prima volta nel 2025 più della metà del Parmigiano Reggiano Dop è finito all’estero: quasi il 51% è stato consumato fuori dai confini nazionali, contribuendo a trainare i risultati della Dop. Lo scorso anno, infatti, il giro d’affari al consumo è cresciuto del 24% arrivando a sfiorare i 4 miliardi (3,96), un nuovo record dopo il tetto dei 3,2 miliardi toccati un anno prima.

Guardando da vicino questo dato, però, si vede come la forbice tra Italia ed estero si allarghi sempre più. Il mercato domestico infatti ha registrato una sensibile contrazione dei volumi. Lo scorso anno infatti nel nostro Paese c’è stata una flessione delle quantità pari a circa il 10%, a fronte di una sostanziale tenuta del giro d’affari. L’aumento dei prezzi al consumo, spiega il Consorzio, ha determinato una riduzione della frequenza di acquisto e delle quantità per singolo atto, pur mantenendo stabile la base dei consumatori e sostenendo il valore complessivo.

Sul fronte estero, la domanda ha continuato a crescere di un 2,7%, con una quota export che, superando la metà del totale, si è attestata a 74.980 tonnellate. Se le performance più positive si sono registrate in Regno Unito (+7,8%, 8.400 t.), Canada (+8,3%, 3.900 t.) e Svezia (+8,8%, 2.500 t.) con volumi stabili in Francia (-0,3%, 14.800 t.), e Germania (+0,1%, 10.400 t.), sono gli Stati Uniti a rimanere il primo mercato con 16.800 tonnellate nel 2025, in crescita del 2,3%.

Ma è proprio dagli Usa che è arrivata una doccia fredda a inizio 2026 quando, anno su anno, si è registrato un calo del 16%. Quello americano, infatti, resta al momento un mercato complesso. La recente introduzione di dazi aggiuntivi, che si sommano alla tariffa storica del 15%, ha portato il livello complessivo al 25%, con la possibilità di ulteriori incrementi. A ciò si aggiunge una forte incertezza normativa e operativa, che sta rallentando le importazioni, come accaduto a inizio 2026: molti operatori, spiega il Consorzio, attendono maggiore chiarezza prima di procedere con nuovi ordini. Una situazione che, insieme alle tensioni geopolitiche, rappresenta un elemento di rischio per il 2026.