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Per Italia mercato proteine alternativa ha potenziale da 10 mld

Per Italia mercato proteine alternativa ha potenziale da 10 mld

Entro il 202 con supporto politivo e moderati investimenti

Roma, 2 feb. (askanews) – Il settore italiano delle proteine alternative potrebbe generare fino a 10 miliardi di euro di valore aggiunto (GVA) entro il 2040, creare oltre 31.000 posti di lavoro e posizionare il Paese come hub strategico della bioproduzione in Europa. E’ quanto emerge da una nuova analisi pubblicata dalla società di consulenza internazionale Systemiq, con il supporto del think tank non profit The Good Food Institute Europe. Secondo l’analisi, il settore delle proteine alternative, che include prodotti a base vegetale, carne coltivata e ingredienti derivati dalla fermentazione, potrebbe diventare uno dei principali motori dell’innovazione industriale in Europa e l’Italia sarebbe in una posizione privilegiata per sviluppare un settore delle proteine alternative sostenibile e competitivo.

Secondo lo studio, in presenza di supporto politico e livello di investimenti moderati, entro il 2040 il settore potrebbe generare 10 miliardi di euro di valore aggiunto (GVA) all’anno, di cui circa il 20% proveniente dalla filiera estesa (macchinari, logistica, tecnologie e processi produttivi, input). Il mercato italiano dei prodotti finali a base di proteine alternative potrebbe raggiungere circa 6 miliardi di euro, pari al doppio del mercato interno dell’olio d’oliva. Considerando l’intera catena del valore, dagli ingredienti ai bioreattori fino alle tecnologie di lavorazione, l’opportunità complessiva potrebbe superare gli 8 miliardi di euro.

Le esportazioni potrebbero raggiungere 3 miliardi di euro, un valore paragonabile all’export italiano di pasta nel 2022. Il comparto potrebbe sostenere 31.000 posti di lavoro, distribuiti tra ricerca e sviluppo, produzione, logistica, marketing e attività agricole legate ai seminativi destinati alle materie prime.

Nonostante l’Italia sia già seconda produttrice di ceci nell’UE e responsabile del 36% della produzione europea di soia nel 2024, il Paese rimane fortemente dipendente dall’estero per le proteine vegetali: nel 2023 circa il 70% della soia era importata. A livello europeo, l’analisi mostra che la diversificazione proteica potrebbe aprire nuove opportunità per l’agricoltura: la domanda di piselli, fave, lenticchie e ceci potrebbe più che raddoppiare, mentre la fermentazione aumenterebbe l’utilizzo di colture zuccherine e amidacee come la barbabietola da zucchero, offrendo nuovi sbocchi in un contesto di calo della domanda di biocarburanti. La crescita del settore potrebbe inoltre ridurre le importazioni UE di soia per mangimi di 2,6 milioni di tonnellate e tagliare la domanda complessiva di mangimi di 23 milioni di tonnellate.

In questo scenario, un settore italiano delle proteine alternative potrebbe valorizzare pienamente i seminativi nazionali, incentivando la coltivazione di legumi e proteoleaginose per l’alimentazione umana, migliorando l’autonomia proteica e rafforzando la salute del suolo attraverso rotazioni più varie e un minore uso di fertilizzanti.