Home » Inchiesta » Piccoli Comuni a confronto con il rischio estinzione. Serve un controesodo per salvare il cuore del Paese

Piccoli Comuni a confronto con il rischio estinzione. Serve un controesodo per salvare il cuore del Paese

Piccoli Comuni a confronto con il rischio estinzione. Serve un controesodo per salvare il cuore del Paese

ROMA – Per avere una fotografia fedele dell’Italia bisogna proiettarsi in spazi piccoli, fisici e sociali, dai confini ristretti. Fuori dalle (relativamente poche) grandi città metropolitane, fuori dal caos, fuori dalla produzione in larga scala, fuori da palazzi e condomini affollati. Aree interne e piccoli centri, in questo Paese, sono il “cuore” dell’identità nazionale. Che però si frammenta in mezzo agli ostacoli che si incontrano nell’abitarlo, laddove le priorità di vita impongono una fuga. Studio, lavoro, assistenza medica. I Piccoli comuni sono 5.521, il 69,9% dei 7.896 totali esistenti a marzo 2024 (Ifel-Anci). La media si conferma all’incirca anche in Sicilia, dove sono il 54,2%. Si tratta di storie di comunità che resistono, ma che “gridano” l’urgenza di una visione nuova per il Paese. Una visione che metta al centro la coesione, la politica del fare non solo di fronte alle emergenze. Una storia in cui il concetto di “riabitare” non è solo una questione di appartenenza, ma di sopravvivenza.

Denatalità, fuga dei giovani e crisi demografica nel Mezzogiorno

Lo spopolamento è un’emergenza nazionale, che allarma a prescindere dalla grandezza della città e su queste colonne abbiamo affrontato la questione sotto diversi punti di vista. La denatalità e il calo demografico, il futuro delle giovani generazioni e il calo della partecipazione politica, gli ostacoli nei servizi di assistenza. Torniamo su questo punto non per retorica, ma perché ci proiettiamo in uno scenario in cui è prevista la perdita di oltre tre milioni di persone solo nel Mezzogiorno nei prossimi 25 anni. Uno scenario che ci colloca come lo Stato dell’Ue con minore incidenza di under 35 sulla popolazione totale, da cui sono “scappati” oltre 630 mila giovani tra il 2011 e il 2024. Ma stavolta guardiamo al problema con un punto di vista privilegiato da cui osservare le conseguenze.

Agenda controesodo e Stati generali Anci dei Piccoli Comuni

è il punto di vista di Alessandro Santoni, sindaco di San Benedetto Val di Sambro, comune montano immerso nell’Appenino bolognese, che è anche il coordinatore nazionale dell’area Piccoli Comuni dell’Anci e che oggi apre la due giorni degli Stati generali Anci dei Piccoli Comuni. Un momento di confronto fondamentale, in programma a Roma, in cui verranno esposti tutti i punti dell’Agenda “controesodo” immaginata per ripopolare proprio questi territori.

Roccafiorita e il ruolo dei sindaci nei piccoli comuni siciliani

È anche il punto di vista di Carmelo Concetto Orlando, sindaco del comune più piccolo della Sicilia (il quinto a livello nazionale), Roccafiorita, che dal Palazzo municipale risponde alla nostra intervista mentre lavora all’emanazione di un’allerta meteo, aiuta un cittadino a sbrigare una pratica fiscale e prepara la prossima riunione, in un tempo che scorre più lento ma che impone di fare per tre, perché le risorse umane sono risicate. Un tempo che permette, comunque, di essere una vera figura di prossimità per il suo borgo. Cosa non scontata, in tempi in cui la rappresentanza politica – anche locale – viene percepita come lontana.

Santoni, coordinatore Piccoli Comuni Anci: “Servono strategie per ripopolare i territori”

Oggi a Roma prenderanno il via gli Stati generali Anci dei piccoli Comuni e tra i protagonisti c’è Alessandro Santoni, coordinatore nazionale d’Area dell’associazione e sindaco di San Benedetto Val di Sambro (Bo).

Emigrazione e denatalità: due fattori che allarmano la nostra società. I piccoli Comuni ne sono un esempio lampante. Quanto è preoccupante la situazione?
“è molto preoccupante. Anci e la Consulta nazionale dei Piccoli Comuni svolgono infatti un lavoro che prende il nome di ‘Agenda Controesodo’, perché l’obiettivo è quello di invertire una tendenza che purtroppo è nazionale e che, a partire dagli anni Settanta fino a oggi, ha fatto registrare in circa duemila comuni italiani delle aree interne un decremento di popolazione che va dal 20% fino all’80%. Però in alcuni territori si resiste. Ci sono esempi, come l’Appennino Bolognese, in cui si registra una piccola ma importante controtendenza”.

Quando si pensa all’Italia, si pensa alle città metropolitane. Ma in realtà il nostro Paese è fatto di piccoli centri e aree interne. La politica ne è abbastanza consapevole? C’è un piano di coesione?
“Questo è il nodo più importante. Penso ci sia consapevolezza, sì, perché la questione è ormai al centro dell’attenzione, mediatica e politica. è un punto di partenza, se così non fosse combatteremmo contro i mulini a vento. Manca però la consapevolezza sul fatto che serve un’azione strategica, strutturata. Non possiamo più permettere che si facciano delle manovre emergenziali, oppure che due Regioni confinanti facciano due operazioni completamente diverse, a volte contrapposte. Noi abbiamo bisogno che le risorse umane, e poi quelle economiche, siano risorse coordinate. I soldi servono, ma prima di tutto dobbiamo individuare una strategia, fissando degli obiettivi. Magari così otterremo grandi risultati anche solo riorganizzando le risorse che già ci sono”.

E a proposito di strategia: c’è un dibattito aperto sui modelli amministrativi. Unioni di Comuni, fusioni… Qual è lo strumento più efficace?
“Non c’è un vero e proprio collegamento, almeno non diretto, tra la battaglia allo spopolamento e il modello di governance. Ma può derivare nel tempo: se non manteniamo un buon livello di governo, il rischio concreto è quello di erogare servizi di qualità inferiore, cosa che induce la gente a spostarsi verso altri luoghi. Ma parliamo di processi non istantanei. Adesso siamo nella fase del grande ricambio generazionale nel pubblico impiego, che è sempre meno attrattivo: lo spopolamento non è solo demografico, è anche occupazionale e questo fa tanta paura ai piccoli comuni. Io sono più favorevole all’Unione dei Comuni, rispetto alle fusioni, perché l’unione si basa sul concetto di mettere a fattore comune le professionalità che ci sono: così diventa tutto più efficiente. E senza togliere la prerogativa storica, culturale che è propria del singolo territorio. Non possiamo nasconderlo, si perde un po’ l’identità con la fusione dei Comuni. Non dobbiamo essere ancorati al passato, però il tratto culturale è importante. Per quello che ho visto, i Comuni che avevano bisogno di risorse, per salvataggio, hanno fatto le fusioni. Più per necessità, che per volontà”.

I fondi Pnrr hanno aiutato?
“Ci hanno aiutato. Noi ne stiamo usufruendo per aumentare la capacità assunzionale, però è un’arma a doppio taglio. Il Pnrr si esaurisce nel 2026 e quello che abbiamo fatto, i servizi che abbiamo incrementato grazie alle risorse, domani avranno bisogno di qualcuno che le porti avanti e se noi dal primo giugno del 2027 perderemo queste risorse cosa succederà?”

Eventi climatici estremi e dissesto idrogeologico sono fattori che incidono anche sulla vita delle persone: quanta fatica fa un piccolo centro colpito a riprendersi? A San Benedetto Val di Sambro avete avuto una situazione simile a quella che stiamo vivendo anche in Sicilia…
“Colgo l’occasione per esprimere ancora una volta solidarietà a tutte le persone colpite. Noi da un anno e mezzo combattiamo con una situazione molto pesante, non paragonabile a Niscemi, però con caratteristiche molto simili. Stiamo accompagnando tante famiglie nel difficile processo di delocalizzazione, e quando si arriva a questo punto vuol dire che quella parte di territorio non ce la potrà più fare a riprendersi. Quello del dissesto idrogeologico è uno dei temi che abbiamo inserito all’interno della nostra agenda, ma è uno dei temi che soprattutto sui piccoli comuni forse è stato più trascurato. Noi abitiamo in un territorio appenninico, un terzo della superficie del nostro centro è a rischio di frana elevato, quindi noi conviviamo con situazioni di questo tipo. Non avevamo mai raggiunto questi livelli, ma abbiamo avuto fenomeni eccezionali nel 2023 e 2024: credo che il Novecento sia stato un secolo tutto sommato abbastanza buono dal punto di vista meteorologico, se confrontato al Seicento e Settecento, ma questo ha comportato due cose. La prima è che non avessimo più paura. La seconda è che, non avendo più paura, abbiamo sottovalutato questo aspetto. Abbiamo trascurato la tenuta del territorio non urbanizzato e in alcuni casi l’abbiamo abbandonata e ora riprenderla è complicato, perché servono tanti soldi, presidi territoriali, rappresentati dalle aziende agricole, che non ci sono più. C’è una coltivazione che vuole massimizzare e quindi inevitabilmente ha bisogno di chiudere fossi, modificare i sistemi di coltivazione per renderla intensiva. Non ne faccio una colpa all’agricoltore, perché per essere competitivo deve seguire le logiche di mercato. Per uscire da questa situazione occorrono pensieri e poi investimenti strutturali per la manutenzione del territorio. Anche le grandi città hanno dei problemi atavici: il sovraffolamento, la casa, la deriva minorile. Ma come per ogni cosa, bisogna dare delle risposte al problema”.

Da oggi gli stati generali Anci dei Piccoli Comuni. Su cosa occorre intervenire?
“In ottica di prospettiva le prime azioni riguardano le politiche dell’abitare e tutto il tema legato alla mobilità, le infrastrutture e il superamento del divario digitale. Questi sono i punti fondamentali per fare venire o tornare le persone a popolare i territori. Da questo deriva la possibilità di erogare i servizi e di far stare in piedi l’economia, anche quella di prossimità. Tutto ciò che serve per creare una comunità sostenibile”.

Orlando, sindaco di Roccafiorita tra emigrazione e futuro incerto

Carmelo Concetto Orlando è il sindaco del Comune più piccolo della Sicilia, ma non per questo i problemi cui deve far fronte sono minori di quelli che interessano una grande città.

Fare il sindaco è un compito sempre faticoso. Quanto lo è per lei, investito da un ruolo di prossimità che in altri territori spesso manca?
“è una vita in prima linea, perché si crede in questa missione. Roccafiorita è il più piccolo comune della Sicilia. Ma mentre nel Meridione essere piccoli è un unicum, al Nord Italia sono moltissimi i centri inferiori anche ai 100 abitanti. Non pesa perché lo fai con piacere, per i tuoi cittadini, perchè hai il sogno di farlo”.

Come si sviluppano i servizi in una realtà così piccola?
“La qualità della vita non dico sia eccellente, ma di sicuro ha un buon grado. In verità dovremmo capire cosa vuole l’uomo dalla vita per dire qualità di vita. Oggi una buona parte di persone vorrebbe un’esistenza più movimentata, in città anziché in un paesino di montagna con pochissimi abitanti, strade vuote e tanti quartieri disabitati. Ma la nostra realtà è bella perché resiste il contatto umano con le persone. I servizi che dà Roccafiorita, potremmo dire che sono quelli essenziali: c’è un bar, c’è un ristorante, c’è la chiesa. Fino a qualche anno fa c’erano le scuole elementari e l’asilo nido, ma al momento, non essendo tanta popolazione scolastica, abbiamo solo l’asilo nido”.

Le famiglie devono affrontare molti spostamenti?
“La società è questa, una società non stanziale. Ognuno di noi, ormai, almeno una volta al giorno prende la macchina per fare almeno 4-5 chilometri, ma cambia la percezione della distanza. Per noi venti minuti di spostamento sono un viaggio, per esempio per andare sulla costa o al più vicino ferramenta. Ma sono gli stessi venti minuti che si affrontano in città per andare a lavorare”.

Emigrazione: quanto è allarmante per voi? Quante nuove nascite ha avuto quest’anno Roccafiorita?
“È chiaro che la vedo come una preoccupazione. Qualche nascita c’è, una o due all’anno. A volte tre. Ma su un paese di 150 abitanti, due nascite già sono degli eventi, sarebbero il 2% o l’1% di popolazione. Il problema è la prospettiva. Questi bambini nascono già pensando che devono andare via per avere un futuro. Poi la nostra storia ci fa vedere che è così ovunque. L’emigrazione qui fa paura, sembra quasi avere gli stessi numeri del dopoguerra e ci vorrebbe qualcosa che dreni questo fatto”.

Il Pnrr è stato utile?
“Nasceva come un supporto all’Italia per fare resilienza, uscivamo da un momento critico e serviva ossigeno. Ma non ha centrato l’obiettivo che si prefiggeva. In 2-3 anni dovevamo esaurire il progetto, ma di fatto siamo in alto mare. Noi abbiamo sfruttato il filone digitalizzazione, perché crediamo che visto che non avremo mai una strada a tre corsie, almeno sia giusto puntare sull’avere dei collegamenti digitali che siano all’altezza dei tempi”.

Sull’emergenza degli eventi climatici estremi che stanno interessando i nostri territori?
“Noi siamo bravi nell’emergenza. Io non la farei così drammatica: quello che è successo lo è, ma il danno non porterà all’annullamento della comunità. Vedo già nella costa, qui a Santa Teresa, a Furci, Roccalumera, Sant’Alessio, che il 90% delle attività sono di nuovo a lavoro, che la viabilità è stata di nuovo ripristinata per quello che si è potuto. Nel giro di un mese e senza soldi. Il problema principale dell’Italia ora è lo spopolamento, che nemmeno si può definire così, perché è un problema demografico che non viene affrontato con le giuste misure. In Francia, in Germania già hanno attenzionato questo aspetto, le famiglie sono state poste al centro dell’agenda dei governi. Da noi qualche passo si fa, si comincia a pensare all’importanza degli asili nido. Se non diamo la possibilità alla donna di poter fare sia il funzionario che la mamma, con leggi particolari, con la possibilità di conservare il posto, di avere magari una precedenza, non risolveremo molti problemi. Soffriamo lo spopolamento in maniera tragica, ma anche a Messina o a Catania ci sono delle perdite impressionanti di popolazione, anche di quella scolastica”.

Come immagina il futuro di Roccafiorita? L’unione dei Comuni aiuta?
“Facciamo parte dell’Unione dei Comuni Valli Joniche dei Peloritani, che conta 11 Enti. Collaboriamo per tanti servizi e funziona. Le fusioni fra comuni potrebbero essere pensate, ma con delle differenze. Per i paesi sulla costa, dove c’è continuità di servizi, si può discutere. Ma per quelli di montagna sarebbe la morte definitiva della comunità. Fino a vent’anni fa si viveva di alcune attività locali, dall’agricoltura alla pastorizia. Oggi il borgo vive perché c’è il Palazzo municipale e i servizi connessi. Una fusione vorrebbe dire non salvare la comunità, non darle un futuro. Più che un comune, Roccafiorita è una comunità, perché se guardiamo i crudi numeri non avrebbe senso di esistere. Se parliamo di comunità, la città conta più di mille persone, per la Valle dell’Agro, per la Sicilia, per l’Italia, per il mondo. Chi è andato via si riconosce in questa comunità. è l’orgoglio dell’appartenenza a questo posto”.