OMA – Stavolta il mito di una Sicilia locomotiva d’Italia non reggerà neppure appoggiandosi a un uso scaltro delle percentuali. Non secondo le stime sul Pil del 2026 elaborate dalla Cgia di Mestre. Le previsioni collocano la crescita economica dell’Isola al terzultimo posto tra le regioni italiane, con un pallido incremento dello 0,28% rispetto all’anno scorso. Una frenata improvvisa, forse troppo, viste le vertiginose percentuali del passato: nel 2023 il 2,1%, nel 2024 l’1,8%, fonte Istat.
Il racconto politico della crescita e l’inganno delle percentuali
Cifre più volte sbandierate dal Governo (sia regionale che nazionale) come sinonimo di un’accelerazione economica siciliana senza pari in Italia, legata, manco a dirlo, alle strategie politiche messe in campo. Fino a qualche giorno fa il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in visita in Sicilia, è tornato sul solito mantra: “Qui – ha detto il leader di Forza Italia – il Pil è cresciuto di più in percentuale rispetto al resto del Paese”.
Le parole dell’inquilino della Farnesina, d’altronde, sono state più accurate di quelle spesso pronunciate a Palazzo d’Orleans. Dietro di esse si cela comunque una verità: il Pil isolano non ha avuto pari, sì, ma “in percentuale”. Lo sviluppo economico dalla Sicilia, in concreto, non è mai stato il migliore d’Italia. Si è sempre trattato, appunto, di un inganno statistico, “percentuale”, sapientemente cavalcato per parlare di un’economia siciliana trainante. La crescita del Pil calcolata in miliardi di euro – non in percentuali – in questi anni ha sempre visto la Sicilia restare dietro alle solite “giganti” italiane: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e via dicendo.
Le previsioni Cgia e il crollo del trend siciliano
Secondo le stime della Cgia, però, questo gioco percentuale potrebbe presto incepparsi. Da un trend del Pil siciliano sull’ordine del +2%, si passerà come detto a uno che non raggiungerà nemmeno il mezzo punto (+0,28%). Dietrofront repentino. Ai piani alti della classifica, il boom dell’Emilia Romagna (+0,86%) che in termini di crescita strapperà al Veneto (+0,64%) la guida economica del Paese. Peggio della Sicilia, invece, faranno solo Basilicata (+0,25%) e Calabria (+0,24%), penultima e ultima in Italia. Ben magra consolazione per l’Isola. Anche perché le stime a livello provinciale, vedono comunque in fondo alla graduatoria un quartetto di siciliane: Agrigento, Caltanissetta, Enna e, ultima in assoluto, Ragusa.
Fine del Pnrr e crescita non strutturale
Le scelte politiche adottate in Sicilia in questi anni, dunque, rischiano di rivelarsi delle meteore. Rivendicate come toccasana economico da chi le ha volute, potrebbero aver tralasciato un sano pizzico di lungimiranza. Il report della Cgia, infatti, ha dato una spiegazione chiara alla frenata economica, richiamando il fatto che il 2026 segnerà la fine del Pnrr. Il documento recita che la scadenza del Piano nazionale di ripresa e resilienza, prevista per quest’estate, “avrà un impatto rilevante”. Senza il boost dei fondi europei, lo sviluppo economico registrato in questi anni è destinato a subire un brusco rallentamento, complice l’incapacità della Pubblica amministrazione (tanto quella siciliana, quanto in generale quella italiana) di approfittare del Pnrr per “consolidare una crescita strutturale”.
Insomma, le risorse erogate dall’Ue sono state impiegate per finanziare misure che, lì per lì, hanno smosso l’economia, ma non in modo così incisivo da rendere la crescita un fattore stabile, duraturo e soprattutto indipendente dagli aiuti di Bruxelles. Si è, in altre parole, sempre rinviato il fatidico momento in cui ci si sarebbe dovuti preoccupare del dopo Pnrr. E ora che quel momento è arrivato, le conseguenze si intravedono all’orizzonte.
Pnrr, opere pubbliche e ritardi infrastrutturali
Più che la fine del Pnrr in sé, occorre considerare il modo in cui questi fondi sono stati spesi. Un dato rilevante segnala che la maggior parte dei finanziamenti non è stata impiegata per realizzare opere pubbliche, ma per altre finalità, come servizi o contributi alle attività produttive. Misure che hanno portato a risultati estemporanei, mentre, nel frattempo, venivano tralasciati quegli interventi infrastrutturali che avrebbero generato condizioni di sviluppo economico forse più lente, ma anche più durature.
La Corte dei Conti, come accennato in un altro approfondimento del Quotidiano di Sicilia (si veda l’edizione dello scorso 16 gennaio), ha evidenziato proprio la lentezza dei lavori pubblici del Pnrr (opere e impiantistica) rispetto ad altri ambiti di spesa. Benché gli interventi infrastrutturali, hanno affermato dalla magistratura contabile, siano “quelli destinati a produrre effetti a lungo termine nel tessuto economico del paese”, a livello nazionale lo stato di avanzamento delle opere pubbliche è al 30,1%, contro la realizzazione di servizi (37,8%), la concessione di contributi (40,8%), e l’acquisto di beni (44,9%).
Sicilia e Mezzogiorno: il divario nei pagamenti Pnrr
Questo ritardo dei lavori pubblici, se è presente a livello nazionale, lo è ancor di più nel Mezzogiorno, e soprattutto in Sicilia. In base ai dati Svimez aggiornati al 30 giugno 2025, i pagamenti delle opere pubbliche legate a progetti del Pnrr sono al 43,3% al Centro-Nord e al 23% al Sud. In questo quadro, la Sicilia, con un avanzamento al 18%, è penultima in Italia, davanti soltanto alla Calabria (16,9%).
La tendenza a dare priorità a investimenti diversi da quelli in opere pubbliche, tra l’altro, non si è consolidata in modo casuale, ma è stata il frutto di ben precise riprogrammazioni di medio termine del Pnrr. Rimodulazioni che, infatti, hanno dirottato le risorse verso gli incentivi alle imprese. Un cambio di programma che ha favorito le Pubbliche amministrazioni, segnate da deficit di progettazione, le quali hanno così evitato un certo numero di cantieri, addossando ai privati il compito di far fruttare i fondi europei nel circuito economico.
Tant’è che la stessa Svimez, in un suo rapporto sul Pnrr, ha commentato la predilezione degli incentivi ai privati come una “scelta finalizzata a semplificare e accelerare l’attuazione del Piano”, considerata la loro “più immediata spendibilità rispetto agli investimenti pubblici”. Ma è stata anche una scelta che “ha indebolito le finalità di perequazione infrastrutturale territoriale”, soprattutto in ambiti fondamentali per la riduzione dei divari di cittadinanza. Un aspetto, questo, che probabilmente ha influito in negativo anche sulla capacità di anni e anni di investimenti di creare condizioni di crescita capaci di camminare sulle proprie gambe e, un domani, sostenere da sé, senza Pnrr, l’espansione del Pil.
Sicilia dopo il Pnrr: una crescita col freno a mano tirato
In definitiva, alla vigilia della scadenza del Pnrr, le Amministrazioni potranno anche rivendicare il raggiungimento dei target di spesa (nonostante i ritardi che ancora si registrano). L’aver però messo in secondo piano le opere pubbliche, potrebbe portare a un bilancio finale sull’economia i cui risultati sono quelli di un Pnrr che ha funzionato col freno a mano tirato. E la parabola di una regione come la Sicilia, il trend della cui crescita potrebbe perdere 2 punti percentuali in appena un paio di anni, sembra raccontarlo con chiarezza.

