ROMA – L’anno del suo presunto boom economico è ormai ampiamente passato, eppure i risultati per la Sicilia non si vedono. L’Istat ha di recente aggiornato al 2024 le tabelle sul Prodotto interno lordo, e i dati pro capite confermano il pessimo piazzamento dell’Isola nel quadro produttivo italiano, condannandola al penultimo posto nella classifica delle regioni. Si tratta della prima rilevazione effettuata dall’Istituto di statistica per l’anno in questione (aggiornata col monitoraggio di dicembre 2025). I dati, pertanto, potrebbero variare e aumentare nei prossimi report, ma già dal quadro attuale è evidente che la situazione è sempre la stessa.
Il presunto boom del 2023: il +2,1% in volume si rivela un’illusione statistica
Un anno prima, nel 2023, il Pil siciliano cresceva in volume del 2,1%, dato celebrato dal Governo come indice di uno sviluppo senza pari. Rialzo percentuale criticato numerose volte dal Quotidiano di Sicilia come mera illusione statistica non supportata da numeri concreti. E infatti, malgrado quell’incremento, un anno dopo (nel 2024) la Sicilia è risultata ancora fanalino di coda. Per di più l’Istat, che nel suo report dedica un apposito spazio alla graduatoria delle regioni per Pil pro capite, mette in evidenza in modo esplicito il fatto che i divari territoriali sono rimasti stabili. È chiaro dunque, checché ne dicano le percentuali, che nella strategia disegnata per la Sicilia dall’Amministrazione regionale e nazionale, qualcosa, probabilmente, non sta tornando. E anche se l’incremento in euro è risultato lievemente maggiore rispetto a quello di altre regioni, comunque non si vedono cambiamenti all’orizzonte.
Nord-Ovest a 46.100 euro pro capite, Mezzogiorno a 24.800: i divari macroterritoriali restano invariati
Da un punto di vista macroterritoriale i gap già esistenti non si sono ridotti. La ripartizione con il Pil pro capite più elevato continua a essere il Nord-Ovest, con 46,1 mila euro in termini nominali. Segue il Nord-Est con 43,6 mila euro e il Centro con 40 mila euro. Il Mezzogiorno chiude la fila, ultimo tra le ripartizioni con un Pil pro capite di 24,8 mila euro. Come sottolineato dal rapporto Istat, nel 2024 la ricchezza per abitante del Centro-Nord è risultata di 1,75 volte superiore a quella del Mezzogiorno, mentre l’anno prima il rapporto era di 1,78. Di fatto si tratta di un pareggio. Indice che, appunto, le disparità territoriali a livello macro non hanno registrato alcuna significativa variazione.
Ma anche spostando il focus sui divari tra le singole regioni, la situazione è rimasta sostanzialmente immutata. Il Trentino Alto Adige continua a essere primo per Pil pro capite, con un valore di 54,6 mila euro. Un grande risultato su cui, però, influisce in modo notevole l’esigua popolazione (circa 1,1 milioni di abitanti), tant’è che, in quanto a Pil nominale, la regione è solo al decimo posto in Italia. Prima de facto è invece la Lombardia, che si piazza, sì, al secondo posto (50,4 mila euro) ma con un numero di abitanti (10 milioni) nettamente superiore al resto delle regioni italiane.
Sicilia penultima con 23.300 euro pro capite: solo la Calabria fa peggio
La Sicilia, come anticipato in apertura, è ancora la penultima regione per Pil pro capite (23,3 mila euro). Peggiore dell’Isola in quanto a ricchezza per abitante, e quindi ultima in graduatoria, solo la Calabria (21,7 mila euro). Un tonfo a cui le regioni del Sud faticano a porre rimedio anche quando certe economie del Nord rallentano. Infatti, come evidenziato da Istat (e come già riportato dal Quotidiano di Sicilia a proposito del Pil nominale nell’edizione dello scorso giovedì 19 marzo), nel 2024 alcune regioni tradizionalmente più sviluppate hanno avuto una momentanea battuta d’arresto. È il caso del Veneto, la cui ricchezza regionale in volume (quindi in percentuale a prezzi costanti) ha addirittura subìto una leggera flessione del -0,1%. Ma neppure il fatto che alcune delle economie più robuste d’Italia non abbiano ripetuto le performance del 2023 ha potuto favorire una vera riduzione dei gap territoriali, segno che gli sforzi di chi si trova in fondo alla classifica sono stati evidentemente insufficienti.
Svantaggio di 20.000 euro rispetto a Veneto ed Emilia Romagna: la forbice demografica che non aiuta il Sud
Al momento, la Sicilia ha uno svantaggio nell’ordine dei 20 mila euro rispetto a regioni con una popolazione non troppo dissimile, come Veneto ed Emilia Romagna, che pertanto possiedono una ricchezza media per abitante pari di fatto al doppio di quella dell’Isola. Si tratta di un divario dai risvolti rilevanti. A differenza del Pil regionale, infatti, il dato pro capite è legato non solo alla quantità di ricchezza prodotta, ma anche al numero di cittadini per cui viene “divisa” questa ricchezza. Il fatto che, a parità di popolazione, tra Veneto ed Emilia Romagna da una parte, e Sicilia dall’altra parte, la forbice sia ancora così ampia rivela con maggiore chiarezza le disparità endemiche nelle economie delle di queste aree.
L’impatto che il fattore demografico può avere sull’ammontare del Pil pro capite di una regione, inoltre, è indicatore di un’ulteriore disuguaglianza tra Nord e Sud. La stima della ricchezza per abitante può aumentare non solo perché spinta dalla crescita economica, ma anche perché trascinata dal calo demografico. È anche per questo che, come detto, il Trentino Alto Adige, in termini pro capite, supera la Lombardia (che in realtà possiede un volume economico superiore).
In considerazione di questa dinamica, si delinea un altro aspetto dei gap territoriali che coinvolge le regioni con le popolazioni più esigue. Mentre la Valle d’Aosta, con appena 123 mila abitanti, si piazza al terzo posto in Italia per Pil pro capite (47,7 mila euro), le regioni del Sud scarsamente popolate non riescono a schiodarsi dalla parte bassa della classifica. È il caso della Basilicata (530 mila abitanti) e soprattutto del Molise (288 mila abitanti), rispettivamente al quattordicesimo e al sedicesimo posto per Pil pro capite. Tirando le somme, il basso numero di abitanti, che in linea di principio dovrebbe favorire l’aumento dei dati sul Pil, sortisce questo effetto boost solo nel contesto settentrionale. Mentre nel Mezzogiorno, dove le condizioni di sottosviluppo sono molto più marcate, neppure il quadro demografico riesce a confondere “al rialzo” le stime sulla ricchezza.
Nel 2023 le “ultime” province d’Italia erano Agrigento ed Enna
Considerando i dati su base regionale del 2024, la Sicilia è riuscita ancora una volta a evitare solo per un soffio l’ultimo posto della classifica per Pil pro capite. Dal punto di vista delle performance provinciali è invece proprio l’Isola a piazzarsi sul gradino più basso. Il report Istat pubblicato lo scorso dicembre, infatti, fotografa anche il Pil per abitante delle singole province, anche se in questo caso i dati sono relativi al 2023 e non al 2024 (nel rapporto immediatamente precedente non si andava oltre il 2022). Di preciso, il documento indica i territori il cui Pil pro capite si allontana di più (sia in positivo che in negativo) dalla media nazionale.
In questo caso, le province con Pil pro capite più basso d’Italia sono due siciliane: Agrigento (19 mila euro) ed Enna (19,3 mila euro). In cima alla classifica, invece, c’è Milano (71,3 mila euro). Il capoluogo lombardo, dunque, “inverte” su base provinciale il posizionamento che, da un punto di vista più ampio, vede la regione scavalcata dal Trentino Alto Adige. Anche se, comunque, subito dopo Milano c’è appunto la provincia di Bolzano (al secondo posto con 61,5 mila euro per abitante).
Il report Istat, riguardo allo stato economico delle province, offre anche una panoramica sul modo in cui i singoli settori produttivi (dai servizi finanziari e professionali, fino all’industria e all’agricoltura), hanno contribuito alla formazione del valore aggiunto.
In nessun caso, Istat rileva un comparto che abbia portato in una provincia siciliana una crescita economica significativa. Anzi, per quanto riguarda i settori del commercio, dei pubblici servizi, dei trasporti e delle telecomunicazioni, l’Istituto di statistica precisa che, riguardo all’apporto economico generato da questi comparti, i valori più bassi in assoluto si sono registrati a Enna (3 mila euro), a Caltanissetta e ad Agrigento (3,5 mila euro in entrambi i casi).


