PALERMO – Un monumento del teatro. Convivono in lui ironia e rigore, leggerezza e profondità. Qualità che lo hanno reso un interprete amatissimo dal pubblico e rispettato dalla critica. Pippo Pattavina non recita la Sicilia: la incarna, restituendone accenti, contraddizioni e umanità con uno stile che è diretto, vivo, profondamente contemporaneo.
Supportato da una superba Francesca Ferro con un cast di attori di primordine formato da Debora Bernardi, Riccardo Maria Tarci, Aldo Toscano, Giuseppe Parisi, Anastasia Caputo e Giampaolo Romania che collabora anche alla magistrale regia di Guglielmo Ferro, porta in scena “Il piacere dell’onestà” di Luigi Pirandello. Prodotto dall’Associazione culturale Abc, nell’ambito della nuova stagione Turi Ferro, lo spettacolo sarà rappresentato al Golden di Palermo dal 17 al 19 febbraio.
“Devo ammettere, egoisticamente, che per me è un orgasmo recitare Pirandello, uno dei più grandi autori del teatro mondiale, per di più con un testo totalizzante, per quanto riguarda il personaggio del primo attore. Inoltre, portarlo in scena, come già accade da diversi anni, con grandissimi successi, non solo in Sicilia ma in tutta Italia, è sempre una conferma ulteriore della validità della sua opera e, nello specifico, di questa edizione dello spettacolo con la regia di Guglielmo Ferro, una compagnia collaudata di bravissimi attori che ho scelto uno per uno, e la produzione dell’Abc di Catania, che ringrazio per la passione e l’apporto professionale che riversa in ogni singola messinscena”.
Si è mai sentito ‘nemo propheta in patria’?
“Se uno, che fa il mio mestiere, non ha spirito d’iniziativa, sarà sempre nemo propheta in patria. E io appartengo a questa categoria, quella dei pigri. Non mi sono mai promosso, ho sempre aspettato che lo facessero gli altri”.
Ha visto sfumare qualche opportunità, per cui ancora le brucia?
“Mi sono perso tantissime opportunità, e mi brucia sì. Quando ci penso, mi dico: ‘Sciocco che sono stato, avrei potuto cogliere quell’occasione e non l’ho fatto’. Tuttavia non mi rammarico: facendo un bilancio della mia vita, al di là di qualche inevitabile rimorso, mi reputo un fortunato. Ho sempre recitato i ruoli che ho voluto, e questo mi appaga”.
L’ultimo in ordine cronologico è Angelo Baldovino, un uomo che rifiuta il compromesso in un mondo fondato sul compromesso. Oggi, una figura del genere, è un modello morale o piuttosto un povero ingenuo destinato a soccombere?
“È un modello morale, non si discute! Lui è un uomo marginale che poteva soccombere prima, schiacciato dall’ipocrisia, ma che invece, dopo aver accettato di sposare per denaro Agata (Francesca Ferro, ndr), una donna incinta di un marchese già sposato, in un matrimonio formalmente privo di sostanza, trova poi questo slancio di rivincita, di rivalsa e si riscopre improvvisamente onesto. Acquista, così, una piena coscienza di sé, dando lezioni di vita a tutti quelli che si spacciavano retti, ma che in effetti onesti non lo sono mai stati”.
Quanto è stato difficile, come attore, difendere un personaggio che non cerca di piacere allo spettatore, ma anzi lo mette sotto accusa?
“È una sfida bellissima, perché bisogna recitare due Baldovino: quello del primo atto, quando si parla di questo compromesso morale, e quello della seconda parte, quando si capisce che è psicologicamente cambiato”.
L’onestà diventa un atto di violenza contro l’ordine sociale. Pirandello, dunque, ci sta dicendo che la verità è più intollerabile della menzogna?
“Senza dubbio. La verità è intollerabile perché può fare malissimo. Dirla è uno straordinario atto di coraggio che comporta anche rinunce, sfide, dolori, per chi decide di addossarsi un simile fardello”.
È un garantista assoluto della verità a tutti i costi o ritiene che, in fondo, ci si possa concedere qualche piccola bugia ogni tanto?
“Se attestando il falso, una non verità, si riesce a creare una buona azione, allora la bugia diventa salutare”.
Più pericoloso, forse, il meccanismo dell’abitudine. Anche lei, talvolta, ne è rimasto intrappolato?
“Certamente sì, ma chi non ne è vittima! Spesso per vigliaccheria o per quieto vivere. Se l’uomo potesse improvvisamente non avere più di questi scrupoli e dire la verità senza timore, camperebbe non cento ma duecento anni”.
A teatro, invece, è sempre un debutto.
“Per un attore, l’abitudine potrebbe essere normale, perché per quattro, cinque, sei mesi, un anno… ti muovi intorno allo stesso personaggio, allo stesso ruolo, con le stesse pause, le stesse battute. Ma non è così, poiché si ha la straordinaria opportunità di cambiare città, utenza teatrale, per così dire. Allora, sapendo che il pubblico, tutte le sere, è un pubblico diverso, che ti ascolta per la prima volta, reciti come se fosse sempre un debutto”.
La definiscono – ed è – un autentico mattatore della scena. La modestia non paga?
“Da qualche tempo, ho smesso di essere modesto. La modestia non paga e credo, negli anni, di avere dato abbondantemente prova di chi sia Pippo Pattavina. Attenzione, però, perché bandire la modestia è un esercizio che richiede profonda onestà intellettuale, soprattutto con sé stessi. Prima di avere l’orgoglio di realizzare qualcosa, un nuovo progetto, bisogna toccarsi il polso e capire se si è in grado di farlo. Allora ti dai delle risposte”.
Ogni mattina, cosa si dice davanti allo specchio?
“Un attore, quando è fuori dal palcoscenico, anche solo per una settimana, si sente una belva in gabbia. Così mi ripeto: ‘Non vedo l’ora di ricominciare’”.

