Home » Inchiesta » Più occupati, meno produttività: il paradosso del lavoro in Italia

Più occupati, meno produttività: il paradosso del lavoro in Italia

Più occupati, meno produttività: il paradosso del lavoro in Italia
Operai al lavoro in una fabbrica di legno

Per Eurostat, a inizio 2026 l’Italia è stata l’unica tra le grandi economie dell’Unione europea ad aver registrato una riduzione del valore aggiunto sia per persona impiegata (-0,3%) che per ora (-0,1%). In Sicilia un tonfo del -2,4%

ROMA – Gli indici sull’occupazione in costante crescita hanno portato più volte il Governo Meloni a rivendicare risultati da record e massimi storici. È però sul fronte della produttività del lavoro che restano le criticità, con valori che regrediscono di anno in anno. La Penisola si trova a vivere immersa in un paradosso: si lavora sempre di più, ma gli sforzi degli occupati restano incastrati in un sistema incapace di convertire questa operosità in crescita economica reale.

Produttività del lavoro in Italia, il confronto con l’Europa

Secondo gli ultimi dati Eurostat, l’Italia è l’unico Paese tra le maggiori economie europee (e non solo tra quelle) ad aver registrato un calo della produttività. Questo non significa che gli italiani lavorino male o di meno, ma che il valore economico generato per occupato o per ogni ora lavorata è inferiore a quello degli altri Paesi dell’Ue. Un problema, dunque, da ricercare non tanto nella quantità di persone che svolgono un impiego o nella durata dei turni di lavoro, quanto nella qualità dell’occupazione, nella distribuzione e nell’organizzazione delle attività produttive.

Italia, produttività in calo per occupati e ore lavorate

Nel dettaglio, la statistica europea ha rilevato nel primo trimestre di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2025, un calo della produttività italiana sia per occupato (-0,3%) che per ora lavorata (-0,1%). Nel frattempo, tutti i più grandi partner europei hanno invece incrementato la quantità di output generata per unità di lavoro: in Germania il +1,1% per persona e il +0,9% per ora lavorata. In Francia, rispettivamente, il +0,7% e il +1%. Risultati positivi anche in Spagna, con il +0,3% e il +0,5%, e in Polonia, con significativi aumenti percentuali del +2,3 e +2,8.

Produttività italiana in calo da anni

Le cattive performance italiane, messe ancor più in risalto da un quadro europeo che invece fa progressi, non sono comunque una novità del momento. Il trend negativo della produttività persiste da anni. All’inizio del 2025 il valore economico generato per occupato e ora di lavoro in Italia era diminuito dello 0,8% e dello 0,4% rispetto all’anno precedente. E anche nei primi mesi del 2024 si registravano contrazioni pari al -1% e al -2%. In questi anni, insomma, la produttività ha avuto un crollo verticale, riflettendo, inoltre, evidenti disuguaglianze interne.

Produttività in Sicilia e nel Sud Italia

Eurostat, infatti, offre anche una panoramica a livello regionale, seppur in questo caso i dati annuali più aggiornati risalgano al 2024. Scendendo nel dettaglio dei singoli territori italiani, il maggior calo della produttività per lavoratore riguarda le Isole (-2,1%) e il Sud (-1,2%), con riduzioni più contenute al Centro (-1%), al Nord-Est (-0,8%) e al Nord-Ovest (-0,6%). Quanto alle specifiche regioni, il dato peggiore in assoluto è quello di Sicilia e Umbria. In entrambi i casi, il calo è stato del 2,4% rispetto all’anno precedente. Seguono Toscana (-2,1%), Piemonte e Molise (-1,9%), Liguria (-1,7%) e Campania (-1,5%).

Occupazione in crescita ma produttività in calo

Come si diceva, però, il crollo della produttività italiana non è connesso a un calo dei lavoratori, che anzi stanno aumentando. Nel gruppo delle maggiori economie europee, l’Italia ha ottenuto tra il 2024 e il 2025 uno dei risultati migliori sia in termini di tasso d’occupazione (+0,5 punti percentuali) sia in quanto a numero di occupati (oltre 290 mila nuovi lavoratori). Da questo punto di vista, la nostra Penisola è preceduta solo dalla Spagna. Un’ulteriore dinamica che (visti i dati sulla produttività in controtendenza) sembra suggerire come l’occupazione creata in Italia in questi anni non abbia caratteristiche tali da portare all’economia del Paese quel contributo che ci si aspetterebbe.

I settori con più occupati ma bassa produttività

Si offrono così spunti di analisi che coinvolgono diversi aspetti del mondo del lavoro. Tra gli altri, l’effettivo livello di produttività dei comparti in cui i lavoratori sono aumentati di più. Già l’anno scorso, Istat segnalava come l’occupazione fosse cresciuta soprattutto in settori ad alto impiego di forza lavoro ma a scarsa produttività (costruzioni, ricettività, servizi alla persona). Ma, a far da sfondo al quadro occupazionale, c’è anche la questione anagrafica, con l’aumento dei lavoratori che ha riguardato tutte le fasce d’età esclusi i più giovani, e con maggior riguardo per la fascia 50-64 anni, complici anche invecchiamento demografico e riforme pensionistiche. Una cornice che lascia meno spazio ai giovani più qualificati, generando anche un effetto collaterale: la dispersione dell’investimento pubblico sostenuto per la formazione di questo capitale umano, che viene di fatto “regalato” al Paese o al luogo in cui il lavoratore decide di trasferirsi.