ROMA – Con la scadenza del Piano nazionale di ripresa e resilienza alle porte, il punto non sarà solo comprendere quante risorse sono state spese e quanti interventi sono stati realizzati, ma anche valutare se, alla fine dei giochi, il risultato giustificherà i costi. Quella proveniente dall’Unione europea, infatti, non è stata esattamente una raffica di fondi “gratis”. Dei 194,4 miliardi assegnati all’Italia, solo 71,8 miliardi sono sovvenzioni, ossia risorse che l’Europa elargisce a fondo perduto. I restanti 122,6 miliardi di euro (e cioè il 63% circa del plafond) sono invece prestiti. Somme che, quindi, andranno restituite a Bruxelles e su cui il Paese dovrà pagare gli interessi. E non si tratta affatto di briciole.
Tassi variabili e 64 miliardi di interessi: il conto finale del prestito europeo
Se il tasso medio Ue del 2025 dovesse restare invariato anche nel 2026 (e quindi attestarsi sul 3,17%), il totale complessivo degli interessi Pnrr pagati dall’Italia alla scadenza del 2058 sarebbe di circa 64 miliardi di euro. Ma visto che, come stiamo per mettere in evidenza, i tassi europei sono soggetti a un’elevata variabilità, il risultato finale potrebbe essere diverso, per difetto ma anche per eccesso.
Il Pnrr, ricordiamo, viene erogato a rate in base al progressivo raggiungimento degli obiettivi suddivisi in milestone e target. Da questo punto di vista, lo strumento finanziario si distingue da altri, come i fondi strutturali (per esempio Fesr e Fse+), che invece sono legati alla certificazione della spesa. Per ciascuna rata del Pnrr, l’Italia sottoscrive con l’Europa una sorta di “mutuo” (i cui dettagli emergono dai decreti di accertamento di volta in volta emanati dal Mef) con cui ci si impegna a restituire i prestiti nell’arco di un trentennio.
Il rimborso del capitale (i 122,6 miliardi) inizia però dopo il decimo anno dall’erogazione di ogni singola tranche. Per esempio, il prefinanziamento Pnrr è stato emesso nel 2021: la restituzione del capitale inizierà dunque nel 2032 e proseguirà fino al 2052. L’ultima rata per l’Italia, invece, sarà nel 2026: il rimborso di questo capitale inizierà dunque nel 2037 e, di conseguenza, visto il respiro trentennale dell’operazione, l’intero prestito Pnrr andrà restituito all’Europa entro il 2058.
Preammortamento e Next Generation Eu: come funziona il meccanismo di rimborso
Nel corso dei primi dieci anni in cui non si restituisce il capitale, però, è previsto un preammortamento. Fin dalla loro erogazione, insomma, sulle rate del Pnrr maturano gli interessi, e questi vanno pagati da subito. In sintesi, per ogni singola rata ci sono dieci anni di interessi (preammortamento) più vent’anni di restituzione del capitale (su cui comunque continueranno a maturare altri interessi). Con il Next Generation Eu, infatti, l’Europa trova le risorse sul mercato “al posto” dello Stato membro, per poi distribuirle sottoforma di finanziamento. Insieme alla liquidità, dunque, si trasmette anche il costo sostenuto dall’Ue per acquisire i capitali. Costo che viene rimborsato al tasso d’interesse medio fissato al tempo in cui Bruxelles ha emesso l’obbligazione.
In quest’ultimo aspetto si annida il rischio finanziario. In linea di principio, il NextGenEu ha offerto finanziamenti a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle a cui il Paese sarebbe andato incontro ricorrendo all’indebitamento con titoli propri: secondo i dati del Mef, nel 2022 il tasso medio dei Btp decennali era del 3,04%, nel 2023 addirittura del 4,35%. Invece, al tempo in cui l’Italia ha incassato la “rata zero” (il prefinanziamento) del Pnrr, il tasso d’interessi medio Ue era dello 0,15%.
Dal tasso iniziale dello 0,15% al 3,50% nel 2023: l’escalation che pesa sulle casse italiane
Tuttavia, la lunga durata dei finanziamenti europei ha esposto il Piano a un’elevata variabilità dei tassi d’interesse. Tant’è che dal vantaggiosissimo tasso iniziale dello 0,15%, nel 2022 (anno della prima e della seconda rata del Pnrr) si era già passati a tassi dell’1,38% e del 2,61%, fino a superare il tetto del 3,50% nel 2023 (anno della terza e della quarta rata).
Gli interessi sui prestiti del Pnrr all’Italia, insomma, non solo si pagano subito, ancor prima del rimborso del capitale, ma stanno anche aumentando progressivamente nel tempo. Il rischio che ne segue, naturalmente, è che se gli investimenti legati a questi fondi europei non creeranno condizioni strutturali di crescita economica, alla fine dei conti il Pnrr avrà portato al Paese più debito pubblico che sviluppo.
3,43 miliardi già pagati e 148 miliardi da sborsare entro il 2058: i numeri reali del salasso
L’Italia attualmente non ha ancora ricevuto l’intero prestito di 122,6 miliardi. Avendo incassato finora le prime otto rate del Pnrr (l’ultima lo scorso 30 dicembre) più il prefinanziamento iniziale, il Paese ha totalizzato un parziale di 99,05 miliardi di euro. Il restante importo, sempre che vengano raggiunti gli obiettivi pattuiti con l’Europa, entrerà con le ultime due rate del Piano. Ma quanto ricevuto finora è già sufficiente per pesare in modo considerevole sulle casse dello Stato.
Considerando le scadenze di pagamento scattate fin qui (quattro per il prefinanziamento, tre per la prima e la seconda rata, due per la terza e la quarta, e una per la quinta e la sesta) il nostro Paese ha già sborsato circa 3,43 miliardi di euro di interessi. Ma, come detto, il conto è destinato a lievitare nel tempo.
L’importo parziale ricevuto finora (99,05 miliardi) nel 2058 peserà sul debito pubblico italiano, in termini di interessi, per circa 49 miliardi di euro: quasi il 50% del prestito incassato trent’anni prima. Agli interessi, chiaramente, andrà poi aggiunta la quota capitale che l’Italia inizierà a restituire nel 2032: totale 148,05 miliardi di euro da sborsare. Una stima a cui vanno ancora aggiunte le ultime rate non ancora incassate, prestiti di cui al momento non si conoscono i tassi d’interesse. Ma, come si diceva in apertura, ipotizzando che i tassi non varino, gli interessi sui 122,6 miliardi totali toccherebbero quota 64 miliardi.
Scarsa trasparenza istituzionale: il Mef prevede 10 miliardi di interessi solo nel triennio 2026-2028
Le cifre, per di più, si confondono in un nugolo di scarsa trasparenza istituzionale. Proprio come il monitoraggio degli interventi, anche il tracciamento dei costi legati al Pnrr non è supportato da sistemi per un’agevole consultazione. Un’indicazione, però, è nascosta nelle migliaia di pagine dello Stato di previsione del Mef, dov’è presente la voce “spesa per interessi e oneri finanziari sui prestiti di cui al recovery and resiliency facility”. Per il triennio 2026-2028, il Mef prevede un costo pari a poco meno di 10 miliardi di euro: 2,8 miliardi nel 2026 e 3,4 miliardi per ciascuno degli altri due anni. Previsioni da cui emerge in modo distinto la strada al rialzo che ormai è stata imboccata.

