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Pnrr Sanità, cento strutture da inaugurare in due mesi. Faraoni al QdS: “Mancare l’obiettivo? Ipotesi esclusa”

Pnrr Sanità, cento strutture da inaugurare in due mesi. Faraoni al QdS: “Mancare l’obiettivo? Ipotesi esclusa”

Intervista all’assessore regionale con delega alla Salute. A gennaio 40 Case della comunità su 146 da aprire entro il 31 marzo. Rivendicato il primato della Sicilia per attivazione dei presìdi, ma il quadro complessivo “premia” il Settentrione

PALERMO – Un nuovo modo di intendere la sanità e di fruire dei suoi servizi. Ecco una delle più importanti promesse del Pnrr. La visione di una rete più vicina al territorio, capace di uscire dalle mura di ospedali spesso distanti dalle periferie. Il tutto orbita intorno a due nuove strutture: Casa di comunità e Ospedale di comunità.

Pnrr e sanità territoriale in Sicilia

In questo disegno nazionale il cui finanziatore è Bruxelles, anche la Sicilia è chiamata a fare la sua parte. Nell’Isola sono previste 146 Case di comunità e 39 Ospedali di comunità. Siamo nella fase finale del Pnrr e, dopo un lungo periodo di preparazione, tocca adesso a una raffica di inaugurazioni, che infatti in questi giorni non sono mancate. Tanto più che il termine per realizzare i presìdi, il 31 marzo, ormai incombe.

In alcune occasioni, è stato rivendicato che l’Isola sarebbe la prima regione per apertura delle Case di comunità, più rapida di illustri “concorrenti” come Lombardia e Veneto. L’Agenas però dice altro, indicando già a giugno dell’anno scorso centinaia di strutture attive nel Nord Italia. Di questi aspetti, e di quei dati che sembrano fare a botte tra loro, abbiamo parlato con Daniela Faraoni, assessore alla Salute della Regione siciliana.

Assessore, partiamo dalle Case di comunità. Qual è l’attuale stato di avanzamento del programma?
“Al 31 gennaio abbiamo 40 strutture sulle 146 del Pnrr. Parlo non solo di lavori completati, ma di attivazione ed effettivo funzionamento. In questo senso, siamo tra le regioni che hanno contribuito in modo considerevole al target assegnato all’Italia. Basti pensare che la Lombardia, al 31 gennaio, ha previsto l’attivazione di sole 20 strutture. La regione Veneto soltanto 13. La Campania sta un po’ meglio, con 28. Noi siamo a 40. Anche la Cabina di regia nazionale ha riconosciuto il contributo importante della Sicilia rispetto alla realizzazione di un risultato che, ricordiamolo, è un obiettivo nazionale, non soltanto regionale. Obiettivo che poi, è questa la cosa più importante, mira a rimodulare l’organizzazione del servizio sanitario sul territorio affinché le persone possano trovare h24 una struttura di riferimento, anche diversa dal Pronto soccorso. E in questa struttura affrontare le patologie o le esigenze di più bassa complessità, in modo da rendere i nostri Pronto soccorso adibiti in via prioritaria, se non esclusiva, alle problematiche più complesse”.

Lei pensa sia verosimile rispettare il target di 146 strutture entro il 31 marzo, o ritiene che, alla fine, sarà necessario far slittare questo termine?
“Nel mio lavoro ho imparato che quando viene fissata una data, e in gioco c’è un obiettivo così importante anche per la nazione, non è possibile pensare che questo obiettivo non venga centrato. Cominciamo quindi col dire che l’impostazione data al lavoro nell’anno appena trascorso, con la mia presenza in assessorato, si è basata su questa visione. Non penso comunque ci sia una possibilità unilaterale, da parte nostra, di chiedere un rinvio. Non è un’opzione ammessa. Certo, c’è un grande dibattito a livello nazionale, perché il fatto che le altre regioni non abbiano ancora provveduto, o l’abbiano fatto solo in parte, è segno di una sofferenza. Nel loro caso un po’ diversa dalla nostra, perché, paradossalmente, le loro difficoltà derivano dall’indisponibilità di personale infermieristico, di personale del comparto, oltre che dei medici. Difficoltà che probabilmente noi abbiamo in misura ridotta. Su questa fascia delle professionalità intermedie, diciamo che le regioni del Sud sono un po’ più avvantaggiate. Abbiamo un mercato del lavoro che ancora ci consente di reclutare ampiamente le risorse necessarie a tutta l’organizzazione, perché queste strutture dovevano nascere senza la previsione di un’implementazione di risorse umane”.

Perciò in quanto a lavoratori godiamo di una situazione avvantaggiata rispetto al Nord?
“Dico che la nostra organizzazione sanitaria può rivolgersi a un mercato del lavoro in cui si riesce a trovare un’offerta da parte dei soggetti interessati. Se facciamo un avviso, un concorso, riscontriamo un’ampia fascia di partecipazione dei professionisti dell’area intermedia. Su questo, invece, il Nord ha qualche difficoltà in più. Non significa che siamo agevolati, perché qui, d’altra parte, abbiamo un problema diverso: siamo in Piano di rientro. Abbiamo un Prodotto interno lordo che sta cercando in questi ultimi mesi di svilupparsi, e infatti c’è stato un miglioramento. Però i nostri tetti di spesa del personale, di fatto, sono inferiori rispetto a quelli delle regioni del Nord, a parità di popolazione”.

Restando sulle Case di comunità attive in questo momento, può dirci chi effettivamente sta lavorando nelle strutture? Da dove vengono questi operatori, come sono stati reclutati?
“Provengono da una rimodulazione dell’organizzazione esistente. Le Case di comunità, abbiamo avuto modo di vederlo dove sono già state attivate, hanno dato un contributo importantissimo. C’erano attività sul territorio che talvolta avevano in sé delle risorse che, seppur di certo impiegate, non sempre erano inserite in un percorso proficuo. Ora nella Casa di comunità abbiamo riorganizzato le attività, utilizzando al meglio queste risorse”.

Non c’è il rischio che vengano sottratte risorse umane agli ospedali “tradizionali”?
“Assolutamente no. Non è ciò che accade, non viene sottratta alcuna risorsa. L’ospedale deve essere tutelato e non c’è nessuna attività di trasferimento dall’organizzazione ospedaliera, se non nei casi in cui abbiamo suggerito di assegnare persone con mansioni ridotte, per motivi, ad esempio, di condizioni fisiche che non consentono il pieno utilizzo dentro la degenza, o per ragioni di altro genere, magari perché in età fortemente avanzata. In questi casi, ma è stata un’indicazione interna, abbiamo detto: dotiamo gli ospedali di risorse nuove e giovani, e proviamo ad assegnare a queste altre strutture quelle figure che possono portare con sé expertise e know-how di un ospedale, ma che poi hanno delle limitazioni funzionali che non consentono la loro piena utilizzazione senza mettere in difficoltà l’organizzazione ospedaliera. E che, per questo, possono dare il meglio nelle realtà più periferiche.

Quindi, in generale, possiamo dire che non c’è un trasferimento di risorse.
“Talvolta queste nuove strutture ne hanno riassorbite di preesistenti, anche distribuite su più siti. Presìdi sul territorio che, per carità, svolgevano una funzione, ma che ora stiamo riconducendo in un’area centralizzata, che offre una continuità. È questo che le persone devono sapere. In quest’area troveranno un’assistenza continuativa del servizio infermieristico e del medico. E quindi anche le cosiddette Guardie mediche potranno essere assorbite dalle nostre Case di comunità e, nell’intrecciare la loro presenza con il restante personale, garantiranno questo servizio h24. È una riorganizzazione. Io ho sempre detto che quando abbiamo visto per la prima volta la possibilità di fruire di queste risorse (era il 2021, nel pieno della pandemia), abbiamo subito capito che in realtà stavamo spostando l’organizzazione verso una centralizzazione sul territorio che doveva diventare forte. Forte perché deve affiancare l’ospedale e liberarlo da quelle attività che possono essere svolte anche in realtà che ospedaliere non sono, ma che possono offrire al cittadino la risposta a un bisogno di minori dimensioni, per il quale quindi evitare di andare in ospedale”.

Lei ha ribadito che, con un parziale di 40 Case della comunità attive, la Sicilia è davanti ad altre regioni come la Lombardia, che è a 20 strutture, e il Veneto che è a 13. Da un monitoraggio dell’Agenas, però, risulta che al primo semestre dell’anno scorso in Lombardia c’erano già 142 strutture con almeno un servizio attivo, e in Veneto 63. Dati che sono stati confermati anche dalle stesse Regioni. Come si interpretano allora questi numeri?
“Io naturalmente sto contando le strutture della missione 6, quelle del Pnrr. Poi, è chiaro, in altre realtà, come ad esempio l’Emilia Romagna, c’era già da anni un’organizzazione calibrata sulle Case di comunità. Per loro è stato molto più semplice. Noi invece abbiamo dovuto prevedere questo nuovo modello, introdurre ex novo un’organizzazione che altrove era già collaudata da decenni. Stiamo parlando delle Case di comunità relative al Pnrr e noi, nel nostro modello precedente, non avevamo queste strutture. Abbiamo iniziato a realizzarle con il Pnrr e, nell’ambito del Piano, ne abbiamo attivate 40. Di quelle finanziate dal Pnrr nella regione Lombardia, ne sono state realizzate finora il numero che ho detto. Le cifre in più fanno riferimento a quelle che già avevano. È chiaro, ognuno poi nel tempo ha avuto una diversa organizzazione, e questo è quello che possiamo dire: per noi, quando si parla di Case di comunità, l’inizio è questo. E poi, come continuo ad affermare, il fatto che il Pnrr ci abbia consentito di realizzare 146 Case non significa che l’intero fabbisogno della regione venga così soddisfatto. Dovendo consolidare questo nuovo sistema operativo, è chiaro che nel tempo ne dovranno nascere altre, ovviamente a carico del sistema sanitario regionale, non più finanziabili dal Pnrr. Dobbiamo distinguere la visione della nuova organizzazione da quello che è stato il Pnrr, che ha dato inizio in tutte le regioni, e in tutta Europa, a un modello omogeneo di attività che rende il territorio capace di rispondere in maniera uniforme anche nel caso di una nuova pandemia (che naturalmente ci auguriamo non si verifichi mai)”.

Cosa può dirci invece degli Ospedali di comunità?
“Devono essere considerati come un’articolazione del domicilio del paziente. Quest’ultimo, in diverse circostanze, vuoi perché esce da un ospedale per acuti dove ha subìto un trattamento particolarmente importante, vuoi perché deve prepararsi a entrare in un ospedale, può non trovarsi nelle condizioni di stare a casa, dove non sarebbe in grado di provvedere ai suoi bisogni, oppure perché non ha un caregiver con adeguate competenze. E allo stesso tempo non può stare in ospedale perché la sua condizione non è così grave, pur dovendo comunque essere protetta e tutelata da una presenza continuativa infermieristica oltre che medica. Ecco, in questi casi il paziente trova accoglienza in un Ospedale di comunità, che deve essere considerato articolazione della sua stessa dimora. Presso questa struttura potrà essere raggiunto dal suo medico di famiglia, dall’assistenza domiciliare integrata, esattamente come se fosse a casa sua. Solo che, invece di stare a casa, dove viste le sue condizioni è consigliabile che non stia, si trova in un luogo in cui fruisce di un’assistenza di Oss, di infermieri e di medici h24”.

Qual è lo stato di attuazione?
“Stiamo procedendo. Siamo nel pieno della realizzazione e diverse strutture sono già state aperte in varie province, come nel palermitano e nel messinese. Anche per gli Ospedali di comunità la previsione è il 31 marzo. Poi è nella facoltà della Cabina di regia, come richiesto dalle regioni del Nord e non da noi, dare una possibilità di attivarli successivamente, nei tre mesi che seguono. Noi però questa richiesta non l’abbiamo fatta”.

Nei giorni scorsi è stato adottato il decreto che disciplina l’attività intramoenia. Atto preceduto dai rilievi con cui la Corte dei conti ha evidenziato alcune criticità. Qualcuno dell’opposizione ha criticato l’iniziativa in materia di attività libero professionale intramuraria come limitata a una sola parte del problema. Lei che ne dice?
“Intanto metto in evidenza che questo tipo di provvedimento non è stato adottato per rispondere alla Corte dei conti, sebbene poi svolga anche quella funzione. L’atto è frutto di un lavoro che abbiamo intrapreso nei mesi scorsi, quando ancora la Corte non aveva trasmesso i rilievi. Però, evidentemente, è il segno che avevamo in qualche maniera intercettato un contesto che aveva bisogno di essere rigovernato, anche perché l’ultimo intervento regolamentare risaliva a oltre dieci anni fa. Era inevitabile, oggi, prendere in mano il fenomeno, perché siamo convinti che abbia contribuito a un certo sviluppo delle liste d’attesa. Non sarà l’unico provvedimento, intendiamoci. Ce ne vorranno altri. Ma per quanto riguarda le valutazioni dell’opposizione sulla qualità di quest’atto, francamente non ho ricevuto segnalazioni. Anzi, devo dire che da molte parti c’è stata soddisfazione per il fatto che finalmente si sta cercando di incidere non tanto sulle attività in libera professione, quanto piuttosto sui volumi di prestazione che nel rapporto istituzionale ogni dirigente medico deve potere assicurare al sistema pubblico, e sulla base di questi volumi definire poi l’attività che gli è concessa in regime libero professionale. Le attività rese in questo regime devono essere commisurate alle attività rese nel rapporto pubblico. Allora, se noi non definiamo i volumi prestazionali all’interno del pubblico, non potremo mai controllare e condizionare le attività intramoenia. E quindi l’obiettivo del decreto è quello di dare delle regole molto precise. È chiaro che c’è la responsabilità di tutti: da una parte dell’assessorato, che deve verificare e controllare quello che avviene all’interno di ogni azienda per ciascuna attività prevista dai nostri Lea, e, dall’altra parte, delle direzioni generali, alle quali è dato l’obbligo di definire i volumi prestazionali possibili e necessari, e definire quel livello minimo che sarà anche tetto massimo delle prestazioni rese in regime libero professionale, e quindi a pagamento. Se ci riusciamo, probabilmente i volumi delle nostre liste d’attesa subiranno una modifica interessante. Ma sono modifiche, attenzione, che non si colgono nello spazio di una settimana o di un mese. Si rilevano lungo un periodo in cui il sistema viene posto sotto la lente d’ingrandimento”.