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Politica siciliana in crisi neuronale, parla Mannino: “Trent’anni di errori, ma non sono irrimediabili”

Politica siciliana in crisi neuronale, parla Mannino: “Trent’anni di errori, ma non sono irrimediabili”
L’onorevole Calogero Mannino

L’ex ministro Dc analizza il dissesto del territorio isolano: dai boschi agli incendi, dall’acqua alle strade

Intervista sulla crisi tra politica e territorio con l’onorevole Calogero Mannino, uno dei massimi esponenti, siciliani e nazionali, della Democrazia Cristiana della cosiddetta prima repubblica. Più volte ministro, in particolare degli interventi straordinari nel Mezzogiorno e dell’Agricoltura e delle politiche forestali. Ci riferisce una sua articolata opinione sulla crisi dell’istituzione regionale, di pensiero, visione e governo concreto delle cose.

Buongiorno Onorevole dove si trova e come sta?
“Buongiorno sono a Sciacca e onestamente sento caldo, e con il caldo il cuore si affatica”.

Pare che si affatichi anche il cuore dell’Isola.
“Dici?”.

Sembra che ci sia un abbandono del territorio, non in senso metaforico o politico del consenso, ma proprio della geografia, della materia di cui è fatta la nostra Isola, come l’acqua per esempio.
“C’è un’erosione fortissima qui a Sciacca sul mare, di cui nessuno ha parlato, l’inverno si è portato via almeno tre metri di costa, il mare si è alzato, frutto non solo dei cambiamenti climatici, ma di un’assenza della gestione delle coste e delle spiagge”.

Ed invece il territorio interno, con migliaia di ettari devastati dagli incendi?
“Questo dipende da una fase di trasformazione della società e dell’economia siciliana. Settant’anni fa la battaglia era contro il feudo, per il frazionamento della terra e la formazione della piccola proprietà contadina. Oggi una gran parte di questi appezzamenti sono abbandonati, non sono più coltivati. Il che dovrebbe farci pensare ed agire, in primis con una nuova politica agraria, che parta addirittura da una ricomposizione fondiaria. Non si vuole demolire la riforma agraria ma permettere la costituzione di aziende moderne per colture fondamentali come i grani duri. Se no saremo costretti, come facciamo, a comprare grano all’estero di peggiore qualità organolettiche rispetto ai nostri. Per permettere un agroalimentare moderno – mulini, pastifici – ci vogliono materie prime coltivate in quantità sufficiente e con moderne tecniche di cui la piccola proprietà non dispone. Ma l’abbandono del territorio, da cui i roghi che vediamo, hanno un aspetto prevalente che risale al 1990 quando la Regione siciliana e lo Stato hanno programmato la formazione delle foreste in Sicilia attraverso politiche di rimboschimento. Tramite un regolamento comunitario della fine degli anni ’80, il Side-site, abbiamo dato contributi a chi abbandonava le colture per trasformare il terreno agricolo in boschivo, ottenendo una rendita per alcuni anni. Questo ha consentito un’estensione delle superfici boschive. Quel provvedimento è scaduto da tempo e così le politiche forestali. Anzi si è dato il colpo di grazia trasferendo il corpo forestale, un corpo molto tecnico e vocato alle politiche competenti, ai carabinieri, decisione improvvida, infelice e da ripensare, riducendo tutto a vigilanza fondamentalmente penale. In Sicilia siamo in un limbo con un corpo forestale rimasto autonomo, che non ha più compiti di programmazione né della vigilanza giudiziaria sui piromani che almeno altrove può consentire l’Arma. Il corpo forestale era un corpo profondamente tecnico, che non faceva solo vigilanza, ma gestione attiva delle superfici boschive. Questa funzione è stata abbandonata. E questa non è un’opinione, ma un fatto”.

Ma anche in Sicilia era così?
“Certo c’era l’Azienda foreste che non solo gestiva i boschi ma faceva anche ricerca insieme all’università. Tanto che a Bivona e sui monti sicani c’era un corso di scienze forestali. Oggi non c’è più nulla. Tutto miseramente abbandonato”.

Li vicino a S. Stefano di Quisquina c’è un’altra grande azienda agricola di sperimentazione dell’Università di Palermo.
“Esattamente, Pietranera, che è stata particolarmente colpita da questi incendi”.

Torniamo al corpo forestale.
“Il corpo forestale siciliano, che non essendo trasferito ai carabinieri è in una sorta di limbo, un territorio di nessuno, è diventato esclusivamente un corpo di lavoratori a cui viene garantito un reddito. È stata invece, nei primi anni 2000, abolita l’Azienda Regionale delle foreste che in cinquant’anni di storia aveva avuto l’importante ruolo di centro di direzione, programmazione e attuazione dei piani di forestazione, perché gran parte di boschi Siciliani non sono sorgivi, ma derivanti da piani di rimboschimento. L’abolizione dell’azienda foreste ha decapitato la struttura del corpo forestale”.

Quindi c’è un corpo senza il cervello.
“Benissimo. Faccio mia la tua frase, c’è un corpo senza il cervello, un corpo che non obbedisce ad alcun comando. Un corpo privo di competenze e di funzione”.

Mi scusi onorevole, il comandante devi vigili del fuoco, dopo il tragico evento della morte di un vigile a San Cataldo, ha dichiarato una cosa grave, cioè che è assente in Sicilia l’opera di prevenzione degli incendi. Per cui si facilità enormemente il lavoro ai piromani.
“La questione è proprio questa. In assenza di una struttura di direzione è venuta a mancare l’importante funzione di vigilanza e custodia. Da trent’anni non si fa ormai più manutenzione dei boschi. Sono dei territori abbandonati a se stessi. La violenza degli incendi che si sono sviluppati rende evidente che c’erano tutte le condizioni per il divampare delle fiamme”.

C’è anche chi dice che l’età media dei forestali è molto alta in Sicilia. Questo non è un problema per la manutenzione?
“Questo perché la politica ha ridotto questa struttura ad un’agenzia di occupazione e di distribuzione di reddito, indipendentemente della sua funzione originaria”.

Torniamo alla fisica, perché nonostante siamo la terra di Pitagora ed Archimede gli elementi fisici sembrano ignorati, l’acqua. Perché in Sicilia non governiamo l’acqua e la perdiamo più che in altre regioni?
“L’Eas che era l’ente pubblico, in verità abbastanza malconcio, preposto al governo delle acque è stato negli anni 2000 sostituito da una società privata francese che aveva, ovviamente, precipui scopi aziendali, e non gli obbiettivi di funzione che aveva l’istituzione regionale, quindi il profitto e scarsi, se non nulli, investimenti sulle reti”.

Oggi Siciliacque non è più francese ma italiana, posseduta da Italgas in buona parte controllata da Cdp, cioè lo Stato.
“La Cassa Depositi e Prestiti è l’unico polmone finanziario in mano allo Stato perché alimentata dal risparmio dei pensionati italiani. I quali pur avendo una scadenza, magari ravvicinata, continuano incredibilmente a risparmiare. Ma essendo Cdp un pezzo del patrimonio statale qui la Regione deve intervenire con forza, se ha una credibilità istituzionale. Altro punto sono le dighe costruite con forte contributo della Cassa del Mezzogiorno. Queste dighe, oltre ad avere scarsa manutenzione, sono in gran parte scollegate, riducendone la possibilità di fruizione, a volte con sversamenti assurdi. Di fatto non c’è una gestione unitaria delle acque”

Quello che ha avuto invece la Puglia anzi le Puglie.
“Esatto. Li la gestione unitaria degli acquedotti pugliesi non solo, dopo una lunga stagione di crisi, è buona ma ha realizzato in pieno la propria funzione tanto da sconfinare in Basilicata e Calabria. Ecco oggi la Regione dovrebbe porsi al centro di alcune aree di intervento, disciplina e governo, essenziale e strategico, del territorio. Il territorio nella molteplicità dei suoi aspetti”.

Sembra però che ci sia una filo rosso, negativo, di Arianna. Tutto ciò che è complesso, strutturale, fisico, la politica regionale lo tralascia. Come se fosse una cosa troppo grossa per quello che sono i neuroni della politica regionale attuale. Troppa complessità è frustrante forse e ci si autolimita alle piccole cose.
“Ho grandi perplessità davanti alla complessità neuronale che la politica attuale dovrebbe affrontare. La logica è siccome non ci arrivo mi seggo e aspetto. Mi seggo dove, mi seggo ai piedi dove posso gestire piccoli particolari. La decomposizione della politica e del ruolo della Regione, non solo sotto il profilo istituzionale e regolamentare, ma proprio del ruolo concreto, di governo concreto. Il territorio dovrebbe essere il centro, il cuore dell’azione di governo. La Regione dovrebbe recuperare alcuni strumenti. Perché i fatti, gli errori, accaduti in questi ultimi trent’anni non possono essere considerati irrimediabili, devono essere rimediati. La Regione prima del 1992 aveva un grande corpo tecnico, dotato di ingegneri di grande valore che riuscivano a fare progetti, fare proposte, esprimere pareri. Gestire analisi di singoli problemi ed elaborazioni complesse. Dall’Azienda foreste sono nate alcune realtà che oggi sono l’orgoglio della Sicilia. Andiamo a vedere quello che è stato realizzato sui Nebrodi per esempio, che sono diventati una realtà naturale spettacolare, che ne ha fatto l’altro versante naturalistico dell’Etna. Queste cose non sono nate solo grazie alla natura, ma ad una programmazione e gestione fatta da strutture tecnicamente complesse. Non solo, sui Nebrodi c’è una realtà agroalimentare di grande qualità. Come si nota gli anelli della corona sono collegati gli uni con gli altri, ma se non c’è quello centrale, una regia, ecco salta tutto. Volendo concludere è vero che ci sono dei mascalzoni che appiccano il fuoco, ma se ci limitiamo a questa osservazione ci liberiamo cosi dalle responsabilità”.

Che è quello chi contesta la procura di Gela per Niscemi. Il vero peccato è quello di omissione del governo delle cose…
“Il peccato è quello di non sapere pensare, di non sapere fare, di non sapere programmare. La politica ha abbandonato l’idea di essere il centro della discussione e della risoluzione dei problemi. Questo è l’aspetto principale della crisi politica ed istituzionale”.

Una crisi di pensiero quindi?
“L’assemblea regionale ha perduto funzione perché governano, male dovremmo dire, le cose esistenti, quelle che hanno. E quando intervengono è solo per riadattamenti. Ma la Regione non è al centro di una visione, che non può essere una sintesi assoluta, ma una sintesi relativa in cui l’elenco dei problemi vengono messi uno accanto all’altro”.

Uno dei problemi della crisi di pensiero con cui affrontare la complessità è stata per esempio la riforma delle province. Alla fine fu fatta e mai ripensata una norma scarna, di pochi articoli, per un problema complesso che ci ha portato a 13 anni di commissariamenti.
“Molte volte la politica si muove per mode, le Province sono state abolite invece di essere rifunzionalizzate rispetto ai cambiamenti intervenuti. Perché per esempio la mobilità è esponenzialmente aumentata, ed oggi nessuno governa più le strade, che solo un organismo di area vasta può gestire in un processo di integrazione. Perché la Sicilia è un’isola, ma non è che al suo interno ci sono nove isole”.

Di fatto è così sembra frazionata senza una visione in un arcipelago interno. Il lato negativo del provincialismo regionale. Abbiamo in Sicilia 14.000 km di strade provinciali. Abbandonate.
“Appunto, abbandonate, ma non abbiamo in Sicilia un piano sulla grande mobilità. Noi abbiamo tre autostrade che sono state pensate negli anni 60. La Palermo-Catania è stata realizzata nel 1967 con i fondi dell’art.38 dal governo regionale Coniglio, tanto che l’Anas non l’ha mai sentita propria. E lo Stato è li messo che cincischia. Non c’è dubbio che l’Anas non fa in Sicilia quello che fa in Veneto o in Lombardia. Poi magari in Lombardia e Veneto ha concesso le autostrade ai Privati. Ma le ha concesse solo in funzione di grandi arricchimenti. Gente che viene dal nulla, da qualche straccio colorato, che hanno assunto una funzione monopolista nel sistema delle infrastrutture. E la fanno franca pure di fronte alla responsabilità di tragedie come il ponte Morandi, in cui il condannato è l’impiegato, non il padrone. Comunque il problema resta che l’Anas in Sicilia non fa quello che fa nel resto d’Italia”.

Però anche noi ci mettiamo del nostro. La Palermo-Catania alla fine ha un commissario che è il nostro Presidente di Regione.
“Quindi il presidente della Regione si è preso la responsabilità delle imprecazioni di coloro che devono attraversare la Sicilia, che è diventato una specie di gioco dell’oca”.

Diciamo che siamo riusciti a strappare il cerino del ridicolo che apparteneva alla Salerno-Reggio Calabria come evidenziano tutti i comici siciliani.
“Il presidente della Regione è l’uomo da deprecare, non da criticare ma da deprecare. Lo sarà anche per tanti altri aspetti, ma per questo problema è da deprecare”.