Milano, 1 dic. (askanews) – I risultati di una campagna di trasformazione del pomodoro particolarmente lunga e complessa e una serie di criticità che pesano negativamente sull’efficienza e sulla redditività: dalla gestione della governance di filiera fino all’avvento sui mercati internazionali di Paesi competitor che, pur non riguardando il mercato domestico, rischiano di sottrarre quote di mercato al nostro export. Sono questi alcuni dei principali temi affrontati durante l’assemblea pubblica di Anicav, tenutasi a Napoli nel corso della tredicesima edizione de Il filo rosso del pomodoro.
“Il primato di assoluta qualità che i nostri prodotti made in Italy hanno conquistato nel corso dei decenni resta saldo; tuttavia, è necessario soffermarsi con attenzione sui cambiamenti in corso, in particolare sull’ingresso di nuovi Paesi produttori che, pur non potendo garantire lo stesso livello qualitativo, puntano sulla leva del prezzo e rischiano di sottrarci quote di mercato importanti – ha evidenziato il presidente di Anicav, Marco Serafini – Nel lungo periodo questa situazione potrebbe creare difficoltà, anche considerando che il nostro comparto è da sempre fortemente orientato all’export. Per prevenire questi rischi sarà quindi indispensabile rendere più efficiente l’intera filiera, così da ridurre i costi senza intaccare la qualità, intervenendo su alcuni temi specifici. Penso, ad esempio, alla corretta gestione delle risorse idriche, ambito sul quale il Masaf ha annunciato proprio in questi giorni importanti interventi, dando ascolto alle nostre richieste; al divieto da parte dell’UE di utilizzare alcuni agrofarmaci e fertilizzanti, che incide negativamente sulle rese agricole e ci pone in una posizione di svantaggio rispetto a Paesi che non sono soggetti alle stesse limitazioni; e, ancora, al forte impatto del sistema Ets, che impone standard su emissioni e consumi senza eguali nel mondo, senza tenere adeguatamente conto della stagionalità del nostro lavoro”.
“Uno dei temi centrali del dibattito è sicuramente quello della governance della filiera e della necessità di migliorare la relazione tra parte agricola e parte industriale – continua il direttore generale di Anicav, Giovanni De Angelis – Serve quindi un dialogo più costruttivo, mettendo al centro del processo di rinnovamento l’interprofessione, che va però ripensata nel suo perimetro di competenze e nel modello operativo, in particolare nel bacino Centro Sud. In questo scenario complesso, gli accordi quadro restano lo strumento imprescindibile e centrale per una corretta programmazione. Solo così possiamo pensare di contrastare l’evidente calo delle rese agricole e l’aumento dei costi di produzione, per poi puntare a distribuire in maniera più equilibrata il valore lungo tutta la filiera, garantendone la competitività. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, soprattutto se consideriamo che il prezzo pagato in Italia dall’industria di trasformazione agli agricoltori per la materia prima è da sempre il più alto al mondo”.
Tra i temi trattati e le criticità individuate durante il dibattito ci sono fattori endogeni come la governance di filiera. La filiera sconta ancora una governance non pienamente efficace, con un dialogo spesso faticoso tra parte agricola e industriale. L’interprofessione fatica a esprimere tutto il suo potenziale e la presenza di OP piccole e frammentate, soprattutto nel Bacino Centro Sud (se ne contano 32, rispetto alle 12 OP del Nord), limita la capacità di programmazione e di concentrazione dell’offerta, indebolendo il potere negoziale complessivo del sistema. C’è poi il tema del prezzo della materia prima e delle tensioni lungo la filiera. Il pomodoro destinato alla trasformazione, lamenta Anicav, viene pagato agli agricoltori italiani il prezzo più alto al mondo, a fronte di forti oscillazioni e dinamiche talvolta speculative. Questo genera tensioni lungo la filiera, con il rischio di compromettere la competitività dell’industria, in particolare nel Mezzogiorno, dove i margini sono strutturalmente più ridotti. Nello specifico, Il costo del pomodoro è cresciuto del +50% negli ultimi 4 anni, con picchi del 67% al Sud.
Il tessuto industriale frammentato nel bacino produttivo del Sud è un’altra criticità endogena. Molti stabilimenti sono dimensionati sulle esigenze del mondo agricolo più che sulle logiche industriali, con una capacità produttiva frammentata e difficoltà a sfruttare appieno le economie di scala. Ciò pesa su chi deve confrontarsi con una Gdo che esercita una pressione sempre maggiore nei confronti dei propri fornitori.
Esistono poi dei fattori esogeni, che condizionano il settore a partire dal quadro regolatorio. Le imprese devono operare in un contesto normativo europeo stringente su agrofarmaci e fertilizzanti. La mancanza di alternative, afferma l’associazione, rischia di ampliare il divario competitivo rispetto ai Paesi che non sono soggetti agli stessi vincoli e che possono produrre a costi inferiori. Inoltre, più dell’80% della produzione agricola di pomodoro andrebbe persa senza una adeguata protezione delle colture. Anche sulla questione delle emissioni, il sistema Ets ha innalzato l’obiettivo di riduzione, generando un impatto economico negativo su un settore caratterizzato da una forte stagionalità. Quello del pomodoro trasformato è l’unico comparto agroalimentare italiano a rientrare in questi obblighi. C’è poi la questione dell’emergenza idrica e delle carenze infrastrutturali. Il cambiamento climatico espone il settore a eventi estremi e disomogenei tra Nord e Sud, mentre le infrastrutture idriche risultano ancora incomplete o in ritardo, come nel caso di dighe e collegamenti strategici. Questa situazione si traduce in incertezze sulla disponibilità d’acqua, con impatti diretti su rese, quantità e qualità delle produzioni agricole. Infine c’è il tema della concorrenza internazionale, dei dazi e del divario di costo. La crescente competizione di Paesi europei ed extra-UE che producono a costi molto inferiori e che si trovano a gestire surplus produttivi destinati all’export (come nel recente caso della Cina), si accompagna alla questione dazi negli Usa. Questa combinazione mette a rischio le quote di mercato dei trasformatori italiani.

