“La vera svolta per aumentare gli stipendi e redistribuire il valore non è il salario minimo, ma la partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa”. In una Sicilia stretta tra una forte disoccupazione e il paradosso delle competenze che fuggono al Nord, il mondo del lavoro chiede regole nuove e investimenti certi. Paolo Capone, Segretario Generale dell’Ugl, traccia il quadro economico e sociale della Sicilia e del Mezzogiorno. Dalla sfida della Zes Unica al nodo mai risolto delle infrastrutture: l’Isola vive una fase cruciale, sospesa tra segnali di ripartenza economica e ritardi strutturali che continuano ad alimentare la disoccupazione e la fuga dei giovani talenti.
La Sicilia continua a perdere giovani e registra tra i più alti tassi di disoccupazione d’Italia. Quali sono le tre priorità che Governo e Regione dovrebbero affrontare subito per creare lavoro e trattenere i talenti?
“Il Sud sta crescendo grazie a interventi come la Zes Unica, ma in Sicilia il lavoro stagna. L’Isola sconta un’alta disoccupazione giovanile, un record di Neet e un divario di genere occupazionale tra i più alti d’Europa. Per invertire la rotta serve intervenire su tre fronti: completare le infrastrutture fisiche, a partire dal Ponte sullo Stretto e dalla rete ferroviaria e stradale; potenziare la rete digitale per dare competitività alle imprese e alle eccellenze tecnologiche locali; e garantire aiuti di Stato mirati per compensare gli svantaggi storici dell’insularità”.
La Zes Unica è stata presentata come uno strumento decisivo per attrarre investimenti al Sud. Quali risultati concreti avete riscontrato e cosa frena ancora gli investimenti?
“I risultati ci sono e sono tangibili: lo dimostrano l’incremento della produzione industriale, la crescita del PIL e l’aumento dell’occupazione in tutto il Mezzogiorno. L’intuizione vincente è stata estendere la Zes a tutto il Sud anziché limitarla a piccoli distretti. La nostra esperienza sul campo ci conferma che gli investimenti stanno continuando ad arrivare, rappresentando un reale vantaggio competitivo per la Sicilia e per l’intero Mezzogiorno”.
Sul Ponte sullo Stretto il dibattito resta acceso. Quali benefici concreti prevede per l’occupazione e l’economia, e quali condizioni servono perché non restino sulla carta?
“L’opera rischia di rimanere sulla carta a causa dei continui blocchi, ed è un grave errore. Il Ponte non garantisce soltanto la continuità territoriale, abbattendo i costi di trasporto per le merci e facilitando la mobilità dei cittadini, ma elimina una barriera prima di tutto psicologica per chi vive su un’isola. Inoltre, amplifica i propri benefici imponendo la realizzazione di fondamentali opere infrastrutturali a monte e a valle dello Stretto. L’Ugl ha sostenuto il progetto fin dal primo momento: serve il coraggio da parte di Governo e imprese di posare la prima pietra, garantendo al contempo il massimo rispetto delle norme ingegneristiche e contabili”.
In Sicilia abbiamo poli storici come Priolo o Gela in fase di riconversione. Come si coniuga la transizione ecologica con la tutela dell’occupazione?
“Qualunque transizione deve garantire un livello occupazionale pari a quello sottratto dalla riconversione degli impianti. Poli come Priolo hanno subito decenni di crisi e un forte impatto ambientale: meritano un risarcimento in termini di investimenti e veri progetti industriali, non semplici aiuti a pioggia. Ai tavoli di crisi nazionali il Sud è purtroppo sovrarappresentato, da Stellantis all’ex ILVA. La riconversione verso un’industria più pulita e rispettosa della salute è doverosa, ma non possiamo rinunciare alla produzione: siamo la quarta potenza esportatrice al mondo e serve un piano industriale nazionale chiaro, realizzabile e misurabile”.
Il Pnrr avrebbe dovuto contribuire a ridurre il gap territoriale. Dal vostro osservatorio, la Sicilia ha colto questa opportunità o il Mezzogiorno rischia di perdere ulteriore terreno?
“Siamo ormai alla fase finale dell’erogazione dei fondi e il Pnrr è stato utilizzato fino all’ultimo centesimo; le ultime rendicontazioni ci diranno se gli effetti misureranno un reale recupero del gap economico, sociale e di coesione. Il divario del Mezzogiorno sconta ritardi atavici: spesso si sono calate produzioni importanti al Sud senza affiancarle con le necessarie infrastrutture e filiere a corredo. La sensazione è che da noi anche i mutamenti del modello industriale arrivino in ritardo rispetto al resto d’Italia e d’Europa. Il consuntivo finale del Pnrr sarà il vero banco di prova per capire se e quanto questo ritardo sia stato colmato”.
Molte imprese non trovano personale qualificato, mentre la Sicilia registra un’alta disoccupazione. Come si spiega questo paradosso? Dipende da formazione, salari o orientamento?
“In Italia e in Sicilia registriamo in realtà i tassi di disoccupazione più bassi dal 1977, segno che chi possiede le giuste competenze trova lavoro. Il fatto che molti giovani siciliani studino e facciano carriera al Nord dimostra che le competenze ci sono, ma vengono spese altrove: serve quindi recuperare un certo ritardo di capacità imprenditoriale locale. Il sistema formativo ha fatto passi avanti, come dimostrano gli ITS: in Sicilia, quello del settore farmaceutico garantisce il 100% di occupazione post-diploma. Strumenti e opportunità esistono, ma persiste un disallineamento tra domanda e offerta che occorre colmare, anche attraverso una migliore integrazione delle banche dati nazionali per incrociare i profili con i territori”.
L’inflazione continua a pesare sulle famiglie. Quali sono gli strumenti più efficaci per aumentare i salari e perché ritenete insufficiente la soluzione del salario minimo legale?
“Il salario minimo rischia di provocare un livellamento verso il basso delle retribuzioni: molte aziende, per legge, applicherebbero soltanto la soglia minima. In Italia l’oltre 95% dei lavoratori è già coperto da contratti collettivi nazionali depositati al Cnel, che garantiscono tutele e diritti compresi. Le retribuzioni si stabiliscono tramite la contrattazione, bilanciando la dignità del lavoratore con la tenuta economica dell’impresa, dato che il salario non è una variabile indipendente”.
La strada da seguire?
“La vera svolta per aumentare gli stipendi è la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili d’impresa, prevista dall’articolo 46 della Costituzione. Superando la logica della lotta di classe a favore della collaborazione tra capitale e lavoro, si incrementa la produttività e si redistribuisce ai dipendenti il maggior valore creato. La legge approvata sulla partecipazione è un primo passo, pur ancora timido: promuovere questa forma di democrazia economica è la strada fondamentale per garantire salari migliori, più welfare aziendale e maggiore sicurezza”.
In Europa si sperimenta la settimana corta a parità di stipendio e una nuova gestione dello smart working. L’Italia è pronta per questa rivoluzione dell’orario di lavoro o si rischiano disparità tra settori e territori?
“Lo smart working è una realtà consolidata dopo la spinta della pandemia e non solleva perplessità: in diversi settori garantisce flessibilità e reciproca soddisfazione tra aziende e dipendenti. Sulla settimana corta a parità di stipendio serve invece molta più cautela. Raccontata così è un’idea suggestiva, ma calata nella realtà risulta complessa: è difficile comprendere come mantenere le stesse retribuzioni e gli stessi livelli di produzione riducendo l’orario di lavoro. Il rischio che ci preoccupa è che la settimana corta si trasformi in un pretesto per trasformare i lavoratori in part-time, scaricando i costi sui dipendenti stessi”.
Come vede il fenomeno del “south working”, con sempre più giovani assunti al Nord che lavorano da remoto rientrando al Sud?
“È un fenomeno assolutamente positivo che riconcilia la vita del lavoratore con la propria comunità d’origine e che andrebbe stimolato in tutte le professioni in cui è applicabile. Fenomeni simili si vedono a livello europeo con i nomadi digitali, che scelgono di trasferirsi dove la qualità della vita è più alta o la vita è meno cara. L’Italia, con i suoi 8.000 comuni e in particolare con i borghi del Mezzogiorno, ha uno straordinario potenziale di ripopolamento e attrazione. Pur rimanendo riservato a chi svolge un lavoro 100% telematico, è un dinamismo virtuoso che permette di lavorare per qualsiasi azienda globale vivendo nei luoghi del nostro Meridione”.
L’Intelligenza Artificiale sta trasformando molti settori produttivi. È una minaccia per l’occupazione o un’opportunità? Quali tutele e investimenti nella formazione ritiene indispensabili?
“Ogni rivoluzione tecnologica, dalla macchina a vapore in poi, ha sempre creato più posti di lavoro di quanti ne abbia distrutti. L’Intelligenza Artificiale non fa eccezione: è vero che la sua straordinaria velocità di calcolo mette in discussione diverse professioni, ma non dobbiamo affrontarla con paura. Il cambiamento va governato attraverso un monitoraggio attento e sinergico tra istituzioni, governo e parti sociali. Per accompagnare questa transizione senza perdite occupazionali, la vera chiave strategica è la formazione: dobbiamo indirizzare con decisione le nuove generazioni verso le discipline scientifiche e le competenze del futuro”.
La campagna “Zero morti sul lavoro” è un vostro simbolo. Oltre all’inasprimento delle sanzioni, quali interventi ritenete prioritari sul piano della prevenzione?
“Con una media di 1.300 morti all’anno tra infortuni sul posto di lavoro e in itinere, le sole sanzioni non bastano. Un infortunio non è mai una fatalità, poiché ogni processo è codificato. Dobbiamo compiere un salto di qualità passando prima di tutto dalla semplice formazione all’addestramento pratico guidato dalla tecnologia. Non basta spiegare la teoria, serve far provare i rischi: con la digitalizzazione, l’IA e i simulatori virtuali — proprio come fanno i piloti d’aereo o i bambini giapponesi durante le esercitazioni sismiche — si creano automatismi che salvano la vita. Allo stesso tempo, occorre diffondere la cultura della sicurezza fin dalle scuole elementari e secondarie; educando i ragazzi fin da giovani avremo futuri lavoratori e cittadini spontaneamente più consapevoli, sia in azienda sia alla guida”.
Sul fronte della vigilanza e delle ispezioni nei cantieri e nelle aziende, dove sta fallendo il sistema istituzionale?
“Oggi i controlli sono frammentati tra una molteplicità di soggetti: Asl, Spresal, Arpa, Carabinieri, Ispettorato del Lavoro, Inps e Inail. Ognuno fa un lavoro meritorio, ma la mancanza di coordinamento e di incrocio dei dati ne riduce drasticamente l’efficacia. Per questo chiediamo la nascita di un’Agenzia Unica per i controlli. Riunire tutti gli ispettori sotto un unico tetto consentirebbe un’osmosi di competenze, la condivisione delle informazioni e una programmazione degli interventi sul territorio molto più mirata ed efficace”.

