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Precari con 36 mesi in cattedra d’ufficio

Precari con 36 mesi in cattedra d’ufficio

Violato principio di competenza

In base a una recente sentenza della Corte di Cassazione, sono state aperte le porte delle scuole italiane ai docenti precari che dopo 36 mesi di servizio – stabiliscono i giudici – devono essere immessi nel personale di ruolo.
Dove sta la lacuna? Nel fatto che queste figure non hanno affrontato il concorso per verificare se possiedano le competenze necessarie a insegnare.

Si tratta di un grave vulnus perché la Scuola è un apparato delicatissimo, nel quale si formano fin dall’adolescenza i giovani, che poi diventeranno cittadini e cittadine e anche, eventualmente, dirigenti. Se fin dall’inizio, cioè dalla scuola, costoro non vengono adeguatamente preparati – non solo nel merito delle varie materie, ma e soprattutto nel metodo, cioè in quell’insieme di regole che bisogna necessariamente conoscere per vivere in una Comunità – saranno dei “cattivi” cittadini ed, eventualmente, dirigenti.
Ormai, ci chiediamo, com’è possibile che persone che non siano state sottoposte alla verifica delle competenze vengano immesse, sic et simpliciter, nel sistema scolastico, ripetiamo, la parte più delicata delle istituzioni.

Scuola, competenze e declino della formazione

Questa è una delle cause che ha generato quell’evento scandaloso secondo cui la maggior parte dei giovani che ha partecipato alla preselezione per entrare nelle Facoltà di Medicina, è stata sonoramente bocciata. E così di seguito quando molti giovani escono dalle Università, fanno i concorsi e vengono eliminati soprattutto perché non sanno scrivere in italiano.

Il comportamento che descriviamo adoperato dalle istituzioni, a prescindere dalla parte politica che le governa, è inqualificabile perché mina la radice della civiltà di cui una popolazione dovrebbe essere ammantata. Ciò comporta che essa declina sempre di più, nel senso che viene inghiottita dalle sabbie mobili dell’ignoranza, e quindi diventa sempre più manipolabile dai soliti blablatori, che godono nel poter gestire persone che non hanno le capacità di capire con spirito critico le cose. Essi diventano così pecore di un gregge, che seguono il capobranco ovunque vada, anche nel precipizio.

Pubblica amministrazione ed evasione fiscale

La questione oggi in esame riguarda anche un altro versante dei pubblici dipendenti e cioè di tutti coloro che si dovrebbero occupare dell’evasione fiscale e contributiva: la Guardia di Finanza e in particolare la Polizia Economico-Finanziaria, l’Agenzia delle Entrate e Riscossione, gli ispettorati del lavoro, quelli dell’Inps e via enumerando.

Anche in questo caso rileviamo che l’attuale Governo – come peraltro hanno fatto i precedenti – ha annunciato l’assunzione di qualche decina di migliaia di nuovi dipendenti nelle categorie prima elencate, ma ha omesso di dire che queste assunzioni compensano a malapena tutti coloro che sono andati e vanno in pensione, con la conseguenza che l’organico rimane più o meno lo stesso, anzi, forse, diminuisce.
Ora, con un’economia sommersa di ben centottantadue miliardi e una conseguente evasione fiscale e contributiva stimata in cento miliardi, va da sé che questo Governo – come avrebbero dovuto fare anche i precedenti – dovrebbe fortemente aumentare l’organico delle categorie prima indicate per combattere ancora più efficacemente.

Competenze, banche dati e lotta alla disonestà

C’è da dire che l’Agenzia delle Entrate e la GdF hanno a disposizione oltre duecento banche dati, con cui possono determinare se il tenore di vita dei cittadini e delle cittadine – segnatamente quelli e quelle con partita Iva – corrisponde ai redditi dichiarati.

È ovvio che per perseguire l’efficace lotta contro la disonestà occorrono grandi competenze e dosi di formazione importanti, oltre a stipendi e retribuzioni più elevati per evitare ogni tentazione e ricompensare il grande lavoro svolto.
Non sappiamo se il Ministro competente leggerà queste note, ma sarebbe opportuno che, comunque, prendesse iniziative adeguate per effettuare concretamente questa lotta essenziale.

La questione che vi elenchiamo è gemella a quella precedente, cioè l’assunzione dei precari come professori, perché hanno in comune la necessità che gli addetti siano dotati di competenze e che vengano meglio remunerati.