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Prezioso (Svimez): “Più occupati, ma senza innovazione la produttività non cresce”

Prezioso (Svimez): “Più occupati, ma senza innovazione la produttività non cresce”
Il vice direttore di Svimez Stefano Prezioso

Il vice direttore di Svimez al QdS: “L’impasse si supera se si investe in nuove tecnologie e formazione”

Se in Italia gli occupati aumentano di anno in anno ma la produttività del lavoro cola a picco, è anche per via della scarsa tendenza all’innovazione delle imprese. Già nell’inchiesta pubblicata dal Quotidiano di Sicilia lo scorso 1 settembre, intitolata “L’innovazione motore di ricchezza”, si metteva in evidenza come i Paesi europei che investono di più in ricerca e nuove tecnologie siano anche quelli il cui Prodotto interno lordo cresce più rapidamente. L’Italia, però, non è nella top list, poiché sostiene investimenti sia pubblici che privati in R&S inferiori alla media europea.

Produttività del lavoro in Italia, l’analisi di Svimez

Di questi temi abbiamo parlato con il vice direttore di Svimez, Stefano Prezioso, che ai nostri microfoni ha innanzitutto chiarito il significato di produttività del lavoro: “È un dato – ha detto – che generalmente si calcola come rapporto tra valore aggiunto e numero degli occupati. Per cui, se la quantità di lavoratori aumenta del 3% ma il valore aggiunto cresce solo del 2%, ne consegue una caduta della produttività di un punto percentuale. Questo accade quando numeratore e denominatore si muovo a velocità differenti. Come succede in Italia ormai da tempo”. Dal punto di vista matematico, dunque, nessuna contraddizione. Resta però, in concreto, un chiaro problema socioeconomico.

In Italia i lavoratori aumentano ma non portano valore aggiunto. Se da un punto di vista quantitativo il mercato funziona, sembra comunque che nel Paese resti un evidente problema di qualità del lavoro…
“È proprio questo il punto. La gran parte dell’incremento occupazionale, in linea generale, si verifica ormai in attività che sono strutturalmente a bassa produttività. Penso a tutto il mondo della ristorazione, degli alberghi, a quello dei servizi alla persona. Penso, per esempio, al settore badanti, che generalmente ha incrementi occupazionali molto forti. Ma va detto che, se in comparti come quelli citati la produttività è strutturalmente bassa, anche il resto del sistema economico tende comunque a investire poco. Le persone lavorano sempre con le stesse risorse, gli stessi macchinari e la stessa capacità tecnica, quindi non riscontriamo un forte incremento della produzione. Anche perché il nostro è un Paese dove ormai il lavoro ha un costo basso. Per cui un’impresa che vuole aumentare la produzione, trova più conveniente assumere una persona il cui lavoro costa poco, anziché fare investimenti, per esempio, su nuovi macchinari che vanno ammortizzati in più anni e hanno un prezzo d’acquisto molto forte”.

Ritiene insomma che gli investimenti in tecnologia e innovazione possano essere un rimedio all’impasse della produttività?
“Sì, quella è la chiave, ed è la differenza che passa tra l’Italia e altri Paesi. Come, per fare un esempio, gli Stati Uniti, dove si può vedere che all’aumento dell’occupazione corrisponde un forte incremento della produttività, poiché ci sono attività che fanno da traino, supportate da investimenti in beni a maggior grado di innovatività. Questo fa sì che le nuove persone impiegate producano molto, esattamente l’opposto di quanto avviene da noi”.

Lei ha posto l’accento sul ruolo degli investimenti privati. Non pensa che sarebbe opportuno migliorare anche la spesa pubblica?
“Veniamo da anni e anni, almeno fino alla pandemia da Covid-19, in cui gli investimenti pubblici sono crollati, anche perché tagliarli era la cosa più semplice da fare per esercitare un controllo della finanza pubblica rispetto ai famosi parametri di Maastricht. Ora, con il Pnrr, c’è stata una forte ripresa di questi investimenti. Però non bisogna tralasciare una cosa: le opere pubbliche hanno bisogno di molto più tempo affinché esercitino i loro effetti sulla produttività. Invece, per tornare al nostro esempio, se un’impresa butta un vecchio macchinario e ne prende uno nuovo, lì l’effetto lo si vede subito. Attenzione, le opere pubbliche sono fondamentali. Il Paese, e il Sud in particolare, è rimasto molto indietro a livello di infrastrutturazione, e non è che il Pnrr abbia colmato l’intero gap. Anzi, la sfida ora è continuare questa accelerazione, evitare il tracollo e non tornare a una situazione come quella del primo ventennio del 2000, dove gli investimenti sono stati bassissimi. Ma non va dimenticato che la spesa pubblica rilascia i suoi effetti nel tempo, in maniera lenta e anche poco visibile”.

A proposito di Pnrr, i fondi erano tra l’altro destinati a migliorare le politiche del lavoro. Visto che il crollo della produttività persiste, e la stagione del Pnrr è conclusa, è ragionevole aspettarsi un ulteriore peggioramento degli indici?
“Più che peggioramento, direi che la situazione resterà stazionaria. Le politiche del lavoro sono importanti, riguardano aspetti cruciali come le condizioni dei lavoratori. Però, come dicevo, la produttività la fa solo un incremento significativo degli investimenti in nuove merci di produzione. Immagino occupati che anziché lavorare, per esempio, solo con un computer, utilizzano in maniera massiccia e organizzata anche l’intelligenza artificiale. Per fare questo, le imprese dovrebbero investire in nuova tecnologia e in formazione. E non è detto che questo succeda. Per cui io mi aspetto che l’andamento della produttività resti più o meno uguale, poco soddisfacente”.

Molte statistiche evidenziano come l’aumento dell’occupazione in questi anni abbia riguardato soprattutto la fascia over 50, mentre i più giovani tardano a entrare nel mondo del lavoro. Ritiene che questo fenomeno incida sul calo della produttività?
“Generalmente si dice, ma questo è tutto da provare, che le persone più anziane siano meno produttive dei giovani. Secondo me, però, l’effetto è limitato. Anche perché questo incremento dei senior è semplicemente dovuto al fatto che oggi si è allungata l’età pensionabile. Questo aspetto non è registrato, ed è la controparte del fatto che i giovani, a loro volta, entrano più tardi nel mondo del lavoro, perché i posti si liberano più lentamente. Il problema vero è, piuttosto, che i giovani più bravi se ne vanno all’estero, oppure lasciano il Sud per trasferirsi al Nord”.

Anche il nodo della produttività, dunque, porta al solito problema: la necessità di creare le condizioni per consentire ai giovani di tornare o di restare nel nostro Paese…
“Un giovane meridionale laureato, per esempio, in Fisica, che prospettive ha al Sud? Tolte alcune imprese, quasi uniche, è difficile che possa trovare un’occupazione soddisfacente in relazione a quello che ha studiato e anche sotto il profilo retributivo. Va a lavorare in qualunque Paese del Nord Europa e inizia con un salario d’ingresso che da noi può essere garantito, se va bene, a un cinquantenne. Per cui è chiaro che la differenza è troppo forte. Questo è il vero punto”.

Svimez ha rilevato una maggiore tendenza delle imprese italiane all’innovazione o la situazione è ancora stagnante?
“Ci sono dei segnali positivi. Però, a parte che sono localizzati in aree precise e non sono diffusi in tutto il Paese, restano comunque dei semplici segnali. Non c’è un qualcosa che alzi la media del sistema, che è quella che poi va a cambiare le prospettive. Scontiamo ancora gli effetti di una struttura produttiva molto basata su imprese singole, non internazionalizzate. Oggi se vai all’estero sei costretto a innovare, perché altrimenti sopravvivi molto poco. Se resti qui magari puoi resistere in altre maniere, comprimendo il costo del lavoro. Però così torniamo al punto di partenza: il nostro laureato in Fisica non andrà mai a lavorare in un’impresa simile. Andrà all’estero”.