Fiumi di servizi e pagine di quotidiani a gogo per celebrare (si fa per dire) la dipartita di due stilisti: Giorgio Armani e Valentino Garavani. Le celebrazioni debbono avere le gambe per camminare e il buonsenso, al fine di essere equilibrate e rapportate ai settori cui appartengono i protagonisti. Ora, per quanto la Moda italiana sia un brand mondiale, seconda solo a quella francese, è tuttavia un settore – seppure di grande importanza – non certo trainante dell’economia nazionale. Che poi fondatori e fondatrici, a partire dal nulla, siano approdati a questi vertici, è sicuramente un grande merito, ma non tale da giustificare l’inondazione che hanno subito i diversi mezzi d’informazione per giorni e giorni, in un infinito processo mediatico che sembrava non avesse mai fine. Non è un caso che noi commentiamo la vicenda a distanza di tanti giorni, quando ormai l’effetto è cessato, perché solo a mente fredda e con distacco si possono valutare gli eventi.
Moda italiana e narrazione del “genio”: il caso Armani
Non è che noi vogliamo fare il Bastian contrario, Dio ce ne scansi e liberi, ma ci sembra opportuno precisare come questi eccessi di comunicazione non facciano bene alla salute mentale di cittadini e cittadine, perché le esagerazioni deformano la realtà. Giorgio Armani, col suo grande talento e col suo lavoro, ha creato un gruppo di rilevanti proporzioni, che fatturava qualche miliardo e che gli ha consentito un proprio patrimonio altrettanto rilevante. Ovviamente famoso in tutto il mondo, almeno nel versante della Moda, certamente non poteva considerarsi un cosiddetto “capitano d’impresa”, seppure l’Informazione ha tenuto di ripiego la parte riguardante l’istituzione di molte società nel campo della ricettività (alberghi), immobiliare, dei servizi e via enumerando. Quindi, Armani ha lavorato più come imprenditore che come stilista. Ed è questo aspetto che è stato messo in ombra dall’informazione, perché bisognava evidenziare il “genio” del settore della Moda. Il fenomeno che illustriamo oggi è di massa, come quello delle decine e decine di migliaia di persone che si riuniscono per vedere qualche celebrità negli stadi o in luoghi enormi, ove restano in piedi per ore, ammucchiate come sardine.
Valentino Garavani e il Gruppo Marzotto: proprietà e realtà dei fatti
L’altro “idolo” santificato dall’informazione generale – non settoriale – è stato appunto Valentino Garavani, il quale, si dice, aveva accumulato un patrimonio di oltre un miliardo. Ma quasi nessuno ha detto che la proprietà della sua impresa non era dello stesso Garavani, bensì del Gruppo imprenditoriale Marzotto, che l’aveva acquistato qualche tempo fa. Quindi, di fatto, egli era un dipendente di terzi, per quanto autonomo con la relativa fondazione Garavani-Giammetti. Naturalmente, il fatto che non fosse più titolare della propria impresa non sminuisce le sue capacità indiscusse, ma dobbiamo rilevare che questa circostanza è stata anch’essa messa in un piano molto secondario, forse perché non faceva notizia. Ed è questo il difetto dei nostri giorni: si pubblicano fatti e circostanze che fanno notizia, non quelli veramente importanti. Questo è un insulto al Pubblico, che invece avrebbe il diritto di conoscere la reale distinzione fra gli eventi importanti e quelli che lo sono meno.
Leonardo Del Vecchio e Luxottica: assenza di clamore mediatico
Nessun clamore mediatico è stato effettuato quando è morto Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, un gruppo imprenditoriale valutato cento miliardi, quindi di dimensioni cospicuamente maggiori di quelle dei due stilisti, Armani e Garavani. Forse perché il settore in questione fa meno effetto di quello che colpisce la fantasia delle persone, che è appunto quello della Moda. Del Vecchio ha lasciato il suo patrimonio a sette figli e a due mogli, per cui ognuno di loro è diventato titolare di una quota pari circa il dodici per cento del capitale di Delfin, la società di investimento con sede in Lussemburgo.
Uno dei figli, Leonardo Maria Del Vecchio, ha comprato il famoso locale “La Bussola”, ove sono passati i più grandi artisti di tutti i tempi degli anni Sessanta, Settanta e forse Ottanta. Non contento, si è poi gettato nell’editoria, comprando il trenta percento de Il Giornale e il settanta per cento del gruppo Riffeser-Monti (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno). Auguri!

