Farmaci, principi attivi dimenticati e biodiversità di produzione - QdS

Farmaci, principi attivi dimenticati e biodiversità di produzione

redazione

Farmaci, principi attivi dimenticati e biodiversità di produzione

mercoledì 25 Novembre 2020 - 00:02

Focus sulle strategie utilizzate per gestire l’alto grado di complessità e l’urgenza produttiva registrata tra febbraio e aprile

in collaborazione con ITALPRESS

ROMA – Hanno nomi impossibili – rocuronio, cisatracurio, midazolam, propofol – e una sorte in comune: a marzo 2020 hanno registrato un aumento della domanda tra il 128% e il 782% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Farmaci e principi attivi “dimenticati”, per lo più iniettivi, funzionali alle prestazioni erogate nelle terapie intensive, sono arrivati improvvisamente alla ribalta dei fabbisogni farmaceutici regionali mettendo a dura prova la capacità di risposta delle imprese degli equivalenti e accendendo i riflettori su un’esigenza vitale per il settore sanitario: mantenere in vita una “biodiversità di produzione” indispensabile alla sostenibilità del Sistema sanitario nazionale, non soltanto in casi straordinari come quello della pandemia.

Il focus sugli effetti dell’emergenza sanitaria sul comparto e le indicazioni di policy che ne derivano sono il cuore dell’edizione 2020 dell’Osservatorio sui farmaci generici, realizzato dalla Società di studi economici Nomisma per Egualia (già Assogenerici), presentato in un evento streaming con la partecipazione di Mario Fiorentino, direttore generale per la politica industriale, l’innovazione e le Pmi del ministero dello Sviluppo economico, Nicola Magrini, direttore generale dell’Aifa, Antonio Parenti, capo della rappresentanza italiana della Commissione Ue e Angela Ianaro, membro delle Commissioni parlamentari Affari sociali e Politiche dell’Ue e presidente intergruppo parlamentare Scienza e Salute della Camera dei Deputati.

Sotto la lente – in una survey che ha coinvolto direttamente le imprese associate a Egualia – le strategie utilizzate per gestire l’alto grado di complessità e l’urgenza produttiva registrata tra febbraio e aprile. Nella prima fase emergenziale, nel periodo di massima criticità, il 58% delle imprese ha visto aumentare la domanda di farmaci e di queste ben il 93% è riuscita a soddisfare completamente o parzialmente l’aumento della domanda; inoltre, il 58% del totale ha riorientato la produzione verso le categorie di prodotti a maggior rischio di carenza.

Riguardo al grado di intensità con cui le aziende hanno messo in atto diverse strategie per incrementare la produzione il 71% ha indicato di aver fatto ricorso alle scorte di magazzino, il 57% di aver usufruito di deroghe emergenziali da parte delle autorità per velocizzare la disponibilità di prodotto sul mercato, il 57% di aver aumentato i turni di lavoro e previsto straordinari per il personale, il 21% di aver impegnato nuovo personale per la produzione, il 50% di aver utilizzato la leva dell’importazione, e il 14%, infine, di aver acquistato nuovi macchinari.

La survey ha messo anche chiaramente in evidenza i colli di bottiglia che hanno aggiunto criticità al percorso: oltre il 57% delle imprese ha indicato di essere stata ostacolata dalla penuria o assenza di elementi necessari alla produzione; il 73% di aver avuto problemi ad approvvigionarsi di principi attivi; il 54% ha avuto la stessa difficoltà con gli intermedi di sintesi; il 43% ha lamentato interruzioni anomale della supply chain. Le attese degli operatori per l’immediato futuro si concentrano sul rendere la catena di approvvigionamento più sicura e meno soggetta a fluttuazioni (96%) cui si aggiunge il desiderio di moltiplicare il numero delle fonti di approvvigionamento lungo ogni fase produttiva diversificando il rischio (88%).

Rispetto ai farmaci di vecchia generazione, per il 38% delle aziende intervistate sarebbe necessaria una revisione dei criteri di prezzo per questi prodotti da parte degli ospedali. Altri – 27% – sono favorevoli all’introduzione di meccanismi per l’abbattimento dei costi di produzione (attraverso sgravi fiscali) e infine una parte ridotta indica la possibile soluzione nella destinazione di sovvenzioni statali per le imprese.

“Questa ricerca – ha detto il presidente di Nomisma, Piero Gnudi – è diventata una delle cose più importanti della vita di Nomisma. Il settore farmaceutico è tra quelli in cui la nostra imprenditoria ha avuto più successo”.

“In questi anni – ha aggiunto il presidente di Egualia, Enrique Hausermann – ci siamo avvicinati a Nomisma e dal 2015 abbiamo prodotto una serie di rapporti e osservatori sul nostro comparto industriale. Da questa mattinata emerge il riconoscimento di quello che il nostro comparto rappresenta nel mondo farmaceutico italiano ai primi anni duemila, c’era scetticismo. Ora confidiamo nell’appoggio delle istituzioni. La crisi che stiamo ancora vivendo ha messo in luce tutti problemi legati alla globalizzazione della produzione farmaceutica. L’intera Europa si è scoperta ancora troppo dipendente, soprattutto nei momenti critici, da Paesi extra-europei per l’approvvigionamento di sostanze intermedie per sintetizzare i principi attivi e quindi produrre i farmaci. Oggi abbiamo la possibilità di investire in progetti strategici per il Paese, attraverso le risorse che arriveranno con il Recovery Fund: possiamo finalmente investire sul futuro”.

Chiari gli obiettivi: “C’è da riflettere – ha concluso Hausermann – sul concetto di globalizzazione della produzione farmaceutica, ma è necessario anche ripensare la struttura distributiva e individuare nuovi modelli di approvvigionamento pubblico dei farmaci perché non può e non potrà esserci sostenibilità del Ssn senza garantire sostenibilità alle imprese che lo riforniscono dei prodotti essenziali alla prosecuzione delle sue attività”.

“Il ruolo delle agenzie regolatorie – ha spiegato il direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco, Nicola Magrini – sta nel verificare i dati per ora lanciati dai media. I farmaci però non si approvano sui giornali. Le nuove registrazioni di farmaci e vaccini saranno registrazioni europee, ma potrebbero anche diventare scelte nazionali. C’è questa possibilità a causa di tendenze disgregatrici che costituiscono un problema. Le regole europee vanno invece rafforzate”.

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