La clessidra della politica isolana è esaurita, gli ultimi granelli stanno scendendo e poi il tempo è finito. È stata presa di sorpresa, nel suo lento contorcersi, dalle dimissioni di Draghi che l’hanno costretta all’election day. Mettendo in ballo e scambio collegi e Presidenze.
Ma ormai il tempo è finito, il 12 si devono presentare i simboli, e tra i simboli c’è quello della lista del Presidente, ed il centrodestra si deve decidere. Il centrosinistra, dopo le primarie è partito, anche se molto lentamente e con molti dubbi con Caterina Chinnici, e Cateno sta battendo a piedi il territorio come uno di quei monaci francescani. Il centrodestra non ha più tempo per chiacchere o pinzellacchere.
La disfida siciliana
Certo la disfida siciliana si intreccia con altre variabili fuori dall’isola, in un bilancino farmaceutico dei pesi tra gli asset della coalizione. Ormai è chiaro che la disfida vede tirarsi fuori FdI, che punta le sue fiches sul Lazio e soprattutto sulla Meloni prima donna Premier in Italia. La scelta è tra Forza Italia e la Lega. E le candidature pare siano solo due. Diverse per partito, ma anche per generazione. Ed a sorpresa, nel borsino elettorale, che si aggiorna di ora in ora, accanto al più giovane Minardo, spunta uno dei grandi imperituri della politica siciliana, Gianfranco Miccichè, l’uomo che da sempre, con alterne vicende, ha impersonato Forza Italia in Sicilia, quella del 61-0. Forza Italia si era sempre tenuta alla larga dalla presidenza, optando per alleati, poi non sempre riconoscenti.
Oggi vuole nel finale di una generazione, e di una lunga stagione politica, avere il pallino del gioco in mano. E lo può fare solo con chi può dare garanzie di condivisione di ruoli e controbilanciamenti con gli alleati. Anche perché tenere fuori dal gioco delle responsabilità governative Miccichè sarebbe letale, chiedere a Musumeci.
Certo è sempre possibile un gioco al massacro di veti incrociati, in cui possa spuntare l’outsider, magari un gatto, magari suggerito all’ultimo secondo dal tessitore di Grammichele, ma quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.
Ma soprattutto è finita la sabbia nella clessidra dei siciliani, che hanno infrastrutture fatiscenti, nessun impianto sui rifiuti e, pur producendo energia, sono a terra con il costo delle bollette. Sono diventati poveri e anziani, con i figli che emigrano. È ora di finire con diatribe su chi è più alto, o chi è più etneo o palermitano. È l’ora di un minimo di responsabilità per una generazione politica che ha avuto tutto, in un tempo lunghissimo. Sarebbe l’ora di restituire qualcosa ai siciliani.
Così è se vi pare.

