Home » Sicilia » Regione, sono ore decisive: gli scenari, ecco perché le dimissioni di Schifani appaiono difficili

Regione, sono ore decisive: gli scenari, ecco perché le dimissioni di Schifani appaiono difficili

Regione, sono ore decisive: gli scenari, ecco perché le dimissioni di Schifani appaiono difficili
Renato Schifani

Determinante la giunta convocata dal governatore a Palazzo d’Orleans: sarà rivoluzione oppure no?

Sul finire di agosto il presidente del Senato Ignazio La Russa, generale allo Stato maggiore di Fratelli d’Italia e uomo ferro in Sicilia per il partito di Giorgia Meloni, aveva dato nullaosta a uno Schifani bis perché “un buon presidente normalmente è ricandidato”. Ma a fronte del buon voto in pagella aveva precisato che “non dipende da me o solo da lui, ma dai partiti che lo sostengono”. Da quel momento gli animi scalpitanti si erano quietati anche in Forza Italia e (quasi) tutti gli alleati avevano espresso pubblica approvazione per Renato Schifani ricandidato alle prossime elezioni regionali.

La Russa rinnova la fiducia a Schifani

Dopo il terremoto che ha scosso le fondamenta di Palazzo d’Orleans con il post sulle “decisioni da assumere” che Schifani ha diretto a Nino Minardo, con movimento tellurico giunto alla segreteria nazionale di Forza Italia, il presidente del Senato ha gettato acqua sul fuoco rinnovando la stima per l’operato dell’ex presidente del Senato oggi alla guida della Regione. Lanciato il segnale da La Russa, dopo ore di un interminabile claustrofobico silenzio tra gli alleati in Sicilia, il neo eletto segretario della Democrazia cristiana, Carmelo Pace, ha prontamente commentato: “In riferimento alle recenti attestazioni apprese dall’Ansa e attribuite al presidente del Senato Ignazio La Russa, anche la Democrazia cristiana esprime apprezzamento per il lavoro del presidente della Regione Siciliana Renato Schifani”.

Schifani in silenzio: ore decisive

Segnale che va nella stessa direzione è stato annunciato pochi minuti dopo anche dal capogruppo di Mpa-Grande Sicilia, l’ex assessore regionale Roberto Di Mauro: “Apprezziamo e condividiamo le considerazioni sulla Sicilia del presidente del Senato Ignazio La Russa, ispirate a senso di responsabilità e a coerenza”. Un faro si è acceso e sta indicando la via: si deve andare avanti. Adesso il fiammifero acceso tra le dita ce l’ha Antonio Tajani, mentre la risposta – non detta – di Renato Schifani, oggi, sulle ventilate ipotesi di dimissioni, è stata la convocazione della Giunta per il giorno successivo con ordine del giorno “provvedimenti più urgenti”. E domani da Palazzo d’Orleans si prevede l’entrata di una Giunta e l’uscita di un’altra. Perché se non sarà azzeramento, quantomeno saranno sostituzioni mirate che accoglieranno alcune richieste sul tavolo di Schifani con mittente Roma.

Ecco perché le dimissioni appaiono difficili

Sul perché andare avanti a ogni costo ha qualche idea Cateno De Luca, che ha sintetizzato l’ipotesi di una ricandidatura di facciata per Renato Schifani, che avrebbe lasciato così con onore – per sé e per la coalizione in vista della nuova sfida elettorale – la Regione per un posto di prestigio: il Csm. Ipotesi Consiglio superiore della Magistratura che per De Luca sarebbero tramontate non necessariamente per ragioni di natura politica, avendo anche Schifani una convocazione in Commissione parlamentare antimafia per chiarire sulla corruttela – con dovuta presunzione di innocenza degli indagati – tra gli uffici della Regione. Inoltre, se Renato Schifani dovesse dimettersi rischierebbe di crollare l’intero castello siciliano del centrodestra travolgendo sotto le macerie Forza Italia e concedendo un enorme vantaggio al campo progressista e a Cateno De Luca. I primi avrebbero una campagna elettorale spianata oltre che essere costretti a trovare le soluzioni su programma e candidato che continuano a rinviare. Il “nuovo campo da giuoco” che il sindaco di Taormina sta costruendo lo vedrebbe invece leader del centrodestra in Sicilia perché senza di lui la coalizione, in quel caso a guida Fratelli d’Italia, non ce la potrebbe fare con tutto il supporto di Vannacci e dei suoi big ex Forza Italia.

Il possibile Election Day di maggio, manovra e legge di stabilità a rischio

Il passo indietro di Renato Schifani è un prezzo troppo alto, mentre alla Camera si discute la riforma della legge elettorale e mentre circola sempre più ricorrente la voce che alla fine di maggio potrebbe svolgersi un Election day con politiche, regionali e amministrative. Per di più, ad aggravare la situazione ci sono due aspetti non secondari. Anzi. Uno è il maturamento dell’indennità pensionistica per deputati, senatori e deputati regionali, che scatterebbe a metà aprile. L’altro è che la stessa sera del messaggio di Schifani a Minardo era stato approvato in Commissione bilancio il testo di una manovra correttiva da mezzo miliardo e che è in costruzione la legge di stabilità, fortemente espansiva, da oltre due miliardi di euro dopo che nelle ultime variazioni non erano stati concessi ai deputati di maggioranza grandi gettoni per i territori. Se si azzera, o se si rimodula la giunta, la manovra che oggi si dovrebbe incardinare in Aula slitterebbe, forse anche fino a confluire nella legge di stabilità. Se il presidente si dimettesse non ci sarebbe manovra né legge di stabilità e si andrebbe ad esercizio provvisorio per il prossimo anno. Pesante è poi l’ombra sulla trasparenza che il caso del consulente giuridico Gaetano Armao – virale in tutti i giornali, siti, social mentre nasconde presunte mazzette – lancia sui lavori dell’Ars, intenta a chiudere la variazione di bilancio mentre il deputato Giuseppe Geremia Lombardo, nipote dell’ex governatore Raffaele, si è dimesso dalla Commissione Bilancio perché anch’esso coinvolto da un’indagine. Ismaele La Vardera chiama infatti in causa il presidente Gaetano Galvagno: “Oggi si dovrebbe incardinare questa mini finanziaria ma non è accettabile che si faccia finta di nulla. O peggio i parlamentari sappiano le cose dai social. C’è una crisi di governo in corso, abbiamo chiesto al presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, di convocare in aula il presidente della regione così che venga a spiegare quello che sta succedendo”.

Il possibile incontro di Roma e l’attacco del Movimento 5 Stelle

Chiudere bottega adesso causerebbe quindi un effetto a catena molto grave, e ne sarebbe riprova proprio il messaggio di risposta che Nino Minardo ha affidato stamattina all’agenzia Italpress: “Ho proposto nei prossimi giorni un incontro a Roma alla presenza del segretario nazionale di Forza Italia Antonio Tajani e del presidente della Regione Renato Schifani. Insieme stabiliremo il percorso politico”. Tajani attende quindi la disponibilità di Schifani a conciliare, trovando una exit strategy che possa andare bene a tutti. Il presidente della Regione, che ha adesso il coltello dalla parte del manico, starebbe preparando le mosse per incontrare il segretario con una Giunta diversa, qualche concessione e le pretese dimissioni di Nino Minardo quale commissario regionale del partito. Alla luce di tale lettura, la provocazione del coordinatore del Movimento 5 stelle siciliano Nuccio Di Paola che invita il commissario siciliano forzista a protestare con il campo largo il 13 davanti Palazzo d’Orleans, commentata in diretta da Cateno De Luca dicendo “ovviamente qua siamo di fronte al cinema e varietà”, non è tanto peregrina considerando che mira a pressare su Minardo altrimenti vittima di un accordo di tregua: “Contribuisca, ma veramente, a staccare la spina al governo peggiore di sempre della Sicilia, ma la smetta di far credere, assieme a Mulè, alla favoletta che esiste una Forza Italia buona e una cattiva mentre i deputati di maggioranza, compresi quelli forzisti, si spartiscono famelicamente i milioni di euro della variazione di bilancio in discussione all’Ars”.


Segui tutti gli aggiornamenti di QdS.it sui canali WhatsApp e Telegram