Sono le Regioni a fornire i dati su cui poggia il monitoraggio relativo all’andamento della situazione epidemiologica. E nella cabina di regia che elabora quei parametri ci sono tre rappresentanti indicati dalle stesse Regioni.
Dunque “è surreale” che alcuni governatori, “anziché assumersi la loro parte di responsabilità”, facciano “finta di ignorare la gravità dei dati che riguardano i loro territori”.
Il ministro della Salute Roberto Speranza, dopo aver firmato l’ordinanza che inserisce le Regioni nelle zone rossa e arancione, stoppa la rivolta dei presidenti del “dietro-front” e passa al contrattacco.
Sostenuto, sottolinea il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia, “da tutto il governo” e dagli scienziati.
Lo scontro è però duro e non è destinato a spegnersi, almeno nell’immediato: i governatori insistono chiedendo una verifica o minacciando, lo fa il presidente facente funzioni della Calabria, il leghista Nino Spirlì, di impugnare il provvedimento.
Non solo: nelle prossime ore arriveranno i nuovi dati relativi alla settimana 26 ottobre-1 novembre e non è affatto escluso che chi oggi si trova nella zona gialla possa finire in quelle dove sono previste maggiori restrizioni: a rischio ci sono almeno la Campania, la Liguria, il Veneto, la Toscana.
Il nodo su cui si sta consumando lo scontro è formalmente tecnico – il sistema di raccolta dei dati è andato in tilt in diverse regioni ma è anche vero che i 21 parametri indicati dal monitoraggio sono complessi e in condizioni di emergenza è impensabile riuscire a raccoglierli tutti – ma in realtà è politico: la maggior parte delle Regioni – in particolare quelle del nord – continua a chiedere misure nazionali e il governo insiste sulla necessità di intervenire a livello locale.
Per mettere in campo interventi che servano davvero a contenere il contagio laddove è più diffuso, ha detto il premier Giuseppe Conte, e che non penalizzino e ulteriormente chi è in una situazione migliore di altri.
Le misure graduate per ogni regione, conferma il Commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, “anticipano il rischio ed evitano fin quando possibile il lockdown generalizzato”.
Attilio Fontana, che aveva chiesto chiusure per tutti ricevendo un no secco, per esempio, dal presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gianfranco Micciché, ha detto di aver saputo del lockdown della Lombardia, “con un messaggino mentre Conte era in televisione. E poi parlano di collaborazione”.
L’uno dopo l’altro, i governatori hanno invocato “chiarezza”, criticato la mancanza di un criterio di “valutazione oggettivo”, accusato l’esecutivo di aver fatto scelte su dati vecchi.
Il presidente del Piemonte Alberto Cirio parla di “misure così diverse per situazioni in fondo molto simili” e, nonostante lo avesse prima approvato, critica adesso il metodo che non sarebbe “oggettivo”.
E sono gli scienziati a replicare nel dettaglio alla critiche: è vero che i dati risalgono a dieci giorni fa, ha confermato il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro.
Ma questo è “inevitabile” perché c’è un “tempo necessario per stabilizzare” i dati. Che, in ogni caso, “sono condivisi e validati da 24 settimane con le Regioni”.
Come dire, erano buoni prima, sono buoni anche adesso.
I dati “vanno letti nella loro interezza” e “nella cabina di regia c’è un dialogo costante, tutto ciò che viene approvato è condiviso con le Regioni” ha aggiunto Rezza, avvisando: “se dal nuovo monitoraggio emergerà che altre regioni hanno un livello d’allerta elevato o alto, possono finire dalla zona gialla a quella arancione o da quella arancione o rossa”.
Dalle regioni arriva uno “spettacolo indecoroso” secondo il ministro degli Esteri Luigi di Maio che porta alla luce quello che in molti, anche tra i tecnici, cominciano a pensare sia il vero problema, il titolo V della Costituzione.
“A fine pandemia questo scontro inaccettabile imporrà di semplificare e riorganizzare lo Stato”.

